Dal Piccolo Teatro Aperto: lo stato dell’arte è il sistema

Intervista. Dal 27 marzo il Piccolo Teatro di Milano è occupato simbolicamente  da un presidio di lavoratori e lavoratrici dello spettacolo.

Foto Coordinamento Spettacolo Lombardia “I ragazzi e le ragazze della scuola G. Verdi, omnicomprensivo musicale di Milano, stanno facendo il giro delle lapidi partigiane e questa mattina sono passati pure dal Piccolo Teatro Aperto.”

Ogni giorno nel chiostro Nina Vinchi del Piccolo Teatro di Milano un gruppo di lavoratrici e lavoratori dello spettacolo apre spazio e dialogo con la città. L’obiettivo è la finalizzazione di una proposta di riforma delle normative inerenti al comparto. In merito alle questioni sollevate e alle richieste abbiamo intervistato Francesca Biffi, scenografa, attrice e regista, del Coordinamento Spettacolo Lombardia e di Attrici Attori Uniti.

Perché scegliere il Piccolo?

È un luogo simbolo, un simbolo teatrale. Ma anche per la sua storia, per quello che ha vissuto, l’occupazione degli anni Settanta, è stato il primo luogo che si è aperto definendosi “teatro popolare”. Un’altra cosa importante è la sua localizzazione, il chiostro Nina Vinchi permette un’apertura verso la cittadinanza e per noi questo scambio era molto importante, poter accogliere le persone che da fuori vogliono entrare, creare, insomma che ci fosse un varco aperto. Come luogo è perfetto.

Come è andata praticamente e qual è stata la relazione con la direzione?

La mattina dopo il nostro ingresso è arrivato in presenza Claudio Longhi (direttore del Piccolo Teatro n.d.r.), abbiamo fatto una trattativa sugli orari di presenza cercando di avere rispetto per i laboratori interni al Piccolo, ma anche riuscendo a mantenere dei punti fermi, ad esempio poter restare tutti i giorni, fino alle 21:30, abbiamo lasciato la notte, altrimenti anche i lavoratori avrebbero dovuto essere presenti (il custode per aprire, ecc.).

Una trattativa, c’è stata quindi un’apertura dialettica.

Si, c’è stata sicuramente una buona apertura, in linea tra l’altro con le cose che stiamo facendo. All’interno del Piccolo si stanno continuando a fare incontri, nel senso stretto della parola, chiamando direttori di teatri, fondazioni liriche, … Per interfacciarci sulle diverse tematiche che riguardano il mondo del lavoro e dello spettacolo, ma anche su tematiche artistiche.

È stato in qualche modo inaspettato l’approccio della direzione nei confronti della vostra azione? Se invece non lo è stato, perché?

In realtà quando fai un’azione del genere ti aspetti differenti tipi di reazione. Avevamo già fatto diversi presidi davanti al Piccolo per delle settimane continuate nel mese di dicembre, mandando delle lettere a Longhi – il quale allora aveva risposto, dicendo però che non poteva incontrare in quel momento  – per quanto riguarda la formazione continua, l’apertura degli spazi interni al Piccolo, magari affinché diventassero luoghi di formazione. È quindi un percorso. Trovandosi di fronte a un’apertura, comunque, ci è sembrato giusto cercare di convergere, tenendo dei punti fermi per noi fondamentali.

Quale pensi sia stato il fronte su cui questa apertura possa rappresentare un incontro tra due sponde?

Beh, è il settore intero ad essere in profonda crisi e i grandi enti percettori di FUS sono consapevoli del fatto che lavoratrici e lavoratori o i piccoli spazi culturali non compresi all’interno delle misure di sostegno sono in grande difficoltà. È nel ruolo stesso della cultura essere consapevoli che la cultura è un grande sistema e che prima o poi questa cosa sarebbe accaduta. Ed è giusto che sia accaduta bene, in questo modo.

Esattamente cosa accade nelle ore in cui lo spazio, se non erro quello del cortile, è a vostra disposizione?

