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HomeArticoliIl teatro e la danza che vorremmo rivedere nel 2024

Il teatro e la danza che vorremmo rivedere nel 2024

La redazione di Teatro e Critica ha stilato una mappa composta da più di 40 spettacoli visti nei 12 mesi passati tra stagioni teatrali e festival, danza e arti performative.

Grafica Andrea Zangari

Anche quest’anno abbiamo tentato di riflettere su una possibile mappatura di opere viste nei dodici mesi scorsi. Cosa ci ha colpito maggiormente nel 2023? Cosa consiglieremmo senza indugio a spettatrici e spettatori nel 2024? Quello che state per leggere non è una classifica, non sono i finalisti di un premio, è più che altro il tentativo di riconnettere i fili dispersi di opere, artiste/i e compagnie che abbiamo incontrato. Proprio nella circuitazione è rintracciabile uno dei punti deboli del sistema teatrale italiano, per molti di questi spettacoli (soprattutto gli internazionali) non sarà facile avere altre date, noi, come al solito, cercheremo di avvertirvi nel caso di repliche e tournée.

Il panorama che emerge è numeroso (più di 40 titoli) e variegato, multiforme e vitale dal punto di vista creativo: convivono in questa lista i collettivi artistici, le produzioni dei grandi teatri, gli artisti e le artiste emergenti. Festival, rassegne e momenti ibridi rappresentano ancora i luoghi in cui tale vitalità è maggiormente visibile, non mancano però le ospitalità negli abituali cartelloni. Eterogeneo è anche il campo tematico e delle forme: le riflessioni meta teatrali, il teatro di rappresentazione e il dramma borghese, i dispositivi anti rappresentativi, lo spunto dei romanzi, le esperienze fuori dagli spazi scenici consueti, la comicità, le riscritture, la grande danza degli ensemble internazionali, le creazioni coreografiche nazionali, la performance.

Qui tutti gli spettacoli segnalati, in ordine alfabetico.

 AFÀNISI (ctrl+alt+canc)

Il gruppo napoletano under 30 porta ancora un po’ più avanti il proprio ragionamento sul teatro, sul pubblico, sul senso del fare scenico. Smontando le strutture stesse della drammaturgia, costruisce uno spettacolo che rinnega se stesso, si fonda sul vuoto e mette al centro lo spettatore. Da vedere per riscoprire come e quanto siamo capaci di immaginazione. (Valentina V. Mancini) [recensione]

AGOSTO A OSAGE COUNTY (Tracy Letts, Filippo Dini)

L’implosione di una famiglia americana in una scrittura che ricorda certa drammaturgia storica europea, un ensemble di attrici e attori di talento con una direzione senza sbavature e a servizio del testo e della recitazione. (Andrea Pocosgnich) [recensione]

ALBUM (Kepler-452) 

Uno spettacolo in cui spettatrici e spettatori sono una piccola comunità in ascolto di memorie e racconti spariti. Siamo fatti di ricordi e l’Alzheimer cancella chi siamo, come un’onda di fango durante un’alluvione. Kepler-452 ancora una volta è in grado di metterci di fronte a ciò che siamo oggi, tra sorrisi e dolore. (Andrea Pocosgnich) [recensione]

A.L.D.E. NON HO MAI VOLUTO ESSERE QUI (Giovanni Onorato)

Classe 1995, Giovanni onorato costruisce un racconto che transita dalla vita al teatro. Nell’essenziale purezza della struttura scenica e della costruzione drammaturgica, questo concerto/spettacolo/reading riesce a ricordarci come il dolore sia un fatto sociale e il teatro (che rivendica il proprio potere immaginifico) il luogo dove esorcizzarlo. (Sabrina Fasanella) [recensione di Andrea Pocosgnich]

ANATOMIA DI UN SUICIDIO  (lacasadargilla)

