I discorsi di Giacomo Matteotti nel rito teatrale

Recensione. A Terreni Creativi è andato in scena il nuovo spettacolo del Teatro dei Borgia, sui discorsi di Giacomo Matteotti alla Camera, con Elena Cotugno e la regia di Gianpiero Borgia.

Foto Luca Del Pia

Il 28 ottobre di quest’anno sarà il centenario di un evento infausto per il nostro Paese, la marcia su Roma, sarà passato meno di un mese dalle elezioni e – secondo gli attuali sondaggi – avremo un governo di centro destra, forse quello più a destra degli ultimi decenni. Si prevedono per quei giorni di fine ottobre polemiche e forse anche qualche radicale tentativo di riabilitazione all’insegna dei soliti imbarazzanti refrain populisti. Eppure basterebbe rimettere in ordine i fatti, scrupolosamente, per seguire la pista di sangue che porta direttamente sulle nocche e sulle pistole dei fasci di combattimento.

In mezzo a quella rotta di violenze e uccisioni, cominciata tra le cascine e i fossi del Polesine, c’è il volto di Giacomo Matteotti, quasi invisibile alla memoria italiana o al massimo presente come personaggio secondario, incidentale rispetto alla storia mussoliniana. La nostra possibilità di ripensare alla figura di Matteotti è oggi esercizio di libertà, non solo per un allenamento del corpo e della mente contro il fascismo e le sue reincarnazioni, ma soprattutto per la spietata lucidità con cui il deputato socialista analizzava i fatti, mettendoli uno dietro l’altro senza lasciare scampo agli assassini. Non è un caso che questo esercizio di libertà avvenga a teatro in un modo altrettanto spietato e lucido; e che ci sia capitato di assistere a tale esercizio in un luogo che è anche un progetto culturale ormai consolidato (al quale manca solo il finanziamento ministeriale) come Terreni Creativi. Un festival che insieme altri esempi della scena contemporanea (su queste pagine oltre alla manifestazione di Kronoteatro abbiamo raccontato, in estiva, Fisiko e Nuove Terre) rappresenta una piccola rinascita della scena di provincia in Liguria.

Foto Luca Del Pia

Dunque eravamo a due passi dalla città, in uno di quei capannoni in cui la squadra tecnica e i numerosi volontari allestiscono i palcoscenici (negli spazi della cooperativa L’Ortofrutticola Albenga), lottando contro il caldo e cercando di far fronte alla paura del pubblico di tornare ad affollare luoghi al chiuso. Il nuovo lavoro del Teatro dei Borgia – frutto di una ricerca cominciata nel 2019, come spiegato in questa intervista – ha a che fare con la postura dello spettatore, con la possibilità esperienziale presente nella relazione con la scena. Parlavamo proprio di esercizio di libertà, e in questo caso l’espressione è tutt’altro che metaforica, perché l’attrice, Elena Cotugno, misura per tutta la durata della performance il proprio rapporto con il testo attraverso un corpo a corpo con la parola.

In scena, di fronte al tipico fondale agricolo di Terreni Creativi rappresentato da un muro di pallet in legno, i banchi del parlamento, in una sezione sbilenca, coperti in alcuni punti da un drappo di cellophane, come a voler rappresentare l’imminente affondamento del sistema democratico. Cotugno è lì in mezzo, in piedi, come sulla prua di un Titanic senza scampo, non ha altro che quei banchi e un testo, un brandello di realtà strappato alla cronaca, agli atti della Storia: sono i due discorsi che Giacomo Matteotti ha pronunciato alla camera, il primo  è quello del 31 gennaio 1921, il secondo è del 30 maggio del 1924, una decina di giorni prima della morte. In mezzo, tra i due discorsi c’è la mutazione del Paese: l’escalation delle violenze trova un corrispettivo nella valanga di voti presi dai fascisti, Mussolini si presenta come l’uomo della provvidenza, per paradosso l’unico in grado di fermare il terrore da lui stesso promosso.

Foto Luca Del Pia

La strategia funziona, come d’altronde aveva funzionato lo schema per il quale i fasci di combattimento rappresentavano il braccio armato della borghesia contro il socialismo. Ed è proprio questa connivenza ad essere al centro del primo discorso, quello teatralmente più ostico, che ha visto qualche spettatore abbandonare la platea ad Albenga. D’altronde l’idea di Gianpiero Borgia è netta e come sempre radicale: nessuna concessione all’avventura umana del protagonista, nessuna concessione al piacere della narrazione, della ricostruzione della vita dell’uomo o del politico, nessuna concessione all’immaginario del ventennio. A Gianpiero Borgia e Elena Cotugno interessa il testo, la possibilità del discorso politico nel suo scheletro tematico e strutturale essenziale: non siamo nei territori dell’eroismo epico, ma in quelli della lucidità, del talento in grado di investigare la realtà.

«La sensibilità capitalistica si è svegliata solamente quando, nell’ultimo tempo, anche sangue borghese è stato sparso. La verità è che la violenza e l’illegalità in cui si pone quella organizzazione armata, corrisponde, in questo momento, ad un supposto interesse della classe capitalistica. Il problema è tutto qui, onorevoli colleghi! […]

Ma a me preme dimostrare, soprattutto, che la violenza esercitata dal fascismo è una reazione, un mezzo, di cui la vostra classe vuol farsi arma per provvedere al proprio interesse. »

Qual è l’impatto di queste parole oggi? Cosa innescano in relazione a ciò che rimane del discorso politico contemporaneo? La difficoltà di attenzione dello spettatore durante la prima parte non è però imputabile solo alla richiesta  di concentrazione – comunque evidente – dell’opera, ma anche al rapporto anti-rappresentativo scelto dalla compagnia. Proprio i Borgia, che nella precedente trilogia, La città dei miti, aveva scelto una direzione esplicita sul piano mimetico cercando un’aderenza fortissima tra la realtà raccontata e il lavoro dell’interprete, qui si impegna in un percorso all’insegna della messa in mostra del testo come reliquia politica, il tentativo allora è quello di rompere con gli stereotipi rappresentativi. «La parola è strumento di attivazione di un flusso energetico e non nasce da una partitura vocale e fisica» spiega il regista nelle note, aggiungendo poi il concetto di training attraverso il quale si compirebbe il rito teatrale.  Il precipitato scenico è un’interpretazione che ha qualcosa di certi lavori ronconiani sulla parola, sulle possibilità sonore che qui tendono a un parossismo scevro di estetizzazioni, ma tutt’altro che accomodante con gli spettatori. Se qualcosa andrà rodata nella prima parte dal punto di vista dell’approccio vocale, forse nella ricerca di una relazione con la platea che non passi solo attraverso la dissonanza,  il secondo discorso ritrova questa relazione grazie a un’azione teatrale efficace che è il corrispettivo fisico della ritualità parossistica, ma anche elemento simbolico.

Foto Luca Del Pia

Il discorso del ‘24 è quello in cui Matteotti è da solo di fronte all’aula, di fronte a una maggioranza composta per il  60% dalla lista di Mussolini. Cotugno scende dagli scranni, si leva la giacca, si rifresca bevendo un po’ d’acqua e, con lo sguardo e la postura diagonali rispetto al pubblico, contrappone alle reazioni scomposte degli oppositori la razionalità del pensiero politico. La violenza fascista è qui rappresentata dall’interruzione continua, le spinte dell’aula sono espressione di un bullismo soverchiante: Cotugno/Matteotti si sbilancia, lavora sull’equilibrio e sulla sua perdita, cade e si rialza, ma continua incessantemente a denunciare i brogli e le irregolarità elettorali, le violenze attraverso le quali i candidati del blocco nazionalista hanno avuto la meglio nei territori. Il discorso di Matteotti diventa uno scontro di uno contro molti, ogni tanto qualcuno della sua compagine tenta di aiutarlo, tra questi Filippo Turati, ma il clima è già da dittatura. Elena Cotugno recita sia le parole del socialista sia le frecciate disturbanti, le interruzioni, le controaccuse, il corpo intanto continua a rialzarsi ma senza cedere al pathos; siamo con lei, nella fatica che diventa commozione, resistiamo nel coraggio. Il Presidente della Camera, Alfredo Rocco (l’autore del codice penale tuttora in vigore) risponde alle richieste di Matteotti con una battuta emblematica: «Onorevole Matteotti, se ella vuole parlare, ha facoltà di continuare, ma prudentemente», alla quale il deputato controbatte con la solita intelligente e inscalfibile lucidità: «Io chiedo di parlare non prudentemente, né imprudentemente, ma parlamentarmente!»

Andrea Pocosgnich

Terreni Creativi festival, agosto 2022, Albenga

Giacomo

progetto Elena Cotugno, Gianpiero Borgia
testi Giacomo Matteotti e Interruzioni d’Aula
con Elena Cotugno
costumi Giuseppe Avallone
artigiano dello spazio scenico Filippo Sarcinelli
ideazione, regia e luci Gianpiero Borgia
coproduzione TB e Artisti Associati Gorizia
con il patrocinio di Comune di Fratta Polesine, Fondazione Giacomo Matteotti e Fondazione Filippo Turati

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