Giacomo. La profezia di Matteotti

Intervista a Gianpiero Borgia – regista di Teatro dei Borgia – che con Elena Cotugno a Pergine Festival 2022 presenterà il 6 luglio lo spettacolo Giacomo, dedicato alla figura del politico socialista che ebbe il coraggio di denunciare l’avvento del regime fascista, dal quale fu brutalmente ucciso. Materiali creati in Media Partnership.

In foto Elena Cotugno

Giacomo, spettacolo dedicato a Giacomo Matteotti, rimarca già nel titolo una ricerca di familiarità con il personaggio, chiamato per nome di battesimo e non per il più noto cognome. Qual è lo spirito di Matteotti che volete rievocare?

La scelta del nome di battesimo intende partire dalla persona, invece che dal personaggio, perché spesso in Italia il mito prevale sulla conoscenza. Chiaramente centrale nel discorso rimane la sua guerra al Fascismo, ma l’origine della nostra attenzione è personale. Il suo spirito del tempo, gli effetti della relazione tra le sue parole e l’Italia, è un po’ quello che ha il Grillo Parlante in Pinocchio. È uno che non apparteneva a una “chiesa”, in termini ampi, e senza questa appartenenza in Italia non si può essere considerati eroi; è un portatore di pensiero critico in un momento in cui questo andava morendo e per questo è morto.

Qual è l’origine di questo lavoro?

Il nostro, mio e di Elena Cotugno, è un lavoro espressamente di processo, quindi parte da molto tempo prima. Già nel 2019 iniziavamo a preparare uno spettacolo che si doveva chiamare MM Kabaret – sigla di Mussolini-Matteotti – per mettere a fuoco con il linguaggio d’avanspettacolo quel decennio, visto da dentro il partito socialista, che va dalla frattura tra neutralisti e interventisti fino al famoso discorso di Mussolini del 3 gennaio 1925 in cui instaura di fatto la dittatura. Poi per la pandemia ci siamo fermati, non trovando le condizioni produttive adeguate, ma quando abbiamo riaperto il materiale ci sembrava totalmente decaduto il linguaggio del cabaret, perché il Fascismo in Italia è una materia problematica che va affrontata nella sua criticità, diversamente per esempio dal dire che i fascisti sono brutti e cattivi per un intero spettacolo, come fa Massimo Popolizio in M, fomentando la misconoscenza di quel fenomeno e alimentando l’antifascismo nevrotico italiano, tra i responsabili del deterioramento della nostra democrazia.

Come si articola poi quel materiale fino a Giacomo?

Negli anni successivi da quel materiale sono nati due lavori. Il primo è stato Studio teatrale sul Fascismo, che vede in scena i protagonisti Mussolini, Matteotti e Dumini; è un lavoro di ricostruzione storica che parte esclusivamente dai documenti – quindi frasi tratte da ognuno – con un lavoro di carattere performativo sull’attivazione del testo da parte dell’attore; a legare, ma anche a giudicare i loro discorsi è la testimonianza di una piccola italiana che rilegge a posteriori l’epica fascista negli anni Trenta e che consente quindi allo spettatore di collocare quei frammenti. Il secondo lavoro è Giacomo e anche qui abbiamo costruito un attivatore energetico per gli attori, a partire non da materiali di fiction ma dai documenti storici. La drammaturgia è molto semplice: c’è un primo tempo, anche se siamo in un atto unico, che parte dal discorso del 31 gennaio 1921 contro Giolitti e i liberali, un pensiero lungo 40 minuti in cui Matteotti fotografa in termini profetici l’avvicinamento dei fascisti per interessi economici verso il Parlamento; la seconda parte è il discorso celebre del 30 maggio 1924, appunto quello in cui affronta in modo coraggioso e folle un Parlamento per due terzi composto da fascisti e chiede di annullare le elezioni che li hanno portati lì. La drammaturgia è praticamente integrale, con tutti i tentativi di bloccarlo, di deriderlo, metterlo in difficoltà, seguendo parola per parola il suo monologo all’interno dell’assemblea; dal punto di vista invece dell’immagine abbiamo pensato di riferirci a quella linea tutta teatrale che va dal Filottete alla Winnie dei Giorni felici di Beckett, ricostruendo dei ruderi di scranni parlamentari in cui si resta incastrati.

Alla luce del suo insegnamento, cos’è oggi per te la politica? O, per esteso, cos’è politico?

Per me la politica è un lutto. Oggi la parola “politica” si associa alla parola “merda”, il “politico” è un “ladro”; chiaramente è questo un lavoro di riprogrammazione della cultura di massa finalizzata ad espellere il cittadino attivo dall’agone politico, impedendogli di partecipare.

Nel discorso di Matteotti in Parlamento, quello in cui denuncia il ricatto elettorale del 1924, colpisce una frase a proposito degli elettori: “Nessuno si è trovato libero”. Non dunque “nessuno è libero”, ma nessuno “si è trovato libero”. Una particolarità del linguaggio, come se la libertà pregressa, creduta tale, non fosse più presente come immaginato. Di quale libertà non si trova libero l’elettore di oggi?

La libertà specifica di cui parla Matteotti è quella della quale il cittadino è stato privato, ossia partecipare alla ritualità sacra – perché Matteotti è come un sacerdote, il cui Dio si chiama stato democratico – attraverso cui determinare nell’urna il proprio atto di presenza al mondo. Nel momento in cui Mussolini dichiara di procedere alla formazione del governo a prescindere dall’esito elettorale, il cittadino sa che il suo voto non avrà alcun peso nel definire il destino del proprio Paese. Oggi, in un sistema elettorale che impedisce all’elettore la preferenza, il Parlamento si apre alla presenza di amanti, segretari, camerieri, tu non hai la libertà di scelta ma vai soltanto a validare la scelta che un capo di partito ha già fatto. Dunque anche ora se vado a votare sono privato della libertà, non determino il destino del mio Paese.

Redazione

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