Il museo post coloniale e Black Dick di Alessandro Berti

Re-surface. Festival di sguardi post coloniali, curato da Salvo Lombardo, Viviana Gravano e  Giulia Grechi, è alla sua prima edizione dentro due musei etnografici romani. Reportage.

Atrio #2 di Associazione Culturale Chiasma

Un museo smembrato, una parte dentro a un altro museo. Una visita dentro a un archivio, al buio. Persone che corrono e danzano nell’atrio, sulle scale. Libri ricamati di storie mai dette, papiri dal soggetto placidamente marittimo con, in negativo, contorni di navi militari. Sfatare miti, ribaltarli, provando a portare alla luce le contraddizioni di un particolare sguardo. Post-coloniale: questa è l’accezione della prospettiva della prima edizione di Re-surface, rassegna che, passata un po’ sotto silenzio, si è svolta a fine novembre tra il Museo Preistorico Etnografico “Luigi Pigorini” di Roma e il dirimpettaio Museo delle Arti e Tradizioni Popolari “Lamberto Loria”. Una curatela tripartita, che ha visto la presenza di Salvo Lombardo, coreografo, Viviana Gravano, storica dell’arte, e Giulia Grechi, antropologa visuale, e che ha beneficiato del bando indetto da Contemporaneamente Roma 2019.

Le «“riemersioni”, i ritorni in superficie, di quegli immaginari nelle modalità di rappresentazione diffuse nel nostro presente oggi, ogni qualvolta si tenti di definire e classificare ciò che reputiamo essere “altro” da noi», hanno trovato forma all’interno di talk, istallazioni, mostre, sharing practices, spettacoli, provando a far collidere, in modalità più o meno evidenti, gli spazi connotati dei musei con le questioni portate avanti da diversi artisti internazionali. Lo scontro tra pensiero/prospettiva e oggetto/luogo sicuramente lo ritroviamo nella prima delle attività attraversate, Ricollezioni. Un percorso site-specific, a cura dell’artista Leone Contini, non facilmente inquadrabile all’interno delle categorie performative o antropologiche – perché da entrambe trae spunti e approcci – che ragiona filosoficamente e percettivamente a partire dall’assenza, quella del luogo deputato, ma anche della nostra vista. Questi sono i dati sensibili evidenti fin dall’inizio: al Pigorini esiste – così come verosimilmente in tanti altri luoghi– una collezione spuria, proveniente da un museo estinto e che qui trova ragione di conservazione ma non di condivisione. Cosa succede se proviamo a dare luce a questi reperti, a tracciarne parte della storia?

Ricollezioni di Leone Contini. Foto dell’autore.

Andando appena più dentro alla questione, scoprendo quindi il fattore etico e politico che connota l’operazione, non si può non considerare come si stia parlando dell’ex Museo Coloniale Africano, nato nel ’23 e poi, chiudendo e riaprendo col nome di Museo Africano, definitivamente chiuso nel 2011. Al Fondo che si trova in due magzzini del Pigorini si trovano, scopriranno i visitatori, reperti di varia tipologia e natura: da una raccolta di semi ancora mantenuti nella loro potenzialità creatrice, a manufatti di epoca romana, da pelli animali lavorate a calchi di facce umane. Ma che valore assume ora mostrarli, e inoltre, è possibile considerarli in forma neutra, semplici “pezzi da museo”? Contini, attraverso la sua voce audio registrata (ancora, in absentia di qualcosa), guidata a un certo punto dal fascio della torcia che illumina i reperti della stanza buia, ci mette a parte del suo incontro-scontro con questi oggetti, con le contraddizioni che lo caratterizzano, con le brutalità che siamo tranquillamente capaci di tralasciare. Si tratta di un’immersione vera e propria che, dal nero pesto della stanza (buio non tanto della conoscenza, ma del rispetto nei confronti di quanto abbiamo davanti, apostrofa all’inizio l’autore) ci porta a soffermarci sulle differenze di atteggiamento tra un elegante e voluttuoso paio di scarpe di pelle e il disgusto – quasi più formalizzato che altro – di fronte alla scuoiata di un ghepardo; tra l’ammirazione per la bellezza di una statua e la riflessione che su di essa non abbiamo fatto altro che applicare, noi e loro, canoni estetici altri.

