Pastorale di Daniele Ninarello. Verso un unisono democratico

Dopo il debutto del novembre 2019 alla Lavanderia a Vapore di Torino, Pastorale, creazione di Daniele Ninarello, sarà presentata a Oriente Occidente 2020 in una versione site specific. Una recensione della creazione e una conversazione con il coreografo.

Foto Elisa Nocentini

Il debutto di Pastorale, nei sontuosi spazi della Lavanderia a Vapore di Torino, risale ai primi di novembre 2019. Nel tempo, la creazione di Daniele Ninarello, artista associato della casa della danza piemontese, ha acquisito nel ricordo forme e significati differenti, quasi che la distanza ne svelasse sensi non immediati, silenziando forse le impressioni più vivide e immediate. La traccia mnestica dello spettacolo sembra tuttavia collidere con la sua restituzione critica: come se lo stesso esercizio della narrazione di un evento situato in un prima divergesse con l’adesso sorto dalla fine del lockdown, con questo tempo nuovo nel quale le coordinate spaziali e cronologiche stanno subendo rivoluzioni intime, a tratti ineffabili. Eppure, è proprio in questa dimensione inedita – la cui ombra rivela del teatro e della danza esperiti da ciascuno di noi aspetti prima ignorati o sottovalutati – che Pastorale appare chiaramente come opera cairologica: in grado allora di dispiegare e anticipare un futuro prossimo, e adesso di tratteggiarne le possibili declinazioni. Come immagine postuma, essa può rivelare all’osservatore un’ampiezza di prospettiva che la superficie, stretta nella contingenza e nell’attualità, sembrava celare: e che ora si mostra, invece, straordinariamente inattuale. Se il racconto del fatto spettacolare deve implicare anche l’analisi della sua natura di oggetto politico – come da tempo molti artisti e studiosi reclamano propugnando una dilatazione, e a tratti anche una correzione, dello sguardo critico – è indubbio che Pastorale si ponga come una creazione democratica. Accanto alla costruzione gestuale si situa così un’istanza etica e sociale, in grado di giustapporre alla coreografia, circoscritta nella durata e nel luogo di messa in scena, un processo ideativo e una pratica riproduttiva che non possono in alcun modo essere esclusi dalla sua narrazione.

Foto Elisa Nocentini

Non a caso sono squisitamente politiche le parole con cui Ninarello, in una conversazione telefonica intercorsa qualche settimane fa, introduce il proprio lavoro: Pastorale è in prima istanza «un sistema, nel quale tutti sono messi su uno stesso piano orizzontale e cooperano per procedere insieme». È qui, in questa orizzontalità che si fa a un tempo segno visivo, motore germinativo e chiave interpretativa, che la coreografia si rivela in nuce come un peculiare meccanismo, capace di deflagrare oltre lo spazio scenico e riflettersi nella comunità. Orizzontali, d’altro canto, sono le righe di ipnotici segni che nel 1927 Paul Klee tracciò sulla tela di Pastorale (Rhythms): opera enigmatica, ciò nonostante rigidamente determinata da una logica intrinseca di matematica esattezza; una sinfonia di simboli, vergati su uno spartito incomprensibile e tuttavia specchio di una verità altra, di un linguaggio cifrato la cui decodifica è demandata al solo spettatore. La visione del dipinto, conservato oggi al MoMA di New York, ha fornito al coreografo la prima, immediata rappresentazione di un «un immaginario fatto di segni geometrici ossessivo-compulsivi, ripetuti, musicali, ritmici, derivanti gli uni dagli altri»; un pattern estetico che si è riverberato, sul palcoscenico nudo della sala di Collegno, in una costruzione ortogonale e diagrammatica, il cui sviluppo appare potenziale e infinito, estenuante perché eterno.

Foto Elisa Nocentini

Come a stabilire l’origine di una genealogia progressiva di movimenti, i quattro performer – Zoé Bernabéu, Vera Borghini, Lorenzo Covello, Francesca Dibiase – appaiono immobili in uno ambiente neutro, notturno, reso quasi mistico dal fulgido rettangolo di luce dorata che Gianni Staropoli disegna sul fondale. Ai quattro lati di un ring, fronteggiandosi a coppie lungo assi perpendicolari al proscenio, i danzatori sono lentamente e inarrestabilmente agiti dal bordone musicale disegnato da Dan Kinzelman: il loro è un crescendo di minime variazioni che animano il corpo e i suoi piani anatomici prima che questo conquisti lo spazio; un’esponenziale amplificazione di millimetriche rotazioni, di traslazioni, di spirali che ciascuno cura indipendentemente dall’altro e che tuttavia dell’altro sembrano custodire e rilanciare l’eco. La loro è una compresenza che si nutre di un ascolto fisico, preverbale: non c’è una narrazione univoca nella drammaturgia di Pastorale – alla quale hanno collaborato Gaia Clotilde Chernetich ed Elena Giannotti – quanto un mero susseguirsi di lettere, l’illustrazione di un alfabeto istantaneo e immediatamente condiviso. Frutto di suggestioni molteplici, che spaziano dalle ricerche ritmiche di Moondog agli studi di Philippe Sollers, la danza monadica di Pastorale si rivela in grado di dare vita a costruzioni dialogiche nelle quali l’assenza di contatto si traduce in reciproca influenza; i quattro danzatori sono così individui che edificano un sistema di relazioni, e con essa una società inedita.

