Akram Khan. Prometeo indiano

Akram Khan torna al Romaeuropa Festival con Xenos, acclamato alla prima con applausi e ovazione. Recensione

Foto Jean Louis Fernandez

È un cortocircuito, una scarica elettrica che interrompe un flusso sonoro e vocale. Un calo di tensione che fa spegnere le luci mentre il pubblico entra in sala e in scena si rincorrono e rintoccano le sillabe del konnakol (tecnica della musica carnatica indiana in cui vengono pronunciate sillabe come se ad ognuna di esse corrispondesse un diverso suono) intonato nel prologo di Xenos, l’ultima produzione della Akram Khan Dance Company presentata nella settimana di apertura del Romaeuropa Festival 2019. Akram Khan è ormai ospite fisso della rassegna dal 2002, una consuetudine per il pubblico della Capitale che alla prima ha riempito il Teatro Argentina e ha salutato l’artista nel finale con uno scroscio di applausi e standing ovation.

Funi arrotolate poggiano su una superficie scoscesa, rossastra; legano sedie, tavoli e strumenti musicali. Così appare il palcoscenico, quando le luci sono accese, calde, in un tepore sospeso e tuttavia non confortante. La scena/scenario che fa da fondo all’incedere coreografato del kathak non ha nulla di esotico, è al contrario un campo di battaglia di segni, del passato, che stanno per essere letteralmente tirati via: le funi “si animano”, cingono gli oggetti, li trascinano con flemma solenne facendoli scomparire dietro quella che ormai ci sembra il degradare di un rilievo montuoso.

Foto Jean Louis Fernandez

Tutto è immaginifico, poetico, vivido. Eppure quello di Xenos è un commiato crudo, una ferita, l’ultima coreografia di lunga durata da solista determinata a ribadire e confermare, in definitiva, la tensione collaborativa che contraddistingue la cifra autoriale di Akram Khan e che lo ha visto condividere e ibridare la sua ricerca con artisti provenienti da diverse arti performative come la danzatrice Sylvie Guillem, il coreografo-danzatore Sidi Larbi Cherkaoui, la cantante Kylie Minogue, l’attrice Juliette Binoche, oltre a visual artist come Anish Kapoor, Antony Gormley e Tim Yip, allo scrittore Hanif Kureishi e ai compositori Steve Reich, Nitin Sawhney, Jocelyn Pook e Ben Frost. Xenos è saluto non pacificato, interrotto appunto da un cortocircuito, dimostrazione di un’irrisolutezza storica e politica che soprattutto in questi ultimi anni si vede sempre più esacerbata. La questione postcoloniale si incastra allora come pietra che non può rotolare giù dalla montagna ma che rimane conficcata tra passato e futuro, a ribadirne gli effetti.

In un virtuosismo narrativo e stilistico che si fonda sulla riconoscibile danza creola di Akram Khan, la quale fonde gli stilemi del kathak con quelli della danza contemporanea, Xenos racconta del sacrificio dei soldati sepoy indiani che combatterono a fianco dei soldati inglesi durante la Prima Guerra Mondiale.

Fot Jean Louis Fernandez

La costruzione dell’identità del colonizzato indiano e quella del colonizzatore inglese si esplicita scenicamente in una drammaturgia che alla partitura coreografica unisce quella musicale composta da Vincenzo Lamagna, all’interno della quale la violenza etnocentrica occidentale (rappresentata dagli ordini emessi da un grammofono) si incontra e stride con la libera emanazione del gesto, il quale pur manifestando la sua spinta vitale ne riflette allo stesso tempo l’assoggettamento e il trauma. Lo stridore metallico e quasi ancestrale dei sonagli posti alle caviglie (ghunghru) dei quali si priva il danzatore nella partitura iniziale, è accostato alla solennità delle parti vocali del Lacrimosa mozartiano, suonato e cantato dal vivo dall’ensemble dei musicisti posti dietro al velatino e “sopra la montagna”. Ma la storia non basta a Khan, da qui la scelta di incontrare il mito e a dialogare con esso scegliendo quello di Prometeo come sinonimo del corpo punito, distrutto e martirizzato del colonizzato. Un’immagine che nel suo, atroce, messaggio politico tuttavia dimostra la commistione tra la cultura colonizzata e quella colonizzatrice, l’una riflessa nell’altra: il mito appartiene infatti alla civiltà occidentale, non appartiene, direttamente, al tessuto culturale indiano.

