In Francia, nel teatro occupato dove convergono le lotte

Occupazione Théâtre de l’Odéon. Intervista a Renata Antonante, attrice e regista italiana, tra gli occupanti del teatro nazionale a Parigi. 

Dal 4 marzo l’Odéon – Théâtre de l’Europe è tornato ad essere il palcoscenico della protesta, come altre volte era accaduto dopo quello storico  ‘68: nel 2016 raccontammo l’occupazione di tre giorni degli Intermittenti. Nel teatro ora sono presenti una quarantina di attivisti e attiviste, lavoratori e lavoratrici del mondo dello spettacolo. Ci siamo messi in contatto con Renata Antonante: attrice e regista, vive in Francia da 13 anni dopo essersi trasferita per gli studi con il programma Erasmus. La raggiungo attraverso una video chiamata in cui inizialmente mi fa dare un’occhiata al foyer del teatro occupato, si nota un via vai, una certa attività, poi spegniamo il video per concentrarci sulla nostra intervista. Renata mi spiega di avere una ventina di minuti, poi dovrà partecipare all’assemblea pubblica, oggi tocca a lei leggere il comunicato. C’è chi organizza le assemblee, chi si occupa della comunicazione e chi deve gestire la “vita quotidiana”, ovvero tre pasti al giorno per quaranta persone. Da fuori arrivano regali e messaggi di ringraziamento. D’altronde, una delle questioni più significative emerse dal racconto riguarda proprio i modi e gli obiettivi del conflitto: i lavoratori e le lavoratrici dello spettacolo stanno conducendo questa lotta non solo per i propri diritti ma anche (o forse soprattutto) per quelli degli altri diventando così il baricentro di una messa in discussione sociale più ampia. Agorà, così hanno chiamato le assemblee pubbliche quotidiane in cui ascoltare i problemi di tutti. Renata ha una voce ferma, ogni tanto si lamenta che le cominciano a mancare alcune parole in italiano, ma è sicura. Queste persone sanno quello che vogliono, sono organizzate e determinate.

Cosa è successo? Perché siete entrati?

Questa occupazione è stata un’iniziativa principalmente del CGT (La Confédération générale du travail), uno dei sindacati maggiori in Francia, all’interno del quale la confederazione dello spettacolo è abbastanza attiva. In Francia come in Italia i teatri sono chiusi nuovamente da fine ottobre, ma l’occupazione non serve solo a denunciare la chiusura dei luoghi della cultura, serve anche a creare una tribuna pubblica per parlare della situazione di altri lavoratori, della precarietà e soprattutto della gestione che il governo ne sta facendo. Perciò una delle prime rivendicazioni qui riguarda la richiesta di ritiro della proposta di legge sulla disoccupazione. Qui in Francia esiste il regime generale che riguarda tutti i contratti che non hanno statuti speciali, invece i lavoratori dello spettacolo appartengono al regime dell’intermittenza. Se viene votata questa proposta di legge del governo a partire da luglio ci sarà un peggioramento delle condizioni legate alla disoccupazione (sia per l’entrata che per i mesi successivi in quanto lentamente il sussidio si abbasserà).

Questo però non riguarderà il settore dello spettacolo…

Noi nel regime dell’intermittenza però non siamo tantissimi, siamo 150 mila. I lavoratori a regime generale invece sono 3 milioni circa. È molto più importante questa riforma…

Dunque è una situazione ben diversa dalle proteste del 2016 quando in ballo c’erano proprio i diritti degli intermittenti?

I diritti degli intermittenti non sono in pericolo. Però, nel nostro caso, a causa della pandemia abbiamo avuto un prolungamento delle indennità, il cosiddetto anno bianco, dunque siamo garantiti fino al 31 agosto del 2021, ma questa misura era stata presa perché si pensava a un rientro lavorativo del settore dello spettacolo in autunno 2020. Avrebbe avuto senso se avessimo lavorato d’inverno, invece al 31 agosto 2021 ci saranno moltissimi lavoratori dello spettacolo che rimarranno fuori dal sistema di disoccupazione; una vera e propria ecatombe di persone che dovranno vivere con il minimo garantito statale, un sistema di solidarietà… non so come si chiama in italiano, simile al Reddito di cittadinanza…

In questi mesi di stop come si è mosso lo stato francese per gli aiuti ai teatri e agli artisti?

Oltre alle indennità per l’intermittenza, come dicevamo fino al 31 agosto, è scattato il sistema della cassa integrazione. Ma questa mobilitazione serve anche a dire che non possiamo riaprire i luoghi della cultura come se niente fosse, la programmazione sarà uno dei problemi, ci sarà una lunga fila di attesa di nuove produzioni, di altre preparate in questo periodo… stesso discorso sarà per la produzione cinematografica e la distribuzione; quest’anno sono stati girati molti film e aspettano di essere presentati. Insomma c’è bisogno di una discussione sulle modalità della riapertura.

