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Valerio Binasco nelle ferite di Jon Fosse

Recensione. Dopo aver debuttato in prima assoluta al Teatro Carignano di Torino, La ragazza sul divano di Jon Fosse con la regia di Valerio Binasco è in tournée in Italia: dopo il Piccolo di Milano, il Vascello di Roma, segue il Biondo di Palermo e il Mercadante di Napoli. 

Foto Virginia Mingolla

Quando la luce si spegne in sala e si focalizza la scena, si avvertono gli elementi di un interno casa; erano già lì, per essere osservati, ma la luce e i convenevoli della platea li mantenevano sullo sfondo, là dove sembrava impossibile li raggiungesse lo sguardo. Sembra una banalità, ma non lo è proprio per questo La ragazza sul divano di Jon Fosse (traduzione di Graziella Perin), recente Premio Nobel per la letteratura, che Valerio Binasco porta al Piccolo Teatro Strehler di Milano.

Foto Virginia Mingolla

L’immagine che si apre di fronte, dunque, è in apparenza un classico della scenografia (firmata, con le luci, da Nicolas Bovey), ma a ben guardare gli elementi che vi appaiono – un frigorifero, un tavolo con la sedia, una lavatrice, certo, un divano – sono sparsi nello spazio come se fossero soli, non dunque appartenenti a una casa, ma privi di un legame che li renda parte di uno stesso arredamento. Sembra, dunque, proprio l’immagine esteriore della condizione esistenziale della protagonista, una donna di mezza età, pittrice (magnifica soprattutto nel modulare la voce, Pamela Villoresi), che ripercorre con avvilimento certi episodi chiave della propria vita, scovando in essi i punti cardinali di una profonda solitudine. Sul fondo, poi, è appesa una tela di un dipinto che non le riesce e che, via via, si copre di nero; è l’immagine astratta di una ragazza su un divano a rievocare la stessa pittrice da giovane, è un dipinto di cui lei stessa non può sopportare la vanità, quel “niente” che è la parola più usata di tutto il testo e che ripete di continuo, parlando indifferentemente della propria arte e della vita.

Foto Virginia Mingolla

La casa, poi, tramite le sue parole si schiude a un viaggio nel tempo; sulla scena appaiono i protagonisti di epoche diverse: la stessa donna quando da giovane vagava con i pensieri in cerca di una dimensione a cui affidarsi (compiuta Giordana Faggiano), ma sempre osservando tutto e tutti dal divano della casa materna, poi sua sorella (brillante Giulia Chiaramonte) che sfoga, nella ricerca di apparire e nelle relazioni fugaci, la soddisfazione della propria arsura esistenziale; entrambe sono vittime dell’assenza paterna, un marinaio (apparirà, poi, Fabrizio Contri) sempre via da casa, che ha lasciato sola una moglie distratta e forse disfatta (sorprendente e dinamica Isabella Ferrari), che non sa vivere senza la vicinanza di un uomo e cerca nel fratello di lui (misurato e schivo Michele Di Mauro) una consolazione e un po’ d’amore.

Foto Virginia Mingolla

Un altro piano è poi rappresentato dalla memoria di mezzo, quella di un matrimonio fallito per sua mano, rovinato per la sopraffazione del proprio disagio sul legame con un marito (lo stesso Binasco) forse poco attento e non troppo disponibile, ma che a suo modo l’ama e non vorrebbe starle lontano. In entrambi i quadri del passato, rievocati in flashback attraverso le parole della pittrice che non si concede pace per aver perso ciò che di buono aveva avuto, svolge un ruolo fondamentale una trovata scenica molto intrigante: la comparsa in alcuni momenti chiave, sul retro della parete di fondale, di una stanza da letto che rivela una doppia profondità della scena, in cui si consumano le cause e le conseguenze delle scelte improvvise, improvvide, per questo irreversibili.