Come viaggiare nel dolore, in caduta libera, fino a toccare il fondo che risuona di vita come un grembo. Il testo di A. Birch nel progetto scenico de lacasadargilla è una storia di donne che si tramandano un fardello di madre in figlia, fino a un cortocircuito che interrompe il cerchio. In una casa che tutto ricorda, tre generazioni si ritrovano nella simultaneità di un non-tempo a fare i conti con l’eredità di chi resta. C’è un silenzio che non può essere colmato, nello spazio vuoto fra le esistenze. (Andrea Zangari) [recensione di Andrea Gardenghi]

A VOLTE MARIA, A VOLTE LA PIOGGIA (Daniele Parisi)

I personaggi dei racconti, talvolta, entrano a far parte della vita degli attori. Oppure, non di rado, succede il contrario. Nel monologo di Daniele Parisi la vicenda del personaggio che racconta si interseca agli altri con i quali si relaziona, in un modo a tal punto coinvolto che finisce per raffigurare, infine, ogni spettatore che osserva. Questo è il potere dei buoni testi: saper costruire un ponte tra la scena e la platea, perché gli spettatori – da un lato all’altro – ci possano camminare a loro piacimento. (Simone Nebbia) [recensione]

BLACK STAR (Fabrizio Sinisi, Fabrizio Arcuri)

Funereo, angoscioso, severo, Black Star è una fiaba nera sulla violenza contemporanea, che parte dalla cronaca di un immaginario fatto di sangue per generare personaggi scomodi e però terribilmente plausibili; il viaggio tragico delle loro consapevolezze schiaffeggia il pubblico con un graffiante monito sulla nostra società. (Sergio Lo Gatto) [recensione]

BLAKE WORKS (William Forsythe)

Questo nuovo programma scaligero di Forsythe ha rivelato una condizione del balletto post-pandemico per niente solare e aproblematica, e che ci libera dall’idea di un balletto che si alimenti della ossessiva novità dei propri ‘formati’, in un rito di celebrazione molto nero, quasi funebre, come il più vero congedo dalle forme obbliganti del tempo. (Stefano Tomassini) [recensione]

BOLERO DE BIENVENIDA (Lorena Stadelmann)

Stadelmann è una performer svizzero-guatemalteca capace di ibridare non tanto i linguaggi della performance, quanto le plurime soggettività che convivono in solo un percorso artistico. Con l’alias Baby Volcano lancia un progetto musicale prorompente, cui presta, per poi restituir(se)li deflagrati, strumenti della scena: scrittura, danza, maschere, design di costumi ed elementi scenografici. In Bolero de bienvenida questa molteplicità è intessuta con straordinaria maturità, a servizio di un messaggio di lotta cocente e liberatorio. (Andrea Zangari) [recensione di Andrea Pocosgnich]

CECITÀ (Virgilio Sieni)

È lavoro ispirato al noto romanzo di Saramago, ma si tratta piuttosto di un aggiornamento del suo mandato didattico: «la notte dell’etica» in un possibile riscatto che però oggi non è più dell’umano; un difficile affondo sulla perdita del mondo, la predazione intraspecifica di una cecità cannibale che ritrova, anche grazie alla danza, una dimensione selvaggia e selvatica nel fare spazio all’epifania animale. (Stefano Tomassini) [recensione]

DEAR LAILA (Basel Zaara)

Non ci sono interpreti, non c’è altro pubblico, lo spettatore, nella propria solitudine, viene fatto entrare in una stanza delle ex carceri di Santarcangelo. Una vecchia scrivania è palcoscenico, non c’è altro tra lo spettatore e la storia autobiografica di Basel Zaraa. Di fronte a noi un palazzo in miniatura, grigio, con le finestre e i panni appesi, dal quale svettano le antenne della tv. Quel palazzo si trova a Yarmouk, un campo profughi palestinese a Damasco che prima dell’esplosione del conflitto nel 2011 era abitato da 160 mila palestinesi, lì è nato e vissuto Zaara prima di fuggire in Europa a causa degli attacchi israeliani al campo. (Andrea Pocosgnich) [recensione]

DENTRO (Giuliana Musso)