Siamo riusciti ad ottenere anche uno spazio interno, soprattutto in caso di pioggia, proprio perché abbiamo dimostrato che è un’occupazione con delle finalità molto serie e produttive. Ci stiamo interfacciando, abbiamo scritto alcuni punti per una proposta di riforma e ci siamo confrontati su questa con tutti, teatri, singoli, compagnie. Usiamo lo spazio a tale scopo, anche con gli studenti universitari, delle Belle Arti, che sono insieme a noi si fanno degli incontri. Abbiamo organizzato con Atir un bellissimo flash mob con l’uscita della barca di Ulisse lungo la strada, una scenografia di uno spettacolo mai andato in scena causa Covid. I due piani devono essere sempre vivi, il piano artistico è quello dove la cittadinanza ha più possibilità di partecipare. Ne abbiamo fatti altri, ce n’è stato uno nella piazzetta antistante al Piccolo con la Banda degli Ottoni e i Saltimbanchi senza Frontiere con una grandissima partecipazione di passanti, ed è molto importante. Nessuno di noi può vivere bene se la cittadinanza non ha coscienza della difficoltà che il sistema culturale sta vivendo ora e non ne rivendica l’importanza sociale. Questo è legato soprattutto ai piccoli spazi, il 70% di noi (lavoratori e lavoratrici dello spettacolo in qualsiasi ambito, attori, attrici, tecnici, sarte, scenografe, …) lavorano proprio per le realtà che soffrono di più, i medi e i piccoli spazi. Infatti la riapertura che c’è stata lo scorso anno è definita falsa apertura perché di fatto è tornato a lavoro il 20%. Sulle riaperture aspettiamo che esca qualcosa di più dettagliato, se sono come quelle ipotizzate per il 27 marzo sono indecenti. Alcune cose alzano la discussione su temi inutili, il tema è: se faccio entrare stabilendo una capienza, quanti ne lascio fuori, e allora non devo riaprire finché non ho capito come sostenere tutti. Questa è la base.

Qual è stata la reazione della cittadinanza rispetto alla vostra esperienza?

La reazione finale non la sappiamo ancora, non abbiamo terminato. I cittadini fino ad ora, come nelle precedenti azioni che abbiamo fatto, hanno sempre reagito molto bene. Ci sono stati anche interventi commoventi da parte di cittadini che a microfono aperto hanno manifestato il loro affetto, il loro appoggio e hanno sottolineato la mancanza. Alcuni ci hanno incoraggiato a “fare come in Francia”: dirlo per una persona del settore ad oggi è quasi scontato, che lo dica invece un cittadino significa che è informato su quanto accade. I cittadini spesso chiedono una riapertura e a questo tengo molto, perché gli manca il luogo, una “casa”, una casa di quartiere in cui si va a vedere lo spettacolo e ci si incontra anche. Chi non agisce su questo non capisce come si deve fare e io purtroppo, dopo la terza quasi uguale ipotesi di riapertura, sono abbastanza dura.

Foto Coordinamento Spettacolo Lombardia

Quale il presupposto fondamentale da cui è nata questa idea e questa modalità di occupazione e quale il nodo centrale delle vostre richieste o delle questioni che sperate di evidenziare e sollevare?