Foto Virginia Mingolla

La meccanica dei rapporti nella scrittura di Fosse sembra combattere con un’asfissia, il testo è colmo di vuoti d’aria narrativi che generano una profonda cavità entro cui si annida una ben precisa sofferenza, qualcosa che incide come la punta di una lama ma non affonda mai del tutto, resta lì come a giocare con la ferita. Valerio Binasco, già regista di Sogno d’autunno ancora dell’autore norvegese, manipola il testo con intelligenza, raccogliendo con azioni di regia misurate ciò che ne affiora in superficie, senza alcuna forzatura. In tal modo la regia favorisce la prova di attori solidi che tracciano, con pochi caratteri ben dosati, la natura psicologica del personaggio e un ruolo definito nella storia, perché emerga, in ognuno, sotto la coltre dei comportamenti, lo spessore segreto di una disperazione.

Tutto è sulla scena. Tutti o quasi, in ogni tempo, appaiono sulla scena. Il passato resta impigliato nella rimembranza come fosse convertito in un eterno presente: “Per me tutto quello che è stato è ancora qui. Senza essere qui”, dirà la donna.

Foto Virginia Mingolla

La compresenza di tempi e personaggi amplifica ancor di più la sensazione che assistere a questo spettacolo sia come abitare per un’ora e poco più nella mente della pittrice, cercare in quel niente qualcosa che non lo sia, ricomporre l’ambiente della sua memoria come un puzzle di tessere troppo diverse per potersi legare. Il tempo, dunque, non rimargina ferite che il tradimento delle emozioni ha squarciato in petto, e chissà se Fosse ha letto il Petrarca del sonetto per i “capei d’oro” di Laura, la cui chiosa sembra un po’ l’appendice poetica di questo testo; scrive, Petrarca: “Piaga per allentar d’arco non sana”.

Simone Nebbia

Piccolo Teatro Strehler, Milano – Aprile 2024

Prossime date in calendario tournée 

Palermo, Teatro Biondo dal 26 aprile al 5 maggio 2024
Napoli, Teatro Mercadante dal 7 al 12 maggio 2024

LA RAGAZZA SUL DIVANO
di Jon Fosse
traduzione Graziella Perin
regia Valerio Binasco
con Pamela Villoresi, Valerio Binasco, Michele Di Mauro, Giordana Faggiano, Fabrizio Contri, Giulia Chiaramonte
e con Isabella Ferrari
scene e luci Nicolas Bovey
costumi Alessio Rosati
suono Filippo Conti
video Simone Rosset
assistente regia Eleonora Bentivoglio
assistente scene Eleonora De Leo
assistente costumi Rosa Mariotti
produzione Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale, Teatro Biondo Palermo
In accordo con Arcadia & Ricono Ltd per gentile concessione di Colombine Teaterförlag

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Simone Nebbia
Simone Nebbia
Professore di scuola media e scrittore. Animatore di Teatro e Critica fin dai primi mesi, collabora con Radio Onda Rossa e ha fatto parte parte della redazione de "I Quaderni del Teatro di Roma", periodico mensile diretto da Attilio Scarpellini. Nel 2013 è co-autore del volume "Il declino del teatro di regia" (Editoria & Spettacolo, di Franco Cordelli, a cura di Andrea Cortellessa); ha collaborato con il programma di "Rai Scuola Terza Pagina". Uscito a dicembre 2013 per l'editore Titivillus il volume "Teatro Studio Krypton. Trent'anni di solitudine". Suoi testi sono apparsi su numerosi periodici e raccolte saggistiche. È, quando può, un cantautore. Nel 2021 ha pubblicato il romanzo Rosso Antico (Giulio Perrone Editore)

1 COMMENT

  1. Bella, precisa e illuminante riflessione sullo spettacolo. Grazie anche per averci specificato nomi di personaggi e interpreti (eccetto i tre attori più noti gli altri non li avevo individuati); abitudine ormai pressoché desueta nei teatri di oggi, che evidentemente non danno agli attori l’attenzione che meritano di avere. Non parliamo del Piccolo di Milano, che ha introdotto la pessima idea di non stampare più su carta il programma di sala, affidandone la ricerca e l’eventuale lettura –ahinoi – a un algido QRCode e, quindi, accrescendo l’uso dei telefonini; strumenti che, a teatro, sarebbe meglio neutralizzare, scoraggiandone l’uso, piuttosto che il contrario, per rispetto a chi lavora sulla scena, oltre che di chi vuole seguire lo spettacolo ed entrare totalmente nel fascino della rappresentazione.

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