Spettacolo spietato, di crudeltà artaudiana, che indaga una storia di violenze familiari taciute e le dinamiche necessarie nel tentativo di portarle alla luce, attraverso una scrittura scenica che dosa e manipola continuamente le distanze. Senza nient’altro in scena che le due attrici e il peso delle loro parole, Dentro si compone di una scrittura ellittica che forse è l’unica in grado di poter permettere di avvicinarci alla verità, partendo dalla finzione. (Viviana Raciti) [recensione]

DON CHISCIOTTE

Che piacere è osservare come l’immaginazione più sfrenata prenda forme mirabolanti. Il Don Chisciotte di Roberto Aldorasi, Alessio Boni, Marcello Prayer, si anima di tutto ciò che è la letteratura, e unisce il pubblico nella meraviglia che ha una felicità infantile. Memorabile, ed emblematico nell’attitudine di fare un teatro che sia una sempre vivida invenzione, rimarrà il Ronzinante vivo come i corpi in scena, in un semplice ed efficace gioco dell’ingegno nel far vero ciò che è finto. (Valentina V. Mancini) [recensione]

EPPIDEIS (Rosario Palazzolo)

Con Eppideis, Rosario Palazzolo trascina il pubblico in un universo posticcio, nel quale la voyeristica sete dell’altrui fallimento viene sottoposta a irrevocabile punizione. La Gioni di Silvio Laviano si agita proprio in questo mondo, e saltellando va incontro alla tragedia celata dai coloratissimi oggetti di consumo dei quali si circonda. Ma a consumarsi è anzitutto ciò che resta ai margini e resiste oltre la più competitiva, insensata, lotta per la sopravvivenza. (Tiziana Bonsignore) [recensione]

ERWARTUNG (Cristina Kristal)

È un intenso ‘assolo’ ma nei corpi di due interpreti, sul tema dell’attesa come esperienza generativa di una malinconia capace di resistenza; uno straordinario e riuscito incontro intergenerazionale che al centro ha la danza e le sue pratiche come sapere politico: tanta abilità introspettiva della coreografia, capace di evolvere i corpi dalle catene della tristezza in una attesa di prossimità che non è mai-ma-proprio-mai interpretazione, esegesi o commento, ha a che fare soltanto con l’umanità ritrovata fattasi evento. (Stefano Tomassini) [articolo]

EXAUDI (Manovalanza)

Un quartiere che non è un quartiere, una comunità che non è tale, nella periferia est di Napoli. Eppure quando ci arriva il teatro, con il progetto Food Distribution della compagnia Manovalanza, tutto quanto non è riesce di colpo a diventare: si anima una poesia sepolta sotto l’amianto e la lamiera, fluttuano nel vuoto le cornici senza pareti per appenderle, vibra all’unisono il tremore di una terra instabile e il cuore di chi la abita. (Simone Nebbia) [recensione]

FELICIA (Stefania Ventura e Quinzio Quiescenti)

Il teatro di figura e le atmosfere da fiaba non sono mai state tanto lontane dai cliché come in questo caso, dove Felicia, la protagonista della storia (qui in forma di marionetta ibrida mossa a vista) sembra ricalcare l’archetipo dell’antagonista, vecchia, strega, solitaria. Eppure, sul palco prende vita un mondo fatto di legni e semi, di gesti consueti e bonari, di luci soffuse e profumi da sottobosco, e non solo di meschinità ed egoismi decantati. Entrare nella vita di qualcuno è un rischio, specie se rappresenta qualcosa di ignoto e distante. E però, nell’incontro che diventa scontro, tra ombre e foglie, ci si può dare l’occasione di trovarsi. (Viviana Raciti) [recensione]

FELICISSIMA JURNATA (Puteca Celidonia)

Antonella Morea appare in cima all’altissima struttura conica (vulcano, vestito), dalla quale troneggia e nella quale è incastrata. È la Winnie di Giorni Felici, ma siamo a Napoli, nei vicoli della Sanità dove nasce e vive la giovanissima compagnia Putéca Celidònia, animata da artisti e maestranze under 30. Frutto di un lavoro di anni nei bassi del quartiere, questa esplicita riscrittura (presentata in prima nazionale al Festival Primavera dei Teatri) sovrappone la grazia raggelante di Beckett con la risoluta concretezza partenopea. (Sabrina Fasanella) [recensione]