Ci sono due livelli. Il primo, se vogliamo concettuale, è continuare a tenere viva l’attenzione sul settore: non è finito nulla, anzi si prospettano stagioni difficilissime, fare in modo che una riapertura non faccia passare il concetto che tutto è tornato come prima, anche perché prima non andava bene. Dal punto di vista pratico, invece, con la proposta di riforma che si sta scrivendo (ed è stata anche appoggiata, ad esempio, da Del Corno nel primo incontro pubblico coi teatri) c’è che in tutti i nostri tipi di lavoro – siamo convinti ci sia bisogno di trovare la radice comune per tutti per partire e non la specificità di ogni categoria, altrimenti non andiamo da nessuna parte – abbiamo bisogno che emergano le giornate che facciamo. Non parlo solo di nero, ma anche delle categorie non comprese nei codici, come formatrici e formatori ad esempio, che sono stati esclusi dai bonus perché non possono versare in giornate. Se mi dici che sono un lavoratore dello spettacolo in base al conteggio delle mie giornate vuol dire che non hai capito come funziona il settore. Ci sono molti obbligati ad aprire le partite IVA o una serie di casi non contemplati. Altra cosa fondamentale è il riconoscimento della nostra discontinuità, deve essere trovato un parametro che ci sostenga, cioè un numero di giornate che sia idoneo alla situazione reale, che tenga conto dei conteggi dell’INPS fino a qui e stabilisca un sostegno a quella discontinuità. Facciamo un lavoro che è discontinuo non nel senso comune della precarietà, lo è per la sua stessa natura. In tutti i settori si studia, si costruisce e poi si va in scena, non si può pensare che solo il momento in cui si va in scena sia definito lavoro, il percorso precedente è in realtà poi anche quello che muove di più l’economia, in cui ci si interfaccia con i fornitori, ecc. Questo, come avviene in Francia, con dei parametri giustamente studiati a livello italiano, deve accadere anche qui. Un concetto di reddito di continuità che parta dal considerare le giornate per tutti e non da un presupposto che divida attrice, attore, scenografo, … Anche perché molti del nostro settore fanno più cose, io ad esempio sono scenografa, attrice, costumista e regista, quindi per me non vuol dire niente definirci in categorie così strette. Tra l’altro, come ben sappiamo, per le piccole e medie imprese spesso il lavoratore e l’impresa si uniscono, sono la stessa persona, quindi un maggior sostegno alla persona è una base che vale per tutti. Sempre, però, partendo da una situazione fiscale che ci permetta di mettere tutto nella cassa ENPAS, altrimenti è inutile. Entro spesso in discussioni con chi dice “però parliamo dello stato dell’Arte”, questo è lo stato dell’Arte. Un cambio simile alle nostre istituzioni italiane, così in ritardo rispetto ad altri paesi, non è solo un cambio “sindacale”, è un cambio culturale, è un cambio sulla visione dell’Arte, su come si muove e va sostenuta.

Come, e se, si è strutturato il vostro dialogo con gli altri presidi occupazionali europei (penso facilmente a Parigi) e italiani (il Teatro Mercadante di Napoli, il Globe Theatre a Roma)?

A oggi è ancora presente quello di Napoli, mentre quello di Roma è nato dicendo che sarebbe durato una settimana con l’intento lampo di “smuovere”. C’è un dialogo, con la Francia abbiamo fatto un collegamento, l’altro giorno anche con la Grecia (con Atene). Oggi è uscito un articolo sull’occupazione del Piccolo su un giornale francese. Una rete c’è, chiaramente siamo tutti impegnatissimi, è difficile reggere un’occupazione per tanto tempo, devi essere molto organizzato. Proviamo a tenere insieme tutti i pezzi e comunque non è facile. Noi siamo sempre in contatto, al nostro interno, col Coordinamento Spettacolo Lombardia, ci sono diverse realtà e alcune di queste sono nazionali e poi si separano nei vari territori. Io, ad esempio, sono di Attrici Attori Uniti e siamo un pezzo a Roma, altri altrove ma sempre in contatto, un po’ per la pandemia che non ci permette di scavallare le regioni, un po’ anche perché alcune lotte vanno portate a livello regionale: ogni regione ha le sue specifiche ed è naturale che molti movimenti abbiano in regione quello che potremmo chiamare un “avamposto”. Anche questa è una cosa importante, la necessità che ci siano nel nostro sistema delle suddivisioni del FUS dal nazionale al regionale, di osservatorio, che il sistema venga un po’ decentralizzato, altrimenti è impossibile da controllare, da monitorare. Nessuno sa quante realtà ci siano davvero in Italia e di che tipologia siano ed è gravissimo.

Foto Isabella DeMAddalena – Assemblea dal vivo dei Tecnici e delle Maestranze – 1 aprile 2020

Torno sulla questione per focalizzare quanto già accennavi. Che ne pensi quindi della riapertura e delle sue ipotesi?

