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Per non soccombere al Grande Vuoto

Il Grande Vuoto è l’ultimo capitolo della Trilogia del Vento di Fabiana Iacozzilli, andato in scena al Teatro Vascello nell’ambito del Romaeuropa Festival 2023, appuntamento finale di una personale che il festival ha dedicato ai tre lavori della regista. Recensione.

Foto Piero Tauro

Il modo più feroce che ha la vita di presentare il conto è setacciare la memoria per conservare solo brandelli di giorni. Oppure è forse il modo più dolce che ha di preservarci a noi stessi, magnificando i ricordi belli, trasfigurando e annebbiando quelli più duri. Un oggetto, le note di una canzone che passa alla radio, un gesto vezzoso diventano il simulacro dei nostri giorni, scrigni in cui custodiamo inconsapevolmente la nostra anima. Sono l’eredità che lasciamo di noi, altrettanto inconsapevolmente, a chi ci ama. Il grande vuoto, ultimo capitolo della Trilogia del Vento di Fabiana Iacozzilli, tiene unite queste due possibilità, crudeltà e dolcezza, due facce della medaglia della vecchiaia. Si racconta l’Alzheimer senza mai nominarlo: non la malattia, ma il suo corrodere la mente e le esistenze che la circondano, lo sforzo disperato di tenere insieme i pezzi, l’arrendersi all’evidenza, il tentativo di sublimarla.

Foto Francesco Bondi

Davanti a un fondale dorato in perenne, impercettibile movimento, come fosse costantemente attraversato da un sottile soffio di vita, un’automobile occupa il centro del palcoscenico del teatro Vascello: oggetto vivo, come una stanza esterna alla casa accoglie gesti abitudinari di una coppia di anziani che si accinge a tornare a casa dopo aver fatto la spesa. È un momento buffo, clownesco: tra arance che rotolano, occhiali che cadono appena dopo averli raccolti, i due (Giusi Merli ed Ermanno De Biagi) dialogano di cose fondamentali e inutili, si accudiscono e si sopportano, si rimproverano e si amano. Emergono impercettibilmente i primi elementi fondamentali del racconto: il passato da attrice di lei, il rapporto con i figli, le prime defaillances della sua mente. Questo quadro è bruscamente interrotto con la sequenza più evocativa dello spettacolo: in una nuvola di fumo il marito si allontana fino a scomparire, mentre la moglie viene estratta da quello che si rivela essere un ricordo. Sono Francesca (Farcomeni) e Piero (Lanzellotti) a tirar fuori la madre da quell’auto, costruendole attorno una sala da pranzo, trasportandola nel presente.

Foto Laila Pozzo

Scritta a partire da improvvisazioni e testimonianze raccolte in RSA e tenute insieme da Iacozzilli con il supporto della dramaturg Linda Dalisi, la drammaturgia si sviluppa attorno a gesti e situazioni quotidiane: le buste della spesa, la tavola da imbandire, il pranzo di famiglia. A eccezione di alcuni sottili momenti, il linguaggio scenico è iperrealista: la lunga sequenza del pranzo, con i suoi cali di ritmo fisiologici, rivela una precisa richiesta rivolta allo spettatore. Non c’è nulla da decodificare o interpretare, si può solo assistere con empatia, ascolto, anche con uno sforzo di pazienza. È la medesima posizione di Francesca e Piero, i figli di Giusi, davanti alla rivelazione della malattia della madre, al suo progredire inesorabile. Le personalità dei figli sono tratteggiate con grande efficacia: l’uno ingenuo, un po’ viziato, immaturo; l’altra forte, tenace, volitiva. Il candore, la spontanea incertezza di Giusi Merli, la rinnovata immediatezza dei suoi gesti ripetuti, dei suoi racconti sempre uguali e sempre un po’ diversi, incontrano l’energia bruciante di Francesca Farcomeni, la figlia forse meno amata, eppure quella che non si rassegna, non riesce ad accettare questa trasformazione, il disgregarsi della complicità con la madre, la progressiva impossibilità di dialogo. Farcomeni è commovente nell’attraversare un ampio spettro di emozioni, dall’impazienza, alla negazione, alla rabbia, al dolore abbracciato stretto. Al polo opposto, ma mai con ostilità, c’è l’ingenuità di Piero, la sua arrendevolezza, il suo rimanere attaccato ai racconti naïf da figlio preferito, la sua incapacità di gestire le cose da solo.  Lo scorrere del tempo è raccontato solo tramite l’apparizione discreta ma loquace della badante (Mona Abokhatwa), l’unica capace di quel distacco che aggira la fatica e assicura pazienza.

Foto Cosimo Trimboli

Il passato teatrale della protagonista viene portato sempre più in primo piano dai suoi racconti: la progressione della malattia è contenuta tutta nel suo tornare ossessivamente al ricordo di una tournée in Russia, di una replica di grande successo di un Re Lear al femminile. Questo felice innesto, che risale alla reale biografia di Giusi Merli, è essenziale allo sviluppo della parabola del dolore: con la sua bianca chioma, il suo incedere incerto e lo sguardo smarrito, la madre assomiglia sempre di più a Lear. In un ulteriore salto di linguaggio, si racconta il definitivo svuotamento della sua esistenza con la mediazione di uno schermo su cui vengono proiettate immagini in bianco e nero, degli interni non visibili della casa e, in presa diretta, del palcoscenico: al freddo delle immagini da telecamera di sorveglianza corrisponde l’accumulo di oggetti sulla scena. Giusi svuota gli scaffali, riversa tutta la vita su un tavolo, senza criterio di catalogazione, senza coerenza, senza possibilità di ordine. È Francesca, con la sua voce-pensiero, a trovare una chiave utile almeno a una momentanea interruzione, una pausa dal dolore: entrare in quel mondo impossibile che è la mente della madre, smettendola di chiedersi di cosa è fatto o come riportarla indietro, sforzandosi di non pensare a cosa questo dolore lascerà in lei. Chiedendosi soltanto come riuscire a trasformare il dolore in bellezza. E la risposta era già in piena vista: il teatro stesso diventa il viatico contro il nulla che avanza.

Foto Laila Pozzo

Sotto una pioggia di coriandoli animati da due grandi ventilatori, Giusi ha indosso una tovaglia per mantello e la stessa corona di quel suo vecchio Re Lear e chiede al vento di continuare a soffiare, mentre i suoi figli e Mona le costruiscono abbozzi di scene e costumi e le danno le battute, incitandola. Il gioco teatrale si fa sublimazione del dolore, il teatro usa il teatro per raccontare una possibilità di resistenza, un antidoto al grande vuoto, mentre sullo schermo come titoli di coda scorrono immagini al ralenti di un passato felice che non tornerà più, che sulla realtà della scena non abbiamo visto, che possiamo solo supporre. Da spettatori, si resta avvolti da una malinconia sottile eppure crudele: per noi non c’è catarsi, ma accettazione dell’arte come sublime palliativo alla spietatezza della vita.

Sabrina Fasanella 

Novembre, Teatro Vascello, Roma

Il Grande Vuoto 

uno spettacolo di Fabiana Iacozzilli
dramaturg Linda Dalisi
con Ermanno De Biagi, Francesca Farcomeni, Piero Lanzellotti, Giusi Merli
e con Mona Abokhatwa per la prima volta in scenaprogettazione
scene Paola Villani
luci Raffaella Vitiello
musiche originali Tommy Grieco
suono Hubert Westkemper
costumi Anna Coluccia
video Lorenzo Letizia
scenotecnica Mauro Rea, Paolo Iammarrone e Vincenzo Fiorillo
fonico Jacopo Ruben Dell’Abate
direzione tecnica Francesca Zerilli
aiuto regia Francesco Meloni
assistenti Virginia Cimmino, Francesco Savino, Veronica Bassani, Enrico Vita
collaborazione artistica Marta Meneghetti, Cesare Santiago Del Beato
foto di scena Laila Pozzo
produzione Cranpi, Teatro Vascello, La Corte Ospitale, Romaeuropa Festival
con il contributo di MiC – Ministero della Cultura, Regione Emilia-Romagna
con il sostegno di Accademia Perduta / Romagna Teatri, Carrozzerie n.o.t, Fivizzano 27, Residenza della Bassa Sabina, Teatro Biblioteca Quarticciolo

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