FEMINA (Abbondanza/Bertoni)

Il pensiero coreografico di Abbondanza/Bertoni sembra approfondire, in questo spettacolo, il tema della riproducibilità tecnica di ogni istanza e di ogni emozione, suggerendo la composizione centrale di un grande vuoto, inteso non come abisso, ma come modalità di gioco, come ambiente energetico che fa i conti con la destituzione della propria aura. Il pubblico è chiamato a elaborare, per gradi, la consapevolezza che le danzatrici operano in un regime di puro segno, purificato persino dall’accento sulla propria assolutezza. (Ilaria Rossini) [recensione]

INCENDI (Fabrizio Sini, Mario Scandale)

Non abbiamo finito ancora di immaginare una dittatura. In questo pensiero prende vita Incendi di Fabrizio Sinisi, portato sulla scena da Mario Scandale. Dietro le vicende dei protagonisti, ragazzi della Germania che si avviava al Nazismo, c’è una fusione temporale che mescola i piani fino a osservare – in trasparenza dentro una storia fatta di scelte e opportunità, azioni e reazioni – negli eventi del passato i segnali di un presente minaccioso e urgente. (Simone Nebbia) [recensione]

FIRMAMENTO (La Veronal)

Vero e proprio viaggio nella fantasia, tra sogni, incubi, futuri distopici e paesaggi interiori. Il genio di Marcos Morau, al debutto italiano di Oriente Occidente a Rovereto, dà il meglio si sé in termini di creazione coreografica e capacità immaginativa. (Andrea Pocosgnich) [recensione]

IL GIARDINO DEI CILIEGI

Con grazia, ironia e leggerezza, Lisma dirige un adattamento contemporaneo de Il giardino con grande rispetto del testo e pulizia registica, donando ai caratteri una complessità inedita. L’elemento giocoso determina una rilettura politica non scontata che può convincere o meno ma di certo aggiunge al testo uno spessore insolito e chiavi di lettura attualizzanti. (Lucia Medri) [recensione di Andrea Pocosgnich]

Il GRANDE VUOTO (Fabiana Iacozzilli)

Il passato teatrale della protagonista viene portato sempre più in primo piano dai suoi racconti: la progressione della malattia è contenuta tutta nel suo tornare ossessivamente al ricordo di una tournée in Russia, di una replica di grande successo di un Re Lear al femminile. Questo felice innesto, che risale alla reale biografia di Giusi Merli, è essenziale allo sviluppo della parabola del dolore: con la sua bianca chioma, il suo incedere incerto e lo sguardo smarrito, la madre assomiglia sempre di più a Lear. (Sabrina Fasanella) [recensione]

LA CITTÀ CHE CAMMINA (Dom)

Più che uno spettacolo un’esperienza da vivere con i propri pensieri, nella fatica generata da ore di cammino e nelle epifanie drammaturgiche che Dom dissemina lungo tutto lo spazio scenico, ovvero l’intera città di Cagliari. (Andrea Pocosgnich) [recensione]

LA FEROCIA IL GRADE VUOTO (VicoQuartoMazzini)

È spietata la vicenda scritta da Nicola Lagioia e altrettanto spietato l’allestimento teatrale di VicoQuartoMazzini. Gabriele Paolocà e Michele Altamura chiudono parte della storia dietro una grande vetrata, la scenografia di Daniele Spanò lascia percepire un’opulenza minimalista: nell’interno un grande tavolo e delle piante, poi c’è lo spazio fuori, non vediamo altro ma possiamo immaginare un grande cortile, forse un prato all’inglese e una piscina [recensione di Andrea Pocosgnich] [intervista di Simone Nebbia]

LA LOCANDIERA (Antonio Latella)