Sono abbastanza negativa. Per ora ho visto solo numeri, conteggi di posti, … Da giugno dell’anno scorso nessun passo avanti. Come Coordinamento Spettacolo Lombardia e anche io come Attrici Attori Uniti abbiamo inviato un sacco di documenti, esattamente come tanti altri gruppi, siamo invitati ai tavoli ministeriali per lo spettacolo dal vivo e l’audiovisivo. Abbiamo detto che la riapertura ha bisogno di essere programmata per tutti e a tutti i livelli. È inutile, è una mossa mediatica e le mosse mediatiche fanno malissimo, alle persone ma soprattutto al settore. Dire che il 26 riaprono i teatri cosa vuole dire?! Non è vero. Quanti teatri e soprattutto quante persone lavoreranno? E quelli che riaprono, e hanno sovvenzioni FUS, hanno la responsabilità occupazionale, cioè creare, generare lavoro con la loro riapertura? Quella di chiamare compagnie di teatri che magari non hanno riaperto? Intendo qualcosa che faccia “germogliare”, perché la riapertura di un teatro non può essere semplicemente schiudere un cancello e farti sedere su una poltrona, ci deve essere un discorso dietro. Capisco sia difficile, ma è passato un anno, quindi se a giugno dello scorso avrei potuto giustificare con la questione dell’emergenza, in quest’ultimo, tutto un anno, anche rispetto al famoso osservatorio previsto dal Contratto Collettivo Nazionale mai aperto, non è stato fatto nulla e si sarebbe potuto almeno mappare per capire dove andare a sostenere. E poi gli spettacoli all’aperto: le piccole compagnie, se non hanno i loro spazi, lavoreranno all’aperto ma prima delle 22 bisognerà chiudere tutto… Mi restano grossi dubbi, ma aspetto di vedere cosa succederà.

Resta sempre la questione della sicurezza, non solo per gli spettatori, ma anche per chi in qualche modo sarà responsabile di riportare concretamente in vita i teatri…

Certo, chiaramente, non basta dire “riapriamo” e far passare il concetto che il settore sia ripartito e i lavoratori dello spettacolo non debbano più prendere i sostegni. A questa osservazione forse il Ministro Franceschini risponderebbe che è chiaro, è ovvio. No, non è ovvio, niente lo è, si deve scrivere tutto.

D’altronde dover pensare un quarto di stagione in quindici giorni non sarebbe facile nemmeno per quelli che potrebbero riaprire subito sulla carta.

Non è facile per nessuno. Immagino siano sommersi di riunioni per capire cosa fare. Poi le compagnie ministeriali che prendono questi parametri di giornate richieste loro per raggiungere il nuovo contributo FUS sono assurde, non fanno altro che inasprire e legittimare un meccanismo di scambio che è la morte del sistema: io per avere le giornate vengo da te perché hai lo spazio e tu vieni da me così siamo sicuri. Non si può credere di tenere le giornate di richiesta così alte per avere i parametri FUS per le piccole compagnie. Dovrei pensare che la conoscenza del settore è quantomeno scarsa, ma non voglio pensarlo, sarebbe peggio di quanto non stia già dicendo. Una vaghezza, una vaghezza totale. Adesso però basta, si occupa perché la vaghezza non va bene. Nessuno degli occupanti sostiene di sapere tutto o di dover essere il prossimo ministro, ma almeno chiediamo di essere ascoltati, perché se si lavora in un settore se ne conosce la realtà ed è a chi lavora che bisogna chiedere le cose, a tutti i livelli, che siano imprese, lavoratori, sindacati, e mettere insieme. Invece non si fa mai una sintesi: ai tavoli ministeriali novanta realtà, ma di queste, ognuna delle quali ha portato dei punti, nessuno che mai abbia fatto una sintesi o nessuno che mai abbia messo un ordine del giorno per iscritto. Ci si ritrova ai tavoli con ognuno che ogni volta parla e si ripresenta.

Se dovessi tentare di delineare una prospettiva di breve e medio termine della vostra esperienza?

Noi siamo entrati dicendo che avremmo voluto terminare la scrittura della proposta di riforma insieme alle realtà che stiamo coinvolgendo, quindi a fine aprile. Ora vedremo cosa succede.

Marianna Masselli

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