Fabrizio Arcuri e Mike Bartlett. Un intervento che ci riguarda

Ha debuttato a Milano e poi a Udine Un intervento di Mike Bartlett, tradotto da Jacopo Gassmann per la regia di Fabrizio Arcuri. Recensione.

Foto Daniele Fona

Occuparsi del presente in teatro significa non limitarsi a porsi le giuste domande – operazione pure necessaria – ma entrare a contatto con tutto ciò che, nella convenzione che la scena, epoca dopo epoca, dispone e codifica, presenta punti di rottura.
Nelle crepe del discorso politico sta il lavoro del regista Fabrizio Arcuri, che negli anni si è occupato di creare un teatro fortemente visivo, poi di trovare quei testi (minimali o spaventosamente fuori formato) in cui calibrare la distanza tra interprete e personaggio può garantire un accesso a piani più profondi della responsabilità sociale. Arcuri è un osservatore partecipante, uno scienziato che segue una metodologia controversa, che osserva logos e ethos dall’esterno per poi predisporre un decisivo sgambetto che fa inciampare ogni lettura canonica, tentando sempre di offrire al pubblico la possibilità di mettersi in dialogo con ciò che vede e che, a propria volta, rappresenta.

Foto Daniele Fona

A guardare il percorso di questo artista, specialmente negli ultimi quindici anni, il testo – o meglio, la dimensione testuale – pare aver rappresentato un veicolo necessario all’esplorazione di tematiche più o meno evidenti, ma al contempo un crudele meccanismo di crisi. Nel trattamento che Arcuri fa della recitazione, lo spazio di rispetto che sta tra l’interprete e il personaggio si riempie di interrogazioni, di esitazioni, di un dubbio che davvero non si scioglie mai.
La stessa logica si ritrova chiaramente nella sua ultima regia, vista in febbraio alla Sala Carmelo Bene del Teatro Palamostre di Udine, nella stagione Contatto. Un intervento è un testo di Mike Bartlett, drammaturgo e autore televisivo inglese classe 1980, che mette in scena due personaggi senza nome, A e B, alla maniera di Samuel Beckett, «due attori davanti a un sipario che non si aprirà mai», come vengono presentati nell’unica stringata didascalia in esergo.

Se in Insulti al pubblico di Peter Handke, prodotto dall’Accademia degli Artefatti nel 2006, i due personaggi sbucavano, a turno, da dietro a un sipario prima di un ipotetico spettacolo per rivolgere invettive agli spettatori, qui il sipario è un elemento estraneo alla narrazione, quasi un monito di un meccanismo che non c’è proprio modo di innescare.

Foto Daniele Fona

Onorando la libertà di messinscena proposta da Bartlett, Arcuri incarica rispettivamente un’attrice (Rita Maffei) e un attore (Gabriele Benedetti) di dare corpo a due vecchi amici, due vite comuni che si stringono in abbracci di sostegno e di contraltare critico. A tenta goffamente di nascondere il vizio del bere, B arriva per comunicarle una liaison con una nuova ragazza, che – a detta di A – non sembra il tipo adatto a lui: troppo superficiale, troppo semplice, troppo giovane. Troppo diversa da lui, ma soprattutto da lei. La dinamica del “consiglio da amico” porta avanti cinque brevi atti, in cui molto presto considerazioni sulla condotta della vita privata si intrecciano, si rispecchiano, si sovrappongono ad altre relative alle scelte politiche.

L’«intervento» citato nel titolo è innanzitutto quello militare: il paese di A e B sta decidendo se partecipare a un conflitto in un luogo lontano; A ha appena marciato contro questa risoluzione, mentre B si dichiara favorevole. Nessuna specifica chiarisce la prospettiva geopolitica, potremmo trovarci di fronte a fatti della cronaca recente (compare un Tony Blair che si scatta un selfie di fronte a un’esplosione) come a nefaste previsioni sul futuro, mai così probabile. Ma a Bartlett non sembra interessare fissarsi troppo sui ragionamenti post-11 Settembre. Proprio l’ambiguità e il gioco di specchi tra impegno politico/etico e capacità di controllare una condotta privata (alcol, relazioni, amicizia) offrono all’autore lo spunto per inibire, nello spettatore, ogni possibile immedesimazione con i personaggi e con le storie di cui fanno parte.

Foto Daniele Fona

In una scena scarna e piena di contrasti cromatici, cambiata a vista di atto in atto da un “servo di scena” in salopette, con l’aiuto di pochi e funzionali oggetti, davanti all’onnipresente sipario, Gabriele Benedetti e Rita Maffei si muovono su quel filo che questo regista tesse da anni nelle proprie regie: il piccolo spazio della Sala Carmelo Bene raccoglie gli spettatori come in un’affollata assemblea, alla quale i due attori si rivolgono con brevi “a parte”, qua e là fin troppo didascalici da testo, in cui si sollecita quell’irrisolvibile ambiguità tra storia personale e temperie politica.
In precedenti lavori diretti da Fabrizio Arcuri, come Attempts on Her Life di Martin Crimp (2005), Fatzer Fragment/Getting Lost Faster di Bertolt Brecht (2012) o FaustIN & Out di Elfriede Jelinek (2015) lo spazio era quasi continuamente occupato da tutti gli attori e invitava lo sguardo a perdersi in dettagli scenici a volte caotici ma sempre