Amleta. Il genere, questo è il problema

Amleta, collettivo femminista intersezionale nato durante il lockdown, ha pubblicato una mappatura relativa al gender gap nei teatri nazionali, TRIC e Fondazione Piccolo Teatro di Milano negli anni 2017 – 2020. Intervista a Giulia Maino, co-founder di Amleta

Un Amleto con la “a”: chi è Amleta, quando è nata e perché?

Noi siamo nate durante il primo lockdown all’interno del tavolo di genere della comunità Attrici Attori Uniti. L’idea è stata di Francesca Turrini e di Cinzia Spanò ed ha raccolto attorno a sé sin da subito numerose adesioni, sia uomini che donne dai percorsi professionali e personali diversi, aventi però lo scopo di raggiungere livelli di femminismo comuni, agendo sempre come un gruppo coeso sia dal punto di vista etico che morale. Alla fine del primo lockdown abbiamo deciso di prendere il volo, diventando qualcosa di autonomo dalla comunità Attrici Attori Uniti, pur continuando a condividere e sostenere le loro idee.

Amleta è stato il primo nome proposto e anche il migliore: Amleto è il teatro, riconosciuto in Italia e nel mondo, ma cos’è che ci andava storto di questa universalità? Amleto rappresenta la tradizione, al maschile però, e allora per gioco e ironia abbiamo voluto aggiungere il nostro baffo e trasformarlo in Amleta: abbiamo cambiato la narrazione non denigrandola ma arricchendola.

Un’importante e cospicua ricerca, quale è stata la metodologia seguita e gli obiettivi che vi siete poste?

Nei passati mesi abbiamo deciso di rispondere a una sensazione con dei dati alla mano. Ci chiedevamo quante donne lavorassero effettivamente in teatro ma anche quanto fosse presente il punto di vista femminile e la voce delle donne, un dato che non è solo occupazionale ma che dipende anche da chi le storie le scrive effettivamente e le dirige. Per dare a noi e alla comunità una risposta, abbiamo iniziato durante l’estate ad analizzare tutte le stagioni a partire dal 2017, contando a mano quante donne fossero presenti nelle categorie individuate: attrici, curatrici, drammaturghe e registe. Una metodologia artigianale quindi che è stata concretizzata professionalmente grazie all’aiuto di un esperto. È stato un lavoro lunghissimo e difficile perché spesso le stagioni non erano complete, quindi abbiamo dovuto dedicare molto tempo a ricercare i dati, non solo quello che si trovava online ma interpellando i teatri stessi e procurandoci tutti i libretti di sala delle stagioni che online non erano complete. Purtroppo ci siamo accorte che il dubbio era fondato e la mappatura ha messo in evidenza una problematica sociale di cui è difficile averne contezza finché non la si analizza; il conteggio effettuato più i dati emersi rilevano uno scenario sconfortante.

Dalla vostra mappatura emerge, seppur in numero inferiore rispetto a quella maschile, che la presenza di attrici è nettamente più alta di quella di registe e drammaturghe. Del resto anche le direzioni artistiche sono affidate a uomini e sono sempre poche le candidature di donne…

La sensazione è che ci sia un continuo passaggio di testimone, una mancanza di reale apertura, basti pensare alla nuova direzione del Teatro di Roma, del Piccolo, anche ERT… Non c’è trasparenza, e i giochi sembrano sempre siano già stati chiusi, nonostante quelli citati siano teatri gestiti coi fondi pubblici. Tutto ciò non è più considerabile, bisogna smuovere qualcosa! L’Italia è posizionata sempre malissimo nel rapporto del World Economic Forum che rileva il rispetto della parità di genere. Quest’anno è risultata al 76esimo posto nel mondo e ultima in Europa assieme alla Grecia.

Sotto il post Facebook della mappatura condivisa, c’è un commento di un’attrice che abbiamo trovato indicativo e che afferma quanto “le attrici sono belle da guardare e applaudirle è meno pericoloso che averle nella direzione”. La questione dunque è più controversa dei dati elaborati e dimostra tutto il suo aspetto subdolo, per questo è importante non commettere l’errore di confondere l’effetto con la causa: le donne non lavorano perché non si affermano o perché non hanno la possibilità di lavorare? Se partiamo dal presupposto che tutti dovrebbero avere accesso, non è pensabile che l’accesso sia permesso solo agli uomini e non alle donne. L’esempio più recente è proprio il video di Kamala Harris in cui afferma che ogni bambina deve essere libera di sognare di diventare presidente degli Stati Uniti, non deve credere che le sarà impossibile. Crediamo sia giunto il momento di cambiare narrazione e di cambiarla insieme.