Foto Luca Centola

Ciò che ha origine è un ambiente, un altrove: gli spostamenti si fanno paralleli al proscenio, i passi sembrano incrociarsi e sovrapporsi sulla linea del fondale, infine le braccia si aprono, a fendere energicamente lo spazio per colonizzare un territorio. Sotto la liturgia della luce che Staropoli, una volta ancora, è in grado di compiere, la danza disegnata da Ninarello si fa chiave di accesso a un mondo nuovo; Pastorale recupera così quel suo senso primigenio di spazio idilliaco, sognato e sognante, di paesaggio che sembra destinato a una contemplazione estatica. Immobili, con le spalle alla platea, i danzatori possono ora osservare quel religioso orizzonte che la luce stampa sul fondale. Dopo le accumulazioni linguistiche, gli sviluppi sintattici finanche rabbiosi che come un rizoma sono scaturiti da un insieme limitato e riconoscibile di particelle gestuali, dopo le diagonali che appaiono, finalmente, come appropriazione di uno spazio e realizzazione comune di una cittadinanza, i performer sembrano adesso trovare un equilibrio possibile.

Foto Elisa Nocentini

Nel tentativo di erigere «un sistema comunitario in cui non esiste un leader predominante, ma tutti partecipano all’accettazione di guidare e di esser guidati, nello stesso istante», Ninarello ha offerto con Pastorale una coreografia di stringente – forse addirittura tragica – rilevanza per quest’epoca nuova. Con la sua danza di cerebrale rigore emerge infatti un’idea forte, classica e tuttavia ancora rivoluzionaria, di libertà come spazio individuale sancito dalla legge: uno strumento formale per quelle architetture sociali egualitarie la cui emersione è in più ambiti, ogni giorno di più, rivendicata con determinazione. Un «corpo globale, aperto, disponibile»: l’ensemble di Pastorale è un leviatano pacificato, il cui processo realizzativo si identifica con una pratica «messaggera di un senso di cooperazione perduto», latrice di una «volontà di costruire e di far sentire la permeabilità piuttosto che la difesa». Agisce, in questo afflato, un’istanza prettamente politica di apertura della coreografia, di sua possibile traslazione dal palcoscenico alla platea, alla cittadinanza; è in questa direzione che, d’altro canto, Ninarello lavora ormai da anni, sviluppando creazioni per e con non professionisti: tra le quali My Heart Goes Boom, una coproduzione di Operaestate Festival destinata ai performer del progetto Dance Well – movimento e ricerca per Parkinson. Ecco l’idillio pastorale: quotidiano, naturale, umanissimo.

Alessandro Iachino

Lavanderia a Vapore, Collegno (TO) – novembre 2019

PASTORALE

ideazione e coreografia Daniele Ninarello

con Zoé Bernabéu, Vera Borghini, Lorenzo Covello e Francesca Dibiase

musiche Dan Kinzelman

dramaturg Gaia Clotilde Chernetich

consulenza Elena Giannotti

luci e spazio Gianni Staropoli

produzione Codeduomo / Compagnia Daniele Ninarello

coproduzione Centre Chorégraphique National de Rillieux-la-Pape / Direction Yuval Pick, progetto realizzato all’interno di Sharing&Moving / International Residencies con il sostegno di MosaicoDanza / Festival Interplay e con il sostegno di Fondazione Piemonte dal Vivo / Circuito Regionale Multidisciplinare, Lavanderia a Vapore / Centro di residenza per la Danza; KLAP Maison pour la danse – Kelemenis & Cie di Marsiglia; Armunia / Festival Inequilibrio; Oriente Occidente Dance Festival

con il sostegno del Centro di Residenza della Toscana (Armunia Castiglioncello – CapoTrave / Kilowatt Sansepolcro), Fondazione Teatro Comunale di Vicenza, CID – Centro Internazionale della Danza di Rovereto_Passo Nord, Teatro Akropolis (Genova).

Artista residente a progetto presso il Centro Nazionale di Produzione della Danza Scenario Pubblico / CZD. Una produzione in collaborazione con il Centro Nazionale di Produzione della Danza Scenario Pubblico / CZD con il supporto di CSC Centro per la Scena Contemporanea.

con il sostegno del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali. In collaborazione con AMAT per Civitanova Casa della Danza – progetto di Residenza sostenuto da Regione Marche e Mibac.

il progetto è stato realizzato con il contributo di ResiDance XL – luoghi e progetti di residenza per creazioni coreografiche azione della Rete Anticorpi XL – Network Giovane Danza D’autore coordinata da L’arboreto – Teatro Dimora di Mondaino.

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