Latella sembra voler, da un avamposto maschile, tentare una purificazione di sguardo, restituendo a Mirandolina il primato sapienziale, pragmatico e dunque politico sugli uomini. In questo senso, riesce davvero ad agire, nella grazia dell’invenzione scenica, la lezione di Castri, che insisteva sulla necessità di operare sul testo in chiave destabilizzante, facendolo rivivere «in tutte le sue contraddizioni e in tutti i suoi problemi» e, al contempo, riesce anche ad aggiornare l’ars amandi, in una prospettiva femminile. (Ilaria Rossini) [recensione]

L’AMANTE (Veronica Cruciani)

Cruciani si confronta col testo di Pinter duplicandone le possibili referenze: la vita matrimoniale dei protagonisti, Richard e Sarah, viene così agita da una effettiva coppia di attori (Graziano Piazza e Viola Graziosi). In questa produzione del Piccolo Teatro di Catania, l’esperienza coniugale del testo viene declinata all’interno di un dispositivo scenico ambiguo ma brillante, in grado di coinvolgere il pubblico con un’arguzia leggera ma lontana da facili soluzioni. (Tiziana Bonsignore) [recensione]

L’APPARTAMENTO 2 B (Compagnia Cercamond)

La Compagnia Cercamond guarda alla propria generazione con un’ironia benigna, e ne indaga le profonde ragioni di dolore, mettendo in gioco un riso che esplode naturale nel tragico. Pur non disdegnando l’impiego di un perturbante espressionismo, l’azione è un ideale esempio di cosa sia una narrazione di matrice popolare. È una ricerca, anche morale e politica, che fa di quel racconto un momento prolungato di coinvolgimento e relazione. È, in questo caso, il tentativo riuscito di fare del teatro un oggetto della società.  (Valentina V. Mancini) [recensione]

LA SCELTA (Roger Bernat)

Riflessione sulla selezione dei prodotti artistici in teatro che si fa metafora per rappresentare una riflessione ancora più importante: quella sulla democrazia, sulla capacità delle comunità di relazionarsi e prendere delle decisioni. (Andrea Pocosgnich) [recensione]

LA SPARANOIA (Fettarappa Guerrieri)

Con feroce cinismo al ritmo di rapide stilettate dialogiche, Fettarappa e Guerrieri passano in rassegna – contrapponendosi l’uno all’altro nella gestione dei ruoli, l’uno aggredito (Fettarappa) e l’altro aggressore (Guerrieri) –, l’attualità nella quale siamo immersi. Dalla sinistra timida, alla “paletta” della Digos, dalle manifestazioni al precariato giovanile e all’emergenza abitativa. (Lucia Medri) [recensione]

LES FLEURS. ATTO PERFORMATIVO PER CORPI REALI (Michela Lucenti/Balletto Civile)

La sperimentazione di un efficacissimo recitar-danzando ha raggiunto qui risultati mirabili, mentre il lavoro di drammaturgia scritta e fisica è intensificato dal lavoro di ognuno, e il gruppo con i testi e i temi di Baudelaire sembra qui perfettamente a suo agio, tanto da comporre un vero e proprio lemmario coreopoetico, in forte rottura nei confronti dell’ottimismo della gioia nella propaganda neoliberale di oggi. (Stefano Tomassini) [articolo]

LINGUA_DA CLAUDE CAHUN (Alessandra Cristiani)

Capita di vedere i suoi lavori di rado, ma ogni sua apparizione è un’epifania, ogni suo progetto un percorso graduale tra la luce dello svelamento e l’ombra del mistero inafferrabile. La certezza che oltre ad essere attrice e danzatrice è prima di tutto un’artista, come poche, che meriterebbe avere maggiore spazio. (Lucia Medri) [recensione]

MURICEDDU (Margherita Ortolani)

Oltre il piccolo muro che delimita il quartiere, le voci e le anime di una piccola moltitudine corrono lungo la fisicità spezzata di Margherita Ortolani, consumandola. In questa rievocazione si prediligono i vuoti ai pieni, il silenzio alla parola; eppure, l’assenza e il lutto riescono comunque a recuperarsi in un’inesplicabile e materica consistenza. Oltre il muretto è ancora possibile l’incontro con sé, con l’altra, con una lieve speranza. (Tiziana Bonsignore) [Recensione]

