Prospettive di intersezionalità a teatro. Uno sguardo sul Festival Amleta

A Milano dal 26 al 29 maggio si è tenuto il Festival Amleta, presentato nella sua prima edizione al Teatro Leonardo e corredato da numerosi appuntamenti anche in altri spazi teatrali milanesi, nella volontà di tessere un dialogo urgente sulla questione della rappresentanza femminile nel mondo dello spettacolo.

“Perché non ci sono state grandi artiste?”: è il provocatorio interrogativo che si è posta Linda Nochlin negli anni Settanta e che ha permesso di sviluppare una riflessione per aprire la strada ad una storia dell’arte femminista, costituendo una sorta di primo passo per il recupero di artiste donne dimenticate non soltanto dalla critica ma dall’intero sistema culturale. Il breve ma fondamentale saggio, a partire da una domanda che evidenzia fin dal principio un problema metodologico insito nella lettura della storia dell’arte, vuole decostruire l’approccio vasariano, per dimostrare quanti e quali condizionamenti abbiano precluso alle donne la possibilità di accesso a un sistema dell’arte elitario, esclusivo, ma soprattutto patriarcale. È da questo punto che sembra voler (ri)partire il Festival Amleta – Immaginare il possibile – , assumendo e rielaborando la domanda di Nochlin per traslarla nell’arco temporale di 50 anni e calarla nel contesto teatrale (perché non ci sono grandi direttrici/registe/drammaturghe? O meglio, perché non ce ne sono abbastanza?).

A fungere da cerniera è l’attività dell’associazione Amleta (premio Amnesty International Arte e Diritti Umani 2021) fondata durante il primo lockdown, il cui intento è quello di puntare «i riflettori sulla presenza femminile nel mondo dello spettacolo, sulla rappresentazione della donna nella drammaturgia classica e contemporanea e sull’osservazione vigile e costante per combattere violenza e molestie nei luoghi di lavoro» (qui l’intervista sulle nostre pagine). Questa rinnovata e rinnovabile (si spera) attenzione nei confronti della presenza femminile all’interno del mondo dello spettacolo ha preso dunque forma, quest’anno, nel format di un festival che si è tenuto al Teatro Leonardo di Milano dal 26 al 29 maggio, ma che ha avuto numerosi incontri corollari, tra cui talk e laboratori tenutisi in altri luoghi deputati allo spettacolo, quali il Teatro Carcano, Teatro Franco Parenti, Teatro Elfo Puccini, Teatro Filodrammatici, Piccolo Teatro di Milano.

Nato dall’incontro con MTM, in particolare con Gaia Calimani e Valeria Cavalli, direzione artistica de Le ragazze raccontano e organizzato con il contributo di Nuovo Imaie di Pav-Fabulmundi, il festival vuole quindi tessere un dialogo intenso e ramificato, in grado di coinvolgere più istituzioni allo scopo di inserirsi in quello che è un panorama competitivo e denso di appuntamenti, per cogliere l’urgenza non solo di trattare, ma di esporre tematiche fortemente sociali per riflettere sulle disparità di genere, sulla canonizzazione degli stereotipi e sulla rappresentazione della violenza. Per farlo organizza quattro serate in cui le tematiche si intrecciano nella prospettiva intersezionale alla base del concetto di femminismo che si vuole veicolare e che includa un ragionamento sui diversi strati e livelli di oppressione presenti nella società attuale (di genere, di razza, di orientamento sessuale, di disabilità).

E la “rivoluzione”, ancora prima di partire dalle tematiche, si attua nel linguaggio attraverso cui esse vengono trasmesse, in quanto la narrazione sappiamo essere estremamente politica. Per questo motivo l’evento è stato aperto con la lettura e premiazione della drammaturgia vincitrice del contest Amleta, competizione che ha visto emergere Emilia Agnesa con Deo Gratias, un racconto che, attraverso l’utilizzo della fiction, crea un reenactment del mito della papessa Giovanna (Papa Giovanni VIII), in un’ottica nuova, inclusiva, gender fluid, la quale affronta la questione del corpo, della relazione con l’altro da sé e con la religione. Il testo è stato sottoposto al test Amleta, uno strumento di giudizio messo a punto dall’associazione stessa che aspira ad un’oggettività per porre in evidenza il grado di rappresentanza del mondo femminile nelle drammaturgie contemporanee, sia nelle prospettive adottate sia nelle modalità di racconto, portando inoltre alla luce il radicamento di alcuni stereotipi. Di questi ci parlano in un talk cinque registe/drammaturghe internazionali, ospitate sul palco del teatro: Denise Duncan e Helena Tornero dalla Spagna, Anne Jelena Schulte dalla Germania, Elise Wilk dalla Romania e Nathalie Fillion, in video, dalla Francia. Attraverso un dialogo introspettivo e personale, assistiamo ad un racconto costituito da più racconti, addentrandoci nelle fonti di ispirazione – una vicina di casa, un padre, un idolo, un luogo di vita; donne in grado crearsi un proprio spazio in un ambito che continua a perpetrare logiche di esclusione ed emarginazione, per cui, se si pensa all’Italia, si riscontra come la presenza femminile nel mondo dello spettacolo arrivi soltanto intorno al 30 percento.

Nel corso delle serate queste problematiche vengono affrontate con estrema cura, seppur con qualche lacuna e mancato appuntamento (mancano gli interventi Hair Love e la lettura del dodecalogo di Amleta per sfuggire ad un attacco razzista nella giornata del 28 maggio), per creare una lente di ingrandimento nei confronti dei linguaggi e degli atteggiamenti che reiterano le strutture patriarcali, poiché fortemente radicate nel sistema formativo-culturale. Doveroso è un accenno a Tiziana Bergamaschi, la quale con lo spettacolo Le Rinchiuse indaga la questione dello straniero, del pregiudizio che alimenta lo stereotipo così come dell’utilizzo coloniale del concetto di etnicità. Nella messinscena teatrale è il mestiere della badante ad essere scandagliato, il cui sentimento di prigionia viene performato da tre donne con un solo nome, quello di Nina. Nelle luci chiaroscurali di una scenografia essenziale, assistiamo ai riverberi delle loro coscienze che sentono gravare su di sé l’imposizione di una colpa e l’obbligo di un silenzio che nega loro il diritto di desiderare. Accanto a quest’opera teatrale, c’è il lavoro dell’Associazione Culturale Teatro Utile, il viaggio, fondata sempre da Bergamaschi, impegnata nelle tematiche sociali e attenta a ricercare uno spazio di incontro artistico multietnico ed inclusivo.

La parità di genere vuole così diventare il risultato di una tensione a  “immaginare il possibile”, perché, come emerge nel corso di un dibattito sul palco, in apertura del festival, «vedere mi permette di sentire di averne il diritto». Non suonano fuori luogo allora le parole che Christine Lagarde ha pronunciato  qualche giorno fa in un talk con alcuni studenti di un college. Alla domanda posta ad una ragazza: «Hai l’ambizione di raggiungere una posizione lavorativa di alto livello?», la ragazza risponde «Insomma, perché no, se ne avessi l’opportunità ovviamente sarebbe fantastico». A quel punto è la presidente della Banca Centrale Europea a far notare una differenza sottilissima, ma sostanziale: «Okay cambia il tono. Se fosse stato chiesto ad un ragazzo non avrebbe risposto perché no, ma avrebbe affermato certo. Senti dentro di te quella sicurezza. E dillo. Hai bisogno di quella fiducia». Un modo anche questo per rimarcare alle donne la necessità di spogliarsi delle insicurezze indotte da un sistema patriarcale secolare, da una parte per ambire con fermezza alla professione di direttrice di un teatro, di regista, di drammaturga, dall’altra per portare avanti progetti di sensibilizzazione che possano penetrare nel tessuto culturale.

Il Festival Amleta lo lasciamo così, tra pochi, pochissimi spettatori, ma con tanta voglia di vederlo progressivamente imporsi nel panorama milanese come appuntamento doveroso e imprescindibile ed inserirsi nel dibattito contemporaneo attuale.

Andrea Gardenghi

Milano, maggio 2022

DEO GRATIAS

di Emilia Agnesa

LE RINCHIUSE

produzione TEATRO UTILE

di Elide La Vecchia

regia Tiziana Bergamaschi

con Mayil Georgi Nieto, Ilenia Veronica Raimo e Kalua Rodriguez

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