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Virgilio Sieni e la cecità cannibale

Virgilio Sieni ha realizzato un nuovo lavoro ispirato al noto romanzo di José Saramago, ed è un difficile affondo sulla perdita del mondo, la predazione intraspecifica di una cecità cannibale che ritrova (anche nella danza) una dimensione selvaggia e selvatica nel fare spazio all’epifania animale.

Foto Andrea Macchia

È abbastanza spiazzante il nuovo lavoro di Virgilio Sieni visto al Fabbricone di Prato, dopo la settimana di debutto a Torino, in un sempre tutto esaurito Teatro Astra. Cecità, per sei interpreti, è incidentalmente ispirato all’omonimo romanzo di José Saramago del 1995. Ma qui Sieni, avendo a disposizioni altri mezzi, sembra mettere in campo nuove petizioni. Non si tratta di una trasposizione del romanzo, dunque, né di un suo rifacimento attraverso nuovi codici. In questo nuovo lavoro su commissione, in scena ci sono Jari Boldrini, Claudia Caldarano, Maurizio Giunti, Lisa Mariani, Andrea Palumbo e Emanuel Santos. Ma anche la dicitura ‘liberamente ispirato a’ secondo me non aiuta. Io credo si tratti di tutt’altra cosa. Pure le sue precedenti esperienze con performer non-vedenti in questo lavoro ritornano e risuonano molto poco. Sieni si fa soltanto carico del mandato didattico del romanzo, e vivaddio lo ribalta (forse lo aggiorna a più cogenti questioni): «la notte dell’etica» in un possibile riscatto che però oggi non è più dell’umano.

Foto Andrea Macchia

L’avvio è tra i più folgoranti. Dietro un telo di proscenio si manifesta quella che a me è sembrata (soffrendone) una vera e propria «aura visiva». Di quelle minori e reversibili, però, che assalgono gli occhi per fatica e stanchezza, e che influenzano la visione con la comparsa di fosfeni (flash e lampi di luce) o di scotomi (macchie scure, linee a zig zag). Questo effetto prolungato di fotofobia comporta un offuscamento visivo che richiede solo riposo. La chiusura delle palpebre per diversi minuti. Una cecità momentanea e indotta, capace di recupero e riparazione. A partire da questa folgorazione, tutta la prima parte della coreografia di Sieni è giocata dietro a questo sipario opaco, e sul quale le immagini non riescono proprio a fermarsi.

Foto Andrea Macchia

Ombre imprecisate, parziali anatomie, figure incomplete e sempre in fuga, come linee luminose di interferenza nell’alternarsi delle cromie: su questo bianco telo a proscenio tutto è sempre in movimento. Grazie al preciso disegno delle luci (di Andrea Narese e del coreografo) appaiono anche le sagome di radi oggetti, appaiono e scompaiono quasi sùbito però, come citazioni residue del romanzo (un tavolo, un paio di forbici etc.) ma anch’esse incapaci di fermarsi perché sono emblemi di azioni pervertite, come un trolley di cui si intravede la forma nell’ombra, figurazione (per Sieni) della «nausea del viaggio».

Foto Andrea Macchia

Nella seconda parte, una volta alzato il telo bianco, dietro a un velato che resta e attenua e sfuma la visione, non di rado resa più ambigua e sinistra, appaiono i sei corpi degli interpreti, in uno spazio chiuso da larghi tendaggi: un «mare di latte nel quale sono caduti gli abitanti del mondo». A terra sparsi resti di corpi (come i costumi, di Silvia Salvaggio), espressamente ispirati alle pitture dei bambini cannibali di Michaël Borremans, che restituiscono tutta la condizione ‘finale’ del mondo, tra corpi accovacciati, carponi e spesso di spalle o definitivamente arresi al suolo. Sono corpi incapaci di reggersi in piedi, continuamente spezzati e rifratti ma che comunque provano in tanta inquietudine una relazione, una catena, una presa in carico della instabilità nella quale sono catturati, come soggiogati da misteriose forze che non sono necessariamente negative né per forza benevoli. È senz’altro il cannibalismo indotto nel romanzo di Saramago, ma forse qui Sieni riflette più opportunamente anche sulla condizione della danza. E di come sia necessario pensare e ritrovare una dimensione selvaggia e selvatica, capace di nuove logiche che non siano più al servizio di un mondo ordinato a immagine dell’uomo e in cui la merce regna sovrana. L’intuizione e lo spostamento sono enormi, la radicalità delle scelte di movimento evidenti, anche se in questo lavoro non ancora pienamente compiuto: soprattutto l’universo sonoro (di Fabrizio Cammarata) sembra soltanto affermare, senza realizzare questo spazio imprevisto e ancóra incolto.

Foto Andrea Macchia

La terza parte che chiude il lavoro introduce in scena la figura spettrale di un Arlecchino tutto bianco e senza volto. Ha una lunga asta in mano che termina con un microfono: nel suo vibrare nel circostante raccoglie senza precisione un mondo che forse non c’è già più. Subito circondato da una muta inquieta di animali, questo spettro è figura di ritorno nell’immaginario del Sieni, eppure qui rischia di assolvere a un compito ben più nuovo e severo, definitivo. Quello di essere figura di passaggio all’epifania animale come risoluzione della perdita del mondo: la predazione intraspecifica di una cecità cannibale che ha fatto spazio a una rivelazione oltreumana.

Stefano Tomassini

Novembre, Teatro Metastasio, Prato

Date in calendario tournée

Bari (BA), Teatro Piccinni, 3 febbraio 2024
Napoli (NA), Teatro Mercadante, 2 e 3 marzo 2024
Rovereto (TN), Teatro Zandonai, 26 marzo 2024
Genova (GE), Teatro Ivo Chiesa, 17 aprile 2024
Pesaro (PU), Teatro Rossini, Pesaro Danza Focus Festival, 18 maggio 2024

Cecità

liberamente ispirato al romanzo Cecità di José Saramago
ideazione, coreografia, spazio Virgilio Sieni
interpreti Jari Boldrini, Claudia Caldarano, Maurizio Giunti, Andrea Palumbo, Emanuel Santos, Lisa Mariani
musiche originali Fabrizio Cammarata
luci Andrea Narese, Virgilio Sieni
costumi Silvia Salvaggio
maschere Chiara Occhini
produzione Centro Nazionale di Produzione della Danza Virgilio Sieni, TPE – Teatro Piemonte Europa, Teatro Metastasio di Prato

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Stefano Tomassini
Stefano Tomassini
Insegna studi di danza e coreografici presso l’Università Iuav di Venezia. Nel 2008-2009 è stato Fulbright-Schuman Research Scholar (NYC); nel 2010 Scholar-in-Residence presso l’Archivio del Jacob’s Pillow Dance Festival (Lee, Mass.) e nel 2011, Associate Research Scholar presso l’Italian Academy for Advanced Studies in America, Columbia University (NYC). Dal 2021 è membro onorario dell’Associazione Danzare Cecchetti ANCEC Italia. Nel 2018 ha pubblicato la monografia Tempo fermo. Danza e performance alla prova dell’impossibile (Scalpendi) e, più di recente, con lo stesso editore, Tempo perso. Danza e coreografia dello stare fermi.

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