L’idea di assenza attiene anche al tipo di informazioni che decide di condividere o meno con gli spettatori, perché anche un nome implica un’attribuzione di valore, di importanza, di potere. Specie per questa raccolta che molto spesso si è arricchita di manufatti depredati, decontestualizzati, senza storia. Le chiavi d’accesso sono fornite, ma tocca compiere uno sforzo in più, tocca completare la suggestione per rendere completa la presa di coscienza, come quella stessa consapevolezza che approda – e brutalmente – quando ascoltiamo la storia delle testimonianze dei malcapitati modelli dei calchi–maschere voluti dall’antropologo Lidio Cipriani (autore, tra l’altro, di quel Manifesto della razza creato anche a partire dai suoi studi sulla fisionomia di questi volti rubati), costretti a una situazione di imprigionamento soffocante data dal gesso posto sulla faccia. Ecco, in quel momento, si sposta l’asse della percezione dell’idea di bello e di quella di orrore.

Black dick. Bugie bianche di Alessandro Berti. Foto Daniela Neri

Diversa la modalità di approccio per l’altra riemersione cui abbiamo assistito, l’ironico e puntuale monologo Black Dick/Bugie bianche, a cura di Alessandro Berti, all’interno del quale l’artista ha presentato la propria ricerca sugli atteggiamenti razzisti ancora radicati nel pensiero (con un affondo in particolare sul territorio americano). Lo spettacolo è qui un po’ timidamente definito come “speech conference”, quasi come se a negare valore spettacolare fosse l’assenza di scene, o di un impianto narrativo  puntellato da alcuni inserti cantati e da un ritmo affabulatorio diviso in tre parti scandite anche da alcuni video (farà seguito, a febbraio, un secondo capitolo dal titolo Negri senza memoria). Berti inizia parlando dell’ambiente del porno, un po’ ammiccando un po’ sorprendendosi dell’evidenza per cui determinate questioni sembrano tanto lampanti quanto assodate e dunque invisibili. Forse proprio perché meno intellettuale, il porno si presta come utile campo di indagine: creato a partire da- e in funzione di- solleticare le fantasie degli utenti, questo contesto mette in luce, a un’osservazione meno sensorialmente coinvolta, pratiche e linguaggi tipicamente razzisti e patriarcali, dall’oggettivazione del corpo all’individuazione di caratteristiche esclusivamente legate a violenza e forza (per cui ad esempio se l’amplesso è tra uomo bianco e donna nera, non viene indicizzato dentro la categoria “interracial”, cosa che avviene se a essere nero è l’uomo).

Berti scalda così i suoi spettatori, per poi approfondire nelle due parti successive altri aspetti legati alla cultura politica e musicale, beneficiando delle lezioni di Malcom X, bell hooks (al secolo Gloria Jean Watkins), Cornel West e affrontando le questioni della consapevolezza del punto di vista occidentale, dell’imitazione e relativa appropriazione di stilemi da “uomo bianco”, fino a corrispondere a quella perversa immagine affibbiata, fino alla perdita della memoria dei soprusi subiti. A questo provava già a rimediare nel ’39 una canzone struggente (ancora di più nella voce di Billy Holiday), Strange fruit, primo jazz che prendeva esplicita posizione contro le violenze razziali: strani frutti sugli alberi del Sud, che hanno sangue sulle foglie e tra le radici, strani frutti – ricorda anche Berti, recitandone i versi prima di proporre una sua versione unplugged – che non sono altro che corpi neri, dondolanti alla brezza del Sud, appesi, questi strani frutti, tra le scene pastorali, tra le magnolie, ecco l’odore della carne che brucia.

Viviana Raciti

visto a novembre 2019, Roma

RICOLLEZIONI
di Leone Contini

BLACK DICK / BUGIE BIANCHE. Capitolo I
uno spettacolo di e con Alessandro Berti
cura Gaia Raffiotta
immagini Daniela Neri
una produzione Casavuota
con il sostegno di Gender Bender Festival

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