Latella, sei ore nella Valle dell’Eden di Steinbeck

Recensione. All’Arena del Sole di Bologna abbiamo assistito allo spettacolo di Antonio Latella a partire dal romanzo di John Steinbeck, La valle dell’Eden.

Foto di Brunella Giolivo

Alcune questioni sormontano questa impresa biblica in forma di spettacolo: una coproduzione a tre che vede impegnati ERT Fondazione, Metastasio di Prato e Teatro Stabile dell’Umbria; una durata di quasi sei ore; una firma registica riconoscibile e salda come quella di Antonio Latella; un cast eccezionale; una concezione delle scene imponente e mai superflua. Alla base uno dei capisaldi della letteratura contemporanea, non soltanto – anche se intrinsecamente – americana, East of Eden di John Steinbeck (del 1952, cui seguì una riduzione cinematografica di Elia Kazan nel ’54, sulla seconda parte delle vicende). Al cuore, dunque, una scrittura che parte dal romanzo e trova nel teatro – grazie alla volontà registica di Latella e a Linda Dalisi che assieme a lui ne cura l’adattamento drammaturgico – suo spazio abitativo, lo comprende e lo travalica.

Il testo diventa il mezzo per dispiegare, certo, una riflessione sull’America a cavallo tra Otto e Novecento e su tutte le questioni che l’hanno segnata dal punto di vista sociale, economico e mitologico: dalla lotta alla sopravvivenza che ha segnato la conquista del West all’imposizione del capitalismo, dall’affermazione identitaria come supremazia a quella che passa per la rinuncia, dal rapporto tra fratelli a quello tra maschile e femminile, tra forze e debolezze, tra vincolo come sicurezza e legame come catena da rompere, tra vendetta e perdono. All’interno della dimensione epica caratterizzata dalla cristiana lotta tra bene e male, La valle dell’Eden, tanto nella versione di Steinbeck quanto in quella di Latella, sceglie di piazzarsi nel mezzo; il cuore di tutto non è in uno dei due estremi, in quell’«ho fatto bene o ho fatto male», ma nel solco invisibile tra quelle scelte, in quell’interpretazione della parola prima biblica e ora incarnata in vicende personali, che non diventa più imposizione ma libera scelta.

Foto di Brunella Giolivo

Del romanzo vengono individuati alcuni dei molti filoni narrativi che caratterizzano quella che Steinbeck definì «la storia più grande di tutte», e che in questo adattamento muove a partire soltanto dalle vicende della famiglia Trask, di un padre che aveva due figli, Charles e Adam, del diverso trattamento a loro riservato, e poi dei figli di quest’ultimo, Aron e Caleb – sebbene rimanga il dubbio che a concepirli non sia stato lui ma il fratello –, delle aspettative e dei trattamenti da questi subiti come accaduto al precedente duo. Già la ripetizione, così come le iniziali delle due coppie di nomi, dovrebbero rimandare all’episodio del Vecchio Testamento riguardante le vicende di Caino e Abele, della predilezione del padre verso il secondo, ucciso dal primo che poi fu esiliato, «a oriente di Eden», per l’appunto. I pochi ma complessi versetti del libro IV della Genesi che le riguardano vengono esplicitati nel testo e sono al cuore delle azioni che muovono i personaggi; non soltanto i principali, ma anche quelli dell’amico Samuel Hamilton e del cuoco cantonese Lee, figure sagge e vicine al protagonista Adam, e, per contrasto tragico, perfino quelle di Cathy, unica donna presente a riempire e a determinare decisamente l’azione, a sconvolgerla con il suo atteggiamento, tentatrice e rifiutante al contempo. A raccordare gli avvenimenti ambientati in un’America arsa e poco ospitale, qui resa attraverso pochi ma chiari segni, in scena ci sono poi anche altre figure che fanno da sfondo, tra le quali spicca una voce che funge da narratore, rosa-vestito, pronto a commentare quanto succede quasi assumendo su di sé le parole dell’autore.

