La radicale pluralità dei teatri nei Terreni Creativi

Alessandro Berti, Daniele Ninarello, Francesca Sarteanesi, Quotidiana.com sono gli artisti che raccontiamo in questo attraversamento del festival Terreni Creativi 2021.

Black Dick di e con Alessandro Berti. foto di Luca Del Pia

Magliette viola con scritta dorata, “provinciali”: tutti così i volontari e gli organizzatori di Terreni Creativi e nei manifesti il direttore artistico Maurizio Sguotti agghindato come un vitellone di riviera degli anni Ottanta. Questo provincialismo su cui la comunicazione del festival ha giocato ironicamente in realtà è il contrario di quello che poi si trova ad Albenga nella programmazione. Terreni Creativi, lo abbiamo detto più volte, è uno dei festival più originali, intensi e appassionati d’Italia. Per questo è poco comprensibile la scelta del Ministero della Cultura di non sostenere la manifestazione ligure, tra i festival multidisciplinari. Eppure sono decenni che le buone pratiche di progettazione culturale e i bandi pubblici mettono in evidenza la capacità di intessere relazioni organiche sul territorio, la possibilità di intesa con i comparti economici locali; questo è ciò che accade ad Albenga. E la relazione tra le aziende ospitanti e l’arte dal vivo è davvero l’unicità di Terreni Creativi, non solo perché permette al gesto artistico di fuoriuscire dai suoi spazi e mescolarsi tra le piante aromatiche ma anche perché permette di far incontrare mondi che solitamente rimangono chiusi in se stessi.

Pastorale di Daniele Ninarello. Foto Luca Del Pia

Kronoteatro porta da 12 anni le arti sceniche nelle serre: è un festival per gli spettatori quello diretto da Sguotti, fatto anche di lunghe tavolate nelle quali prendono posto famiglie, amici e artisti. Ciò che si vede qui rimane impresso nella memoria con la connotazione spaziale dei luoghi modificando dunque con evidenza l’opera stessa e la sua traccia mnemonica. È un esempio lo sfondo di Pastorale (qui un’approfondita recensione), lavoro coreografico di Daniele Ninarello: il verde delle colline liguri, il cielo azzurro che entra con prepotenza nelle aperture del capannone di Terra Alta. Qui assistiamo a una crescita lenta, corale: in questo lavoro coreografico di Ninarello (in relazione profonda e generativa con la musica di Dan Kinzelman) i gesti compongono una ragnatela di relazioni e rimandi tra i danzatori e le danzatrici nei quali però ogni interprete rimane nella propria singolarità. Una mappatura di assoli che però si nutre proprio della presenza dell’altro, fino a una delle immagini collettive più importanti, quella del cerchio. Non ci sono luci che modificano lo spazio, non c’è rappresentazione, siamo qui, prima del tramonto, in un’azienda e, di fronte a noi, quattro performer sul limite dello sfinimento. Il pubblico partecipa (come d’altronde era capitato la sera precedente con l’altra prova di Ninarello, Kudoku, un assolo con la performance musicale di Kinzelman) cercando di calibrare attenzione e respiro: infilarsi tra i ritmi, con lo sguardo entrare tra un gesto e l’altro, tra una figura e l’altra, misurare la fatica degli artisti: siamo immobili sulle panche che ospitano i nostri muscoli eppure siamo in tensione, danziamo da fermi.

Anche Black Dick e Negri senza memoria, due lavori di Alessandro Berti, vengono così inevitabilmente influenzati dal luogo, soprattutto il primo nel quale viene messo ancor di più in evidenza il carattere antispettacolare: è quasi una conferenza quella di Berti, una delle drammaturgie più acute in circolazione sulla storia degli stereotipi razziali (ne avevamo già parlato qui). Il secondo, che prende le mosse da un’affermazione del deejay afro-americano newyorkese Chuck Nice (“italians are niggaz with short memories” affermava nel 2001), affonda la propria indagine nell’immigrazione italiana di inizio Novecento negli Stati Uniti e rappresenta il successivo capitolo della trilogia Bugie Bianche); qui il filo conduttore formale (ma anche logico) è la musica, il canto popolare, a partire da un pezzo rappresentativo di qualche decennio fa, Kunta Kinte di Daniele Silvestri, fino a Strange Fruit di Billie Holiday che rappresenta anche una sorta di collegamento invisibile con Black Dick. Chitarra, gesti minimali: Berti è un performer che lavora a bassa frequenza, senza formalismi ma con una capacità affabulatoria evidente, soprattutto in quella fluidità con cui passa dal racconto al canto; il suo non è un teatro di narrazione ma di micro narrazioni documentaristiche.

