La gatta sul tetto: ancora punge la commedia di Williams

La gatta sul tetto che scotta, di Tennessee Williams, lo abbiamo visto al Teatro Ambra Jovinelli, con Vittoria Puccini e Vinicio Marchioni, la regia di Arturo Cirillo. Recensione

 

la gatta sul teL’interno di una casa borghese dalle grandi pareti tinte di azzurro acqua, un fondale illuminato, giallo cangiante, di fronte ad esso una parete che nel centro si apre per lasciar intravedere un giardino dalla rigogliosa vegetazione verde. A sinistra un grande letto matrimoniale simbolo dell’amore coniugale qui irrealizzato, vicino al letto una cassettiera. A destra, sul lato opposto, un mobile bar con una sedia; è qui che Brick passa la maggior parte del tempo, a dinoccolarsi con la sua gamba rotta e la mente offuscata dall’alcol. È la grande casa americana, di una famiglia agiata, un open space scenico che mette in comunicazione le stanze e dunque i familiari, quasi a non voler dar pace proprio a quell’alcova nuziale spesso al centro dei discorsi. Uno spazio che è anche una sorta di fossa dei leoni, nel quale Arturo Cirillo – alla regia di La gatta sul tetto che scotta visto all‘Ambra Jovinelli di Roma (e in tournée ad Asti, Verona, Bologna, Lugano, Napoli)  fa lottare i personaggi di Tennessee Williams senza scrupoli e sconti. Il drammaturgo americano li ha intrappolati in un dramma senza via d’uscita: lei, Margaret, la gatta che appunto preferisce stare su un tetto che scotta, è una Vittoria Puccini dal tono di voce graffiante e dalle energie fisiche sempre pronte a scattare, sopperisce spesso con la passione a una tecnica non eccelsa; Vinicio Marchioni deve ricoprire invece il ruolo forse più difficile e a mancare probabilmente sono un numero maggiore di sfumature: Brick, ex campione sportivo che ha smesso a causa di un infortunio e ha perso anche il lavoro da cronista, è quasi sempre presente sul palco, ma le sue battute sono brevi anche se affilate, implode interiormente. Un vero e proprio leone da combattimento è invece il padre di lui: Paolo Musio, riempie la scena di umanità, è il più viscerale e il monologo in cui distrugge la figura della moglie (ottima la leggerezza di Franca Penone) credendo di non avere malattia alcuna, rappresenta uno dei momenti più alti dello spettacolo.

La regia di Arturo Cirillo, che in questo caso non ambisce a ricercare sponde di complessità ulteriori rispetto al testo, mira a far emergere la parola, sempre acida e pericolosa, a illustrare la drammaturgia. Parliamo d’altronde del secondo premio Pulitzer per l’autore americano dopo quello vinto con Un tram che si chiama desiderio. La scrittura, ancora pulsante nonostante la lontananza da quei soffocanti anni ’50 (contribuisce la traduzione di Gerardo Guerrieri), si sviluppa soprattutto attorno a due temi: la relazione arrivata al capolinea tra Meggie e Brick, «tu non vivi con me; stiamo insieme nella stessa gabbia e basta»   che deve vedersela con le ipocrisie e le lotte familiari per l’eredità  e un altro rimosso, l’ambiguità di una vecchia amicizia tra Brick e Skipper. È qui che Williams sfodera le sue carte migliori e Marchioni dà il meglio nella versione di Cirillo: in questa verità sospesa, che non ha i tratti e i contorni di qualcosa di assoluto, ma anzi sfuma nel relativismo, tra le nebbie della memoria, le percezioni dei personaggi e dello spettatore. Eppure questo non detto ha il peso di un macigno: nella società americana dura e pura di più di mezzo secolo fa (e probabilmente anche nella nostra attuale), non era neanche pensabile che due uomini potessero nascondere una relazione che andasse oltre l’amicizia; meglio la bugia, sulla quale costruire vuote apparenze.

Andrea Pocosgnich
Twitter @andreapox

La gatta sul tetto che scotta
di Tennessee Williams
traduzione di Gerardo Guerrieri
con Vittoria Puccini, Vinicio Marchioni, Paolo Musio, Franca Penone, Salvatore Caruso, Clio Cipolletta, Francesco Petruzzelli
scena Dario Gessati
costumi Gianluca Falaschi
luci Pasquale Mari
musiche Francesco De Melis
regia Arturo Cirillo
coproduzione Compagnia Gli Ipocriti e Fondazione Teatro della Pergola
Durata dello spettacolo 1 ora e 45 minuti, atto unico
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