When the Rain Stops Falling… che cosa resta?

When the Rrain Stops Falling è un progetto de lacasadargilla diretto da Lisa Ferlazzo Natoli, adattamento del testo intimo e distopico dell’australiano Andrew Bovell. Recensione.

foto di Sveva Bellucci

Scendere i gradini del refettorio del Teatro Argentina di Roma, entrare nella cripta di Via dei Barbieri ed essere l’unico fruitore a riempire lo spazio, il cui buio è squarciato da una “finestra” rettangolare. Avvolti dall’umidità della sala, guardiamo scorrere immagini di catastrofi naturali intervallate a quelle di cieli colti nella loro apparente serenità. Percepirsi al riparo e protetti, sentirsi bene, nonostante tutto. Questo il Quadro 01 con le musiche di Franz Rosati appartenente a Caelum, dispositivo visivo e sonoro progettato da Daniele Spanò. Seguirà poi il Quadro 02 musicato da Glauco Salvo: una telecamera fissa filma la visione di un temporale, l’immagine è in bianco e nero, nessuna luce, nessun colore, nessun tempo. Finisce anche questa seconda parte, in loop ricomincerà la prima e poi di nuovo la seconda; la riflessione intimo-multimediale sul tempo nella sua accezione meteorologica e in quella scientifico/filosofica proseguirà anche quando avremo voltato le spalle e ce ne saremo andati. Proseguirà ricordandoci, nella nostra assenza, che «il tempo andrà avanti senza di noi e sarà come se non fossimo mai esistiti».

foto di Sveva Bellucci

Quest’intelligente e allo stesso tempo straniata sovrapposizione di una temporalità intima e percettiva, accostata all’ineluttabilità del mutamento climatico, la ritroveremo subito dopo in sala, quando quella stessa pioggia cadrà sulla scena di When the Rain Stops Falling, saga familiare scritta nel 2008 dall’australiano Andrew Bovell e tradotta da Margherita Mauro per il nuovo spettacolo della regista Lisa Ferlazzo Natoli. Prodotto dal Teatro di Roma insieme a Emilia Romagna Teatro Fondazione e a Fondazione Teatro Due, When the Rain Stops Falling non è solo uno spettacolo, ma è un progetto de lacasadargilla comprendente l’installazione Caelum e anche le Proiezioni australi, rassegna di film dagli anni Settanta a oggi proiettati nel foyer del Teatro Valle di Roma. Bagnata dalle luci di Luigi Biondi, che indicano i fuggevoli passaggi meteorologici in cui si rincorrono luminosi sprazzi e nuvolose ombreggiature, la scena di Carlo Sala si apre allo spettatore immobile nella presentazione della sua essenzialità: «un tavolo-mondo e nove sedie, una cucina economica, pochi oggetti, piatti, qualche ombrello, una valigia, e il grande pesce caduto dal cielo».

Se ci chiedessimo quale sia il tempo del racconto, risponderemmo che questa epica storia familiare inizia nel 2039, quando Gabriel York aspetta l’arrivo di suo figlio, per tornare indietro al 1959, si fermerà poi nel 1963, nel 1968 e poi nel 1988 e poi ancora nel 2013, raccontando delle famiglie Law e York e delle loro quattro generazioni. Sul fondale, grezzo nei colori, vengono proiettate le date, le didascalie dei luoghi (una stanza, un parco, un cimitero, il desolato Coorong) e lo scheletro di un albero genealogico puntellato di nomi, il cui esercizio mnemonico iniziale scopriremo sfumarsi successivamente nei contorni di un plot oscuro e grottesco. Sarà come precipitare in una trama polisemantica in cui la fatalità tragica cede il posto alla dimostrazione epica e tocca la solennità della parabola biblica, i cui quadri scenici à la Magritte saranno colorati da fantasmagorie à la Daniel Wallace…