Sergio di Francesca Sarteanesi. Foto Luca Del Pia

Colpisce la varietà della programmazione di Terreni Creativi, (anche solo osservando le due serate a cui abbiamo partecipato): fotografia rappresentativa della pluralità del fare teatro oggi; basti pensare alla distanza che separa esperienze come quelle di Ninarello o Marco D’Agostin (qui con il tumultuoso Best Regards che vedemmo a Centrale Fies la scorsa estate) dal linguaggio piano e diretto di Berti, fino alla recitazione soffiata di Francesca Sarteanesi e il suo Sergio. Un racconto in assenza questo, nel quale l’attrice e autrice, sulla sinistra del palco, parla al compagno di una vita, Sergio appunto. La figura minuta di Sarteanesi si staglia in mezzo al verde, è una dolce ironia quella di cui si carica il discorso: le cene con la famiglia, le vacanze, i piccoli e comici dolori quotidiani, come quello provato per alcuni amici che pur di non incontrare la coppia si sono finti assenti. Un racconto popolare che potrebbe essere estratto dalle nostre vite nel quale si legge, in controluce, quella sonnolenza di certe estati in cui la relazione resiste, rischia di scoppiare, ma non ce la fa; al pubblico Sarteanesi lascia gli interrogativi sull’assenza di lui e su quegli occhi che continuamente lo cercano.

Locandina di End to end. Quotidiana.com

Un balzo in un mondo altro lo compiamo quando ci troviamo di fronte all’opera di Quotidiana.com, End to End. Qui siamo nel centro di Albenga, a Palazzo Oddo: Paola Vannoni e Roberto Scappin hanno da sempre basato il loro teatro su una fertile testualità, composta da un tratto deciso, cinico e altamente filosofico, nel quale l’ironia è il risultato di un disincanto inevitabile, di una condizione di resa di fronte alle contraddizioni della vita. D’altra parte, la ricchezza lessicale e più in generale culturale della loro scrittura è andata a confrontarsi sempre di più con un carattere performativo che oserei definire sintetico nei gesti e nelle posture. In questo caso il sintetismo fisico arriva alle estreme conseguenze rappresentate dall’allontanamento (quasi) totale degli interpreti dalla scena. Rimane uno schermo sul quale il testo viene proiettato in tutta la sua dimensione iconografica, ovvero quella della comunicazione di WhatsApp. Come accade negli ultimi lavori del El Conde de Torrefiel il pubblico deve seguire la storia solo attraverso le scritte proiettate. I dialoghi proiettati tra i due protagonisti però sono scambi che non portano a nulla, scivolano nell’ironia filosofica, raccontano dunque non una storia ma una condizione, tra difficoltà materiali e depressioni che incombono su due vite non più giovani; eppure c’è qualcosa di commovente nell’evidenza balsamica della parola, una sorta di potere taumaturgico in grado, nella cura del dialogo tra i due amici, di creare una piccola bolla di sincerità e mutuo aiuto.
Poi c’è la forma: Scappin mi racconta che tutto il video è stato creato attraverso Power Point, ecco un retrogusto da fine anni Novanta, un barocchismo grafico  che si accompagna ai suoni di WhatsApp e i video, alle emoticon che i due si scambiano; ogni tanto è come se la comunicazione esplodesse: la grafica naïf e kitsch di alcuni momenti e poi un pezzo dei Radiohead, in uno stridore che ci interroga sensibilmente. Nel finale torneranno i corpi degli attori, forse, due ombre, ancora uno scambio di battute, ancora quella mortifera brillantezza, poi il buio.

Foto Luca Del Pia

Terreni Creativi, come tanti altri festival estivi, è riuscito ad esistere (e a rilanciare con scelte plurali e radicali) durante una pandemia grazie al duro lavoro degli organizzatori e dei tanti volontari – giovani e studenti che da anni utilizzano parte delle proprie vacanze per dare una mano alla manifestazione, ragazze e ragazzi che negli anni hanno seguito le esperienze formative di Kronoteatro. Dodici anni sono passati dalla prima edizione, certo tutto è migliorabile e lo sarà ancora, ma si spera che anche le istituzioni (locali e nazionali) si accorgano sempre di più della ricchezza di questo patrimonio umano e immateriale.

Andrea Pocosgnich

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