Come vi siete organizzati? Cosa accade nelle vostre giornate?

Abbiamo proposto che ogni pomeriggio alle 14 ci sia un’assemblea generale, anticipata da un momento musicale, la batucada. Naturalmente ci sono state delle negoziazioni con la direzione del teatro, non sono contentissimi di averci qui, parliamo di uno dei più sovvenzionati tra i teatri nazionali, un caposaldo della cultura borghese, la direzione dunque non è completamente solidale. Ieri pomeriggio invece è stato occupato un altro teatro nazionale di Parigi (dagli studenti delle scuole di teatro nazionali e non), in quel caso la direzione è stata molto vicina alla protesta, ha lasciato liberi gli occupanti di entrare ed uscire. Qui all’Odeon non è così, ci sono state alcune negoziazioni, siamo riusciti ad ottenere che alcuni andassero a casa a riposare e altri venissero…

C’era anche una compagnia in prova quando siete entrati?

Sì, la compagnia di Christophe Honoré, stanno continuando a provare, non abbiamo impedito le prove. Li abbiamo invitati (sia loro che l’équipe del teatro) alle nostre assemblee generali, sono venuti solo il primo giorno. Sabato sera, il quarto giorno, l’assemblea generale dell’occupazione ha deciso di compiere un atto forte (io non c’ero): abbiamo interrotto le prove invadendo la scena; ovviamente la compagnia l’ha presa molto male perché abbiamo invaso il loro spazio, però tutto è avvenuto con molto rispetto, nulla è stato rovinato; come d’altronde è rispettato il teatro in tutti i suoi luoghi: utilizziamo il foyer, alcune sale, i corridoi. Il giorno in cui abbiamo invaso le prove la ministra della cultura, probabilmente chiamata in soccorso dal teatro, è arrivata a sorpresa per parlare con l’occupazione, erano le 22 di sabato sera; ha ascoltato per un’ora le rivendicazioni ma dicendo solamente “ci stiamo lavorando ma non ho nessun annuncio da farvi”; è una signora molto gentile, molto amabile e cordiale. Il giorno dopo la prima cosa che abbiamo detto nell’assemblea generale pubblica (l’agorà) è stata proprio questa: “ci piacciono molto le dichiarazioni d’amore della ministra della cultura, ma ora vogliamo delle prove”.

Quali sono gli argomenti che quotidianamente vengono trattati nelle agorà? Chi vi partecipa?

Ci sono varie “prese di parola”, settori diversi da quello dello spettacolo informano, comunicano, prendono parola: c’è stato un medico che è venuto a testimoniare quello che accade negli ospedali – perché il problema poi è la gestione della crisi, non possiamo accettare misure inaccettabili solo perché sono motivate dall’urgenza, le alternative per gestire la situazione ci sono – poi c’è stata una rappresentante di un gruppo di donne delle pulizie in sciopero in un hotel di lusso, vari rappresentanti di movimenti sociali appartenenti a settori specifici come quello delle ferrovie, il settore energetico, tanti collettivi della società civile. È una presa di parola pubblica, chi vuole può iscriversi e venire a testimoniare. Per questo l’iniziativa comincia ad avere anche fratelli e sorelle in giro per la Francia; ci sono altri teatri occupati negli ultimi giorni (l’Espace Pluriels à Pau, il Théâtre de la Colline a Parigi, e il Théâtre national de Strasbourg). Anche perché fondamentalmente la cosa terribile del modo in cui la crisi è stata gestita è data dal fatto che attraverso una scelta politica è stato deciso di sopprimere tutti i luoghi che permettevano un legame sociale e gli unici luoghi lasciati aperti sono quelli legati al commercio, all’economia e questo è inaccettabile.

Il governo francese non ha proposto nessuna data per la riapertura di teatri e luoghi della cultura?

Nessuna prospettiva, nessun orizzonte. Ogni tanto si parla di aprile, dicono che ci stanno lavorando, ma le risposte che ci danno sono confuse, non c’è nulla di preciso. Siamo riusciti a ottenere una riunione con il governo e vari organismi e sindacati domani (ovvero oggi 11 marzo ndr) e un’altra il 22; infatti ci siamo detti che l’occupazione rimane almeno fino al 22 marzo, l’ideale sarebbe che l’occupazione possa resistere fino all’ottenimento di tutte le richieste…

Come è possibile conciliare la lotta, l’occupazione con le precauzioni da prendere durante una pandemia come quella che stiamo vivendo?

Qui tutti portano la mascherina, c’è gel igienizzante ovunque, alcuni di noi che sono usciti e poi rientrati hanno fatto dei test, risultati negativi, mangiamo solo all’esterno, sul terrazzo dell’Odeon, dormiamo in spazi molto grandi e apriamo spesso le finestre. Stiamo davvero molto attenti al fatto che questa occupazione non diventi un cluster di contagio.

Andrea Pocosgnich

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