foto di Sveva Bellucci

Se il racconto prosegue quindi in una costruzione drammaturgica prismatica, in cui una storia converge nell’altra, la regia dichiara sin da subito il proprio deciso segno volto a unire insieme, rigorosamente e senza dimenticare alcuna didascalica spiegazione, i diversi piani narrativi e le azioni dei nove interpreti. Il fluire incessante della pioggia, metafora dello scorrere senza pause del racconto e della scansione delle distinte sequenze temporali, è intervallato da pattern drammaturgici ricorrenti, correlativi oggettivi che hanno un ruolo cardine nell’architettura dello spettacolo: il cappello perduto, la zuppa di pesce, la valigia, la vestaglia, la scarpa ritrovata sulla spiaggia. Gli stessi ruoli impersonati dal nutrito cast sembrano rifrazioni di personalismi, echi intimi di tare che si tramandano, la cui interpretazione non si abbandona mai all’eccessiva e spropositata drammaticità, e anche quando sembra cedere negli snodi tragici più evidenti, non perde mai la sua composta razionalità.

Il testo di Bovell è così messo a sistema in un adattamento il cui segno registico grava sulla resa scenica complessa e rigorosa. Assistiamo al dispiegamento di un’architettura infallibile che non permette allo spettatore di empatizzare con ciò che succede in scena ma di guardarlo come se fosse una dimostrazione, già pronta e data, tra le più intransigenti e distaccate. Anche la conduzione degli interpreti è attentamente calibrata, tanto che nella sua orchestrazione spicca la freschezza già matura di Camilla Semino Favro (Elizabeth Perry in Law – giovane) e la solidità, e allo stesso tempo tenerezza, interpretativa nell’esposizione delle debolezze dei rispettivi personaggi sia di Marco Cavalcoli (Gabriel York) che di Francesco Villano (Joe Ryan). Colpisce di entrambi il meticoloso lavoro fatto sulla “postura della voce”: toni e accenti volti a caratterizzare la personalità dei personaggi e a rappresentarne tanto l’incertezza spaventata e ingenua del primo che l’amorevole rassegnazione del secondo.

foto di Sveva Bellucci

I vecchi come i giovani si specchiano gli uni negli altri come a guardarsi cambiare, e a passare, nelle epoche che attraversano: sono di passaggio, si ritrovano per perdersi di nuovo e non ritrovarsi mai, forse neanche nella scena finale che apparentemente vorrebbe ricomporre i pezzi e mettere padri e figli tutti intorno al grande tavolo. La pioggia cade sulle loro parole, crea una distanza, quasi che siano incapaci di parlarsi veramente. Percepiamo il tempo storico passare insieme ai suoi disastri climatici (la neve rosso sangue, l’uragano e l’alluvione) ma fino in fondo non riusciamo a percepire il tempo intimo dei protagonisti, difficile coglierlo in quest’impalcatura testuale e drammaturgica coerente e perfetta sì ma davvero troppo orgogliosa nel rimanere attaccata alla sua rigidezza. Abbiamo udito la pioggia per tutte e due le ore dello spettacolo e ora, alla fine, quando smetterà di battere, rimarremo delusi nello scoprire che non siamo riusciti a sentirne l’odore.

Lucia Medri

WHEN THE RAIN STOPS FALLING
un progetto di lacasadargilla
di Andrew Bovell
regia Lisa Ferlazzo Natoli
traduzione Margherita Mauro
con Caterina Carpio, Marco Cavalcoli, Lorenzo Frediani, Tania Garribba, Fortunato Leccese, Anna Mallamaci, Emiliano Masala, Camilla Semino Favro, Francesco Villano
scene Carlo Sala
costumi Gianluca Falaschi
disegno luci Luigi Biondi
disegno video Maddalena Parise
disegno del suono Alessandro Ferroni
foto di scena Sveva Bellucci

CAELUM
di Daniele Spanò
installazione multimediale / 2019
Quadro 01 musiche Franz Rosati
Quadro 02 musiche Glauco Salvo

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1 COMMENT

  1. Forse la cifra stilistica algida e apparentemente distaccata, l’osservazione distaccata dell’esperimento da laboratorio, lo sguardo da entomologo possono apparire freddi e stranianti: io, dalla platea, ho invece percepito, pur di fronte a tanto rigore (che mi è parso soprattutto stilistico, e votato all’inquadramento registico di un ensemble di attori molto qualificato), un grande coinvolgimento empatico (con qualche lacrimuccia sparsa tra gli astanti) che mi hanno convinto della riuscita perfetta dell’allestimento e del progetto nel suo insieme. Per me alla fine ha veramente smesso di piovere.

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