Perciò «L’arte è la possibilità di ricordare che siamo più di una dimensione» – questo afferma Akram Khan in un’intervista rilasciata ad Andrea Porcheddu e facente parte del programma di sala. La danza solista di Xenos è il dispiegamento gestuale di un pensiero che nel suo enunciarsi mira a decolonizzarsi, e a scorporare ciò che è stato precedentemente incorporato. Prometeico movimento che, nel ribadire la lacerazione di una trama identitaria, si dimostra in divenire: il corpo rinnovato dalla sofferenza si arrampica, scala la montagna – dove dovrebbe essere incatenato – e si lascia avvolgere da quelle stesse funi che ora sono incapaci di imbrigliare, sono incapaci di ostacolarne il gesto che tende al senso della natura, alla sua virtù e al carattere multidimensionale.

Lucia Medri

Teatro Argentina, Romaeuropa Festival – settembre 2019

Regia/Coreografia/Performance Akram Khan
Dramaturg: Ruth Little
Light Designer: Michael Hulls
Musiche originali composte da: Vincenzo Lamagna
Set Designer: Mirella Weingarten
Costumi: Kimie Nakano
Scrittura: Jordan Tannahill
Direzione prove: Mavin Khoo e Nicola Monaco
Danza: Akram Khan
Musicisti: Nina Harries (doppio basso e voce), Clarice Rarity (violino), B C Manjunath (percussioni e konnakol), Tamar Osborn (baritono sassofono), Aditya Prakash (voce)

Produttore: Farooq Chaudhry | Direttore tecnico: Richard Fagan | Direttore di produzione: John Valente | Direttore di palco: Marek Pomocki | Lighting Engineer: Stéphane Déjours | Sound Engineer: Julien Deloison | Tecnica: Russell Parker | Project/Tour Manager: Mashitah Omar
Materiali di scena realizzati da Louise Edge della LFX props & special fx
La colonna sonora originale è stata realizzata in collaborazione con: Nina Harries, Andrew Maddick, B C Manjunath, Tamar Osborn, Aditya Prakash.

Commissionato da: 14-18 NOW, il programma delle arti del Regno Unito per il centenario della Prima Guerra Mondiale. Coprodotto da: Onassis Cultural Centre – Athens, The Grange Festival Hampshire, Sadler’s Wells London, Hong Kong Cultural Centre, Théâtre de la Ville Paris/Paris/La Villette – Paris, Les Théâtres de la Ville de Luxembourg, National Arts Centre Ottawa, The Center for China Shanghai International Arts Festival (CSIAF), Centro Cultural de Belém, Festspielhaus St. Pölten, Grec 2018 Festival de Barcelona, HELLERAU – European Center for the Arts Dresden, Tanz Köln, Edinburgh International Festival, Adelaide Festival, Festival Montpellier Danse 2018, Julidans Amsterdam, Canadian Stage Toronto, Romaeuropa Festival, Torinodanza festival / Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale, Lincoln Center for the Performing Arts New York, University of California Berkeley, Danse Danse Montreal, Curve Leicester. | Sponsorizzato da: COLAS | Con il supporto di: Arts Council England
Akram Khan è artista associato al Sadler’s Wells e Mountview di Londra e al Curve Leicester.

Prodotto in residenza presso: The Grange, Hampshire and Onassis Cultural Centre – Athens | Ringraziamenti speciali: Katia Arfara & the OCC team, Michael Chance, Michael Moody, Nigel Hinds, Jenny Waldman, Sarah Goodfellow, Hervé Le Bouc, Delphine Lombard, Béatrice Abeille-Robin, Mr. & Mrs. Khan, Yuko Khan, Sayuri & Kenzo Khan, Dannii Evans, Zia Ali, Es Devlin, Zena Edwards, Tim Freke, Ronan Harrington, Daniel Hernandez, Amit Lahav, Jerome Lewis, Confucius MC, Vahakn Matossian, Camilla Power, Ella Saltmarshe, Murray Shanahan, Zahed Sultan, Temujen Gunawandera, Jess Balla, Chris Timpson, Paul Evans, Robin Leonard, Florian Stagliano.

Un ringraziamento speciale a: Temujen Gunawandena

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