NATALE IN CASA CUPIELLO

Ciò che è famigliare e ciò che pertiene al passaggio, da un mondo all’altro, da una generazione all’altra, ma anche da un piano (quello della rappresentazione vera e propria) all’altro (quello della realtà teatrale). Nel Natale in casa Cupiello del TAN la proposizione di una tra le più, se non la più conosciuta opera di De Filippo, rivela un processo di preparazione lungo, un lavoro di confronto e conoscenza della drammaturgia originale, ma anche una nuova tensione all’opera eduardiana come materia viva e interpretabile. (Marianna Masselli) [recensione]

ODRADEK (Menoventi)

In un colorato interno dal sapore espressionista, M. (Consuelo Battiston) vive una realtà anestetizzata dalla ripetizione, un’ucronia à la Black Mirror in cui il maggior provider di servizi (Odradek, appunto, una sorta di Grande Fratello) è giunto a prevedere i desideri dei consumatori, confezionandoli in prodotti consegnati a casa. Nella sua routine piomba il rider Q. (Francesco Pennacchia), fantasma di una possibile relazione “in presenza”, che dovrà vedersela con lo strapotere dell’intelligenza artificiale (Sergio Lo Gatto) [recensione]

ONDE (Simona Bertozzi)

Composizione coreografica davvero articolata e complessa, e che consuona in profondità con l’operazione omonima di Woolf, spesso rinunciando alla forma della scrittura per mettersi «in acque agitate», e interporre coi corpi all’espansione dello spazio omogeneo la ricchezza espressivo-situazionale dello spazio vissuto; non si tratta infatti di un’esperienza di scrittura ‘sul tempo’ ma sulla sua affettiva spazializzazione. [recensione]

OFFICINA PROMETEO (Francesco Picciotti / Divisoperzero)

Tavolo, cantinelle, angoli che appaiono e scompaiono, oggetti comuni che, capovolti, svelano un volto estremamente espressivo, qui ogni elemento è materiale di recupero. Un sorprendente artigianato della scena mescola storytelling e manipolazione per raccontare le sfide dell’essere umano. Da tempo esperto nel realizzare e animare figure minute nascosto nelle baracche, Francesco Picciotti compie un passo importante nell’emancipazione del teatro di figura come teatro per tutti. (Sergio Lo Gatto)

PAGLIACCI ALL’USCITA (Roberto Latini)

L’ultimo lavoro di Roberto Latini giustappone il libretto dell’opera di Leoncavallo e Pirandello per consegnare un messaggio d’amore al teatro. Un’inedita compagine attoriale immersa in una scenografia onirica e simbolica racconta la vita, la morte, l’amore: l’umano trasfigurato, la tensione verso l’ignoto, il mistero da accogliere. (Sabrina Fasanella) [recensione]


 RADIO VINCI PARK (Theo Mercier, François Chaignaud)

Performance totale, in grado di riportare l’attenzione su azioni concrete e nello stesso tempo astratte, su figure in grado di suggestionare diverse strade interpretative e lasciare che ciascun partecipante possa scegliere cosa vedere. Il refrain, la variazione, l’ossessione, portare alla massima tensione un’esperienza finché non raggiunge la sua messa in crisi: queste sono le caratteristiche. L’abilità coreutica, quasi circense di Chaignaud, si fa tentativo umano di poter muovere l’inamovibile fintanto che la meraviglia non esplode e prende vita davanti ai nostri occhi, correndo a cavallo di uno stuntman in moto e mettendosi in quella dimensione di pericolo che però è vita in scena. (Viviana Raciti) [recensione]

RITRATTO DELL’ARTISTA DA MORTO (Davide Carnevali)

Un’opera che nasce da un’operazione, quella che Davide Carnevali tratteggia sui lineamenti di Michele Riondino. Una vicenda canovaccio, in cui si mescolano l’indagine, il thriller e la letteratura, offre all’attore l’opportunità di mettere in gioco gli elementi della propria biografia a farsi parte della drammaturgia. E così partire dall’Italia e finire in Argentina, tra le maglie strette di una dittatura, a snidare da sotto la polvere una storia sepolta nel silenzio. (Simone Nebbia) [recensione]

SCONOSCIUTO. IN ATTESA DI RINASCITA (Sergio Del Prete)

Le periferie sono un coacervo di pregiudizi e ipocrite fantasie, ed è difficilissimo raccontare in maniera equilibrata, di un equilibrio che è fatto di odio, pietà e dolore, una realtà di per sé ingestibile per l’immaginazione. Ma Sergio Del Prete ha dimostrato una passione e un’intelligenza rara. Il suo corpo da uomo di periferia, propaggine addolorata del contesto in cui vive, è uno strumento poetico di eccezionale vigore figurativo ed emotivo. Una voce preziosa tra tante insignificanti idee. (Valentina V. Mancini) [recensione]

SPAfrica/ (Julian hHetze & Ntando Cele)

La platea è continuamente attraversata da reazioni contrastanti e concomitanti: da un lato è inevitabile mettersi sulla difensiva, sentirsi feriti e dichiararsi offesi da quell’insinuante e giudicante invettiva che ridicolizza l’intelligenza dello spettatore. Dall’altro ci si ritrova a dover ammettere che quelle tragiche barzellette razziste, quel black humor spicciolo, suscita incredibilmente sommesse risate: sembrano emergere nostro malgrado, provenienti da una radice ancestrale nascosta sotto strati e strati di cultura buonista e addomesticante; risuonano cupe, ingenue, prontamente soffocate: il rigurgito di una cena che pensavamo di aver digerito. (Sabrina Fasanella) [recensione]

 

SULL’ATTIMO (Camilla Monga)

Costruito in diretta permuta, fatta di ascolto e sintonia, con le tecniche di improvvisazione e contaminazione jazz del polistrumentista Emanuele Maniscalco, che liberano istruzioni per riconoscere, in ciò che può la coreografia, ossia tutto il vivente: qui tutto è misura, equilibrio e affermazione sottile di una ipotesi generativa di bilico, di frattura, di errore come variazione di ciò che agisce sempre come imprevedibile. (Stefano Tomassini) [recensione]

STUPOROSA (F. Marilungo)

In un frangente storico di presa di coscienza sulla crisi climatica e sulla sfida per la sopravvivenza del pianeta, acquisisce urgenza una riflessione intorno al lutto e all’accettazione della fine, tra dimensione personale e collettiva. Francesco Marilungo traccia una verticale coreografica e canora intorno al pianto rituale e alle sue iconografie, dando nuova linfa alla potenza dei testi di E. De Martino. (Andrea Zangari) [recensione di Andrea Gardenghi]

TRE SORELLE DI MUTAIMAGO (Muta Imago)

Deflagrare il classico cechoviano, slabbrarne lo spaziotempo per sottrarre tutto ciò che non è vertigine. Regia, drammaturgia, tappeto sonoro e prove attorali fondono la materia del dramma per poi colarla su Maša, Ol’ga e Irina. Il risultato è un magma in cui interiorità e interiora, grida e linguaggio sono un unicum che interroga il senso ultimo di ogni nostra velleità, il nostro voler essere qualcosa, in qualche luogo. (Andrea Zangari) [recensione di Sergio Lo Gatto]

TRILOGIA DELLA CITTA’ DI K. (Federica Fracassi e Fanny & Alexander)

Di là dai fasti di una sontuosa produzione che – e troppo spesso capita di rammaricarsene – difficilmente potrà attraversare il Paese, quel che sorprende di questa operazione è l’apparenza di un totale controllo della pur intricata trama, trattata come una crudele pagina di diario interiore che, non fosse accartocciata da una paradossale grafia, potrebbe portare la firma di chiunque di noi. [recensione di Sergio Lo Gatto] (intervista di Simone Nebbia)

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