Foto di Brunella Giolivo

Ma, questa, diventa anche l’occasione per mostrare uno spiegamento di generi, di stili, di tempi e interpretazioni diverse. Via che, nelle intenzioni di Latella, trova il proprio confronto con la letteratura per «cercare un azzeramento che mi allontani dalla spettacolarizzazione della parola e mi riporti verso l’essenza; verso quell’atto maturo e responsabile di scegliere un nome da dare ai nostri figli, e semplicemente dirlo, o chiamarlo, lontano dalla parola recitata per giustificare il nostro mentire quotidiano». Se il primo atto sembra quasi porsi come una provocazione, una sfida alla rappresentazione, un chiudere il campo – letteralmente –  in maniera chiara e inequivocabile rispetto a cosa mostrare e cosa celare, dove i tempi appaiono lunghissimi, amplificati dall’eco di microfoni ambientali che suggerisce un’ampiezza di spazi sconfinata e le voci non sempre sono riconducibili a uno specifico personaggio, a una precisa fonte; il secondo tempo dischiude libertà estetiche che nella parte precedente, ragionando per coerenza, sarebbero apparse come impensabili. Sul palco si danno il cambio momenti leggeri, comici, quasi da slapstick, alla recitazione straniata fa posto un’aderenza al quotidiano quasi cinematografica e, esponenzialmente, questa variazione persegue fino alla fine, chiudendo il cerchio, nella penultima scena, su un tempo nuovamente dilatato, che ad alcuni potrebbe apparire quasi superfluo se non si considerasse la necessità di far “digerire” il portato immenso cui la storia e la scena conducono.

Foto di Brunella Giolivo

Immaginatevi il palco quasi fosse una sala operatoria, tutti ad assistere a una scena chirurgicamente pensata e agita: vedrete là tutti gli organi vitali, solo che al posto degli organi troverete un uomo costantemente di spalle, mentre altri ruotano vorticosamente sul palco e nella sua vita. Poi un tavolo, alcune sedie, pochi oggetti dal valore intrinsecamente simbolico: sono delle scarpe continuamente cambiate, spaiate anche (come quelle che identificano lo sceriffo, l’arrivo dei neonati, delle figure di passaggio), un gomitolo la cui trama prosegue nelle mani della donna vestita di rosa; ma sono anche dei sassi, metonimie di un lavoro faticoso che caratterizzava la prima generazione, delle case da costruire, da riempire e svuotare, di un peso infilato tra le gambe di cui ci si vorrebbe sbarazzare ma che rimane a ricordare il valore creatore della terra anche quando sembra sterile… È tutto limpido, illuminato a giorno, tutto: scena, platea; tutto a prima vista straniante. Una sensazione resa ancora più vivida, evidente, quando cala un sipario (quello che sembra un moderno tagliafuoco ma che è parte della scena di Giuseppe Stellato) e si ferma quasi a terra, nel mezzo dei conflitti, tra la prima coppia di fratelli. Avendo preclusi viso e sguardi, chi assiste è portato a fare uno sforzo interpretativo maggiore, a leggere intenzioni nei piedi che nervosi battono il tempo, nelle ginocchia che vibrano, nelle schiene tese, come quella di Adam, costretto al suo ruolo, quasi ad attestarne l’impossibilità a una reale e profonda conoscenza. Fin quando la tensione non arriva al culmine e perfino l’imponenza di quel tagliafuoco non viene fatta a pezzi, a ingrandire come al microscopio le conseguenze di un proiettile scagliato contro un uomo, contro l’utopia di una famiglia felice che passa per il rifiuto delle responsabilità e la fuga. L’abbandono, la resa lasciano Adam e gli altri personaggi a vagare, sperduti nella vastità del palco, nell’oscurità che progressivamente li adombra, salvo poi trovare proprio in quel tramonto, in quella qui dichiarata sconfitta, il luogo per spezzare le proprie ereditarie catene.

Foto di Brunella Giolivo

In tale storia fatta di uomini, governata da figure maschili, sorprende l’interpretazione del personaggio di Cathy, moderna Eva che inganna, seduce, abbandona; nemesi perfetta che però in questa versione si arricchisce di una tensione alla libertà, all’indipendenza che rimane incompresa e pertanto giudicata sempre e solo come cattiva. Nella seconda parte, quando la sua rivalsa – centrale ma non unico momento – trova terreno dentro un bordello, in cui prima si mostra amorevole e poi crudelmente autoritaria (anche qui per mezzo di sotterfugi e inganni manipolatori che snidano sentimenti, vuoi d’amore carnale vuoi d’amore materno), il suo personaggio sembra celare una profondità mai del tutto dichiarata, un’umanità contro la quale combatte, costretta anche lei dalle angherie subite dal maschile e dalle quali si vuole smarcare. Per farlo, l’unica via a lei conosciuta è quella di annullare ogni bontà, ogni barlume di sentimento negli altri e verso l’altro, anche quando a trovarla non sono senatori – cui concedere perversioni e così tenerli in pugno – ma l’anziano marito, Adam, o il giovane figlio, Aron, entrambi portati lì dalla necessità di conoscenza, ma alla fine liberi dal peccato. Costretta nella gabbia che si è voluta costruire (e che, scenicamente viene montata, pazientemente a vista, nell’ultimo tempo dello spettacolo), non le rimarrà altro che rimanere lì, da sola, dentro la sua casa, gabbia che arriva fino al soffitto, talamo e tomba dal quale non uscirà più.

Foto di Brunella Giolivo

“Il secolo che passa è davvero meglio di quello che arriva?” diceva l’autore nel primo tempo, come a indicare una storia che sempre si ripete, che sempre segua lo stesso corso. Eppure, come nell’ultima pagina del libro, affidata oramai all’essenzialità della lettura, il punto non è quanto si è compiuto, come nel testo il segreto è già nella «parola ebraica, la parola timshel – tu puoi – implica una scelta. Potrebbe essere la parola più importante del mondo. Significa che la via è aperta. Rimette tutto all’uomo. Perché se “tu puoi”, è anche vero che “tu puoi non”». Allora, riprendendo altre parole dell’autore, redatte per l’assegnazione del Nobel, «dobbiamo cercare in noi stessi la responsabilità e la saggezza che una volta chiedevamo alle divinità con le preghiere. L’uomo stesso è divenuto il nostro più grande rischio e la nostra sola speranza. Così che oggi potremmo benissimo parafrasare San Giovanni Apostolo: Alla fine è la parola, e la parola è l’uomo, e la parola è con l’uomo».

Viviana Raciti

Visto al Teatro Arena del Sole, Bologna – novembre 2019

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LA VALLE DELL’EDEN

di John Steinbeck
traduzione Maria Baiocchi e Anna Tagliavini
adattamento Linda Dalisi e Antonio Latella
regia Antonio Latella
con Michele Di Mauro, Christian La Rosa, Emiliano Masala, Candida Nieri, Annibale Pavone, Massimiliano Speziani, Elisabetta Valgoi
scene Giuseppe Stellato
costumi Simona D’Amico
luci Simone De Angelis
musiche e suono Franco Visioli
assistente al progetto artistico Brunella Giolivo
assistente alla regia volontario Paolo Costantini
direttore tecnico Robert John Resteghini
direttore di scena e capo macchinista Lorenzo Martinelli
macchinista Riccardo Benecchi
capo elettricista Lorenzo Maugeri
fonico Chiara Losi
fonico di palco Hania Radecka
sarta realizzatrice Cinzia Virguti
sarta Simona Paganelli
trovarobato Alessandra Biondi
scene costruite nel Laboratorio di Emilia Romagna Teatro Fondazione
responsabile e capo costruttore Gioacchino Gramolini
costruzioni in ferro Marco Fieni, Riccardo Betti
macchinisti costruttori Sergio Puzzo, Gianluca Bolla
scenografi decoratori Ludovica Sitti (capo), Lucia Bramati, Sarah Menichini, Benedetta Monetti, Rebecca Zavattoni
grafica Marco Smacchia
documentazione video a cura di Lucio Fiorentino
produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione, Teatro Metastasio di Prato, Teatro Stabile dell’Umbria

LA VALLE DELL’EDEN Copyright © 1952 di John Steinbeck
Copyright © rinnovato 1980 di Elaine Steinbeck, Thom Steinbeck e John Steinbeck IV

foto di Brunella Giolivo

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