Dato che è stato citato il Teatro di Roma, cosa ne pensate del lavoro di Francesca Corona come consulente artistica per il Teatro India,  se non erro una delle poche donne ad avere un ruolo di questa natura nei teatri pubblici?

La direzione delle donne nei teatri come consulenti artistiche viene evidenziata anche dai dati della nostra mappatura. Francesca Corona inoltreb è stata una delle poche direttrici a prendere posizione contro Jan Fabre firmando la lettera documento stilata da Il Campo Innocente. Una scelta che Amleta non può che plaudire e si auspica che presto venga imitata anche dai direttori uomini.

Come vi spiegate questa mancanza di accesso? Come mai, anche in teatro, le donne hanno minori possibilità di fare carriera degli uomini e di poter mettere alla prova le proprie competenze?

Il problema è a monte, lo si vede già dalle accademie, la presenza femminile è cospicua a lezione mentre diventa sparuta sui palchi. Non è raro che una ragazza dica “voglio fare l’attrice” ma quante poi riescono a lavorare? La formazione è per tutti ma il potere no, inteso come lavoro, stipendio e autonomia. Non siamo più disposte a rimanere nell’angolo, è ora di rivendicare il nostro posto di potere all’interno della società.

Il gender gap è analizzabile anche in base ai compensi ricevuti: le donne quanto guadagnano rispetto agli uomini?

È molto difficile fare una mappature delle paghe, il compenso viene protetto da privacy e difficilmente le persone sono intenzionate a comunicarlo. Mi sento però di fidarmi delle esperienze delle mie colleghe e delle loro dichiarazioni e personalmente mi è capitato spesso di vedere dei contratti di pubblicità in cui le donne prendono 100 euro in meno rispetto agli uomini per il ruolo considerato subalterno e marginale che spesso ricoprono, come quello di mamma, moglie, casalinga. Stesso discorso per il teatro, alcune colleghe hanno chiesto a colleghi maschi ed è sempre una paga diversa e/o inferiore.

In questo periodo d’emergenza si parla spesso di welfare per le lavoratrici e i lavoratori dello spettacolo e sarebbe anche giunto il momento che si predispongano delle politiche di sostegno alla maternità, come bonus baby sitter e congedi parentali…

Rispetto a queste politiche di assistenza ci sono già dei piccoli segnali: Nuovo IMAIE ha predisposto fondi di aiuto per le artiste madri. Molte di noi sono già mamme, stiamo infatti formando un gruppo di azione e studio di “amlete mamme” affinché si possa richiedere con urgenza un trattamento equo. Diventare madre è ancora un tabù, uno stigma e nel 2020 non è più accettabile. Chiedere a un’attrice durante un colloquio: hai intenzione di rimanere incinta? È una domanda pregiudicante e violenta.

Giulia Maino, co-founder Amleta

Quali sono le azioni da compiere affinché le politiche auspicate siano messe in atto per la riduzione della disparità di genere?

Cercando di riassumere, il dialogo con le istituzioni è fondamentale e la risonanza che ha avuto questa mappatura ha stimolato molti possibili interlocutori, primo fra tutti il Consiglio dello Spettacolo dal vivo. Speriamo vivamente che questa situazione possa cambiare e stiamo agendo per farlo. In Spagna, per esempio, è stato il Ministero della Cultura a commissionare il lavoro che noi abbiamo fatto autonomamente e autotassandoci. Mi ritengo una persona abbastanza positiva e ottimista e credo che ad azione corrisponda reazione. A livello quotidiano è implicito che la rivoluzione parta dal linguaggio ed è dunque necessario smettere di parlare in modo discriminante. Siamo stufe degli insulti sessisti sul lavoro e non siamo più disposte a tollerarli.

Fai per caso riferimento anche al dibattito sull’inclusività del linguaggio e agli interventi di Vera Gheno?

Certamente. Siamo femministe intersezionali e vogliamo un linguaggio più inclusivo in quanto è attraverso il linguaggio che si dà significato e dignità alle persone ed è da esso che parte una rivoluzione. Tutte le nostre attività sui social sono indispensabili e attente al tipo di informazione e divulgazione che facciamo e ai vocaboli usati. Vogliamo veicolare un linguaggio nuovo, più equo e alla pari. Come dice Vera Gheno, la lingua italiana non è sessista ma è l’uso che ne facciamo che lo è. Bisogna dare il giusto nome alle cose. Forse non saremo noi a vederne gli effetti perché sarà un processo molto lungo ma si deve costruire oggi un futuro migliore affinché i sogni passino dai fatti.

Lucia Medri

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