Chi ha paura di Virginia Woolf? Antonio Latella e l’incubo americano

Recensione. Chi ha paura di Virginia Woolf? di Edward Albee, per la regia di Antonio Latella, con Sonia Bergamasco e Vinicio Marchioni. Visto a Spoleto, poi in tournée in Emila Romagna, Torino, Napoli, Bologna, Milano e altre città .

Foto Brunella Giolivo

Altre volte l’immaginario americano è divenuto, per Antonio Latella, paradigma, specchio di fronte al quale confrontarsi e far esplodere i modelli sociali, soprattutto familiari: Un tram che si chiama desiderio, Francamente me ne infischio e per ultimo, La Valle dell’Eden. Gli Stati Uniti fotografati nella letteratura drammatica e nei romanzi e poi il cinema, non solo per quello spettacolo basato su Via col vento ma anche per la scelta degli altri testi, tutti ben ancorati a un immaginario hollywoodiano dei tempi d’oro: A Streetcar Named Desire era una pellicola del 1951 diretta da Elia Kazan, con protagonisti Vivien Leigh e Marlon Brando, basata sul dramma di Tennessee Williams; il romanzo di John Steinbeck vide una versione al cinema sempre per la regia di Kazan con Julie Harris e James Dean. Insomma c’è un filone della creatività del regista di origini partenopee che spesso si ritrova a confrontarsi con le utopie e le aporie del sogno americano.

Foto Brunella Giolivo

È in questo filone che va inserita l’ultima fatica vista al debutto nel Teatro Menotti di Spoleto con la produzione del Teatro Stabile dell’Umbria: Chi ha paura di Virginia Woolf?, scritto da Edward Albee per il debutto a Broadway del 1962 e poi divenuto pellicola quattro anni dopo con la regia di Mike Nichols. Non è un caso forse se Latella in questo caso torna a collaborare con Vinicio Marchioni, protagonista proprio dieci anni fa di quel Tram chiamato desiderio e che poi nelle stagioni successive ci capitò di vedere nei panni di Brick ne La gatta sul tetto che scotta diretto da Arturo Cirillo. Latella affianca all’attore romano l’esperienza e il talento di Sonia Bergamasco; con loro Ludovico Fededegni e Paola Giannini. La struttura è quella della doppia coppia. Albee apre il sipario su una nottata ad alto tasso alcolico: Martha rabbiosamente, in piedi – come accadrà più volte – suona il piano, un motivetto “Who’s Afraid of the big bad Wolf” in cui però sostituisce le ultime due parole con il nome della celebre scrittrice. La canzoncina dedicata ai bambini diventa così quell’emblematico Chi ha paura di Virginia Woolf?. Metafora di un confronto con la verità costretta nelle norme sociali, nelle gabbie familiari: «Virginia Woolf è un’autrice che crea un nuovo modo di narrare, un nuovo linguaggio. Una vera visionaria, una combattente instancabile per l’emancipazione femminile. Una donna che insegnò alle donne ad uccidere le loro madri, come per gli uomini Edipo ci insegnò ad uccidere i nostri padri, o meglio un’idea di padre, come la Woolf uccise un’idea di madre, quella che vedeva nella donna “l’angelo del focolare”», afferma Latella nelle note di regia. Spiazzare la morte, anticiparla, inventare e mentire, Latella ritrova Woolf dentro Albee e nel perfetto congegno drammaturgico cala il proprio teatro, la maestria nel lavoro con gli attori, sulla parola intesa come schermo, sovrastruttura del linguaggio identitario; anche grazie alla traduzione di Monica Capuani e al lavoro di dramaturg di Linda Dalisi.

In questa notte americana i fantasmi del fallimento aleggiano prepotenti nella vita di una coppia dell’alta borghesia: Martha è la figlia del direttore di un importante college, ha qualche anno più di George, un insegnante di storia che avrebbe dovuto guidare il dipartimento e, nel mantenimento della linea patriarcale, prendere le redini dell’Università. Quando arrivano i due giovani ospiti di questa coppia, che già sembra pronta ad esplodere, il soggiorno diventa un ring/palcoscenico nel quale ambientare una lotta che è anche una pièce, i due ospiti diventano spettatori e coprotagonisti allo stesso tempo. L’obiettivo dei due coniugi è arrivare alla distruzione emotiva: la noia è la morte, va tenuta a bada con l’invenzione, con il teatro, fino a rischiare la conseguenza ultima, la trasformazione della violenza sentimentale in terrore fisico. Non è un problema se in questo tritacarne di accuse reciproche, di scarpe che volano, di urla e cattiverie che diventano frecce reciprocamente lanciate al cuore del loro amore vengano brutalmente coinvolti gli altri due giovani sposi.

Foto Brunella Giolivo

La ricerca del tradimento di Martha con il prestante ospite, raccontato nello squallore casalingo, una pistola che passa di mano in mano fino a sparare a salve; una tensione in cui neanche il sesso riesce ad esplodere definitivamente in una deflagrazione catartica e dionisiaca: tutto implode sottopelle, frenato dalle convenzioni sociali o da un copione in realtà già scritto. Come nel caso del tentato bacio del giovane al professore, con un tempismo perfetto Marchioni/George evita le labbra dell’altro perché, come ribadirà successivamente, è lui a portare avanti il gioco. Le debolezze, le fragilità e le storie altrui diventano benzina sul fuoco: così l’attrazione omosessuale del giovane, increspatura silente del puritanesimo borghese americano, oppure una gravidanza che in realtà era isterica e il cui ricordo ora invoca un desiderio di maternità; fino all’invenzione finale di George, quel figlio inesistente e poi morto in un grottesco incidente.

Foto Brunella Giolivo

L’immaginario di Latella visivamente però non affonda le mani nel cinema popolare, rifiuta la scenografia naturalista e si rivolge a un’estetica cinematografica laterale ma altrettanto riconoscibile, quella di David Lynch: il velluto verde salvia drappeggiante chiude lo spazio su tre pareti, un armadio rappresenta una sorta di affaccio sul nulla, finta entrata ed uscita che non mostra dietro di sé altro spazio se non lo stesso dal quale è dunque impossibile uscire. Nel vuoto della scena di Annalisa Zaccheria ci sono una poltrona e una lampada di design, qualche gatto di porcellana e un pianoforte; si stagliano i colori pastello nei costumi eleganti, ma anche semplici e moderni di Graziella Pepe. Apparirà poi una testa di coniglio, che sarà l’affondo definitivo nell’onirico lynchiano: a spezzare la conduzione registica, fino a quel momento minimalistica e tutta concentrata sugli attori, per lasciare un segno che si imprima nella retina e nella memoria dello spettatore.

Foto Brunella Giolivo

Ma, appunto, questo lavoro sul testo di Albee è soprattutto un lavoro per attori, tra i quali è evidente un affiatamento già di ottimo livello che può solo migliorare durante la tournée. È  questa passione per la parola, per lo scontro che dovrebbe contagiare il pubblico durante le tre ore di performance (che solo in alcuni punti risentono di un certo affaticamento): cresce durante lo spettacolo l’interpretazione di Marchioni, quasi mai affettata nella vocalità e perfetta nella fisicità – bellissima la scena sulla musica in cui riempie i bicchieri e come in una frenetica danza li scola uno per uno; mutevole e in grado di sostenere numerosi cambi vocali fino al limite dell’artificiosità l’interpretazione di Sonia Bergamasco, forse più centrata nella violenta ironia che nei momenti di cupa tragicità, ma comunque potente in un sopra le righe che conferisce il giusto colore al personaggio. Efficaci anche Ludovico Fededegni e Paola Giannini, compassato e misurato il primo, lunare e vocalmente argentina la seconda, credibile nella giovialità alcolica quanto nella triste esuberanza.

La scena finale evidenzia la fatica dello spettacolo nello spettacolo: George è di nuovo seduto sulla sua poltrona, i due giovani amici sono andati, l’atmosfera è satura di adrenalina spenta, addolcita, stremata e appannata dal whisky. Nell’aria rimangono inquieti interrogativi non soddisfatti: «Chi ha paura di Virginia Woolf?», domanda il marito, «io, George» chiude Martha, mentre l’uomo annuisce ineluttabilmente.

Andrea Pocosgnich

9 Gennaio 2021, Teatro Menotti, Spoleto

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Calendario date in tournée
11 gennaio Teatro Comunale Giuseppe Manini – Narni
14-16 gennaio Teatro Comunale – Carpi
18-23 gennaio Teatro Carignano – Torino
25,26 gennaio Teatro Ariosto – Reggio Emilia
28-30 gennaio Teatro Amintore Galli – Rimini
2-13 febbraio Teatro Bellini – Napoli
15-20 febbraio Teatro Morlacchi – Perugia
22 febbraio Teatro Comunale Luca Ronconi – Gubbio
24-27 febbraio Teatro Arena del Sole – Bologna
1,2 marzo Teatro Petrarca – Arezzo
4-6 marzo Teatro Petrarca – Teatro Fraschini – Pavia
8-13 marzo Teatro della Corte – Genova
16-27 marzo Piccolo Teatro Strehler – Milano
29,30 marzo LAC – Lugano

Chi ha paura di Virginia Woolf?
di Edwar Albee
traduzione Monica Capuani
regia Antonio Latella
con Sonia Bergamasco, Vinicio Marchioni, Ludovico Fededegni, Paola Giannini
dramaturg Linda Dalisi
scene Annelisa Zaccheria
costumi Graziella Pepe
musiche e suono Franco Visioli
luci Simone De Angelis
assistente al progetto artistico Brunella Giolivo
assistente volontaria alla regia Giulia Odetto
documentazione video Lucio Fiorentino

produzione Teatro Stabile dell’Umbria con il contributo speciale della Fondazione Brunello e Federica Cucinelli

si ringrazia il Comune di Spoleto


durata spettacolo 3 ore compreso intervallo

Andrea Pocosgnich è laureato in Storia del Teatro presso l’Università Tor Vergata di Roma con una tesi su Tadeusz Kantor. Ha frequentato il master dell’Accademia Silvio D’Amico dedicato alla critica giornalistica. Nel 2009 fonda Teatro e Critica, punto di riferimento nazionale per l’informazione e la critica teatrale, di cui attualmente è il direttore e uno degli animatori. Come critico teatrale e redattore culturale ha collaborato anche con Quaderni del Teatro di Roma, Doppiozero, Metromorfosi, To be, Hystrio, Il Garantista. Da alcuni anni insieme agli altri componenti della redazione di Teatro e Critica organizza una serie di attività formative rivolte al pubblico del teatro: workshop di visione, incontri, lezioni all’interno di festival, scuole, accademie, università e stagioni teatrali.   È docente di storia del teatro, drammaturgia, educazione alla visione e critica presso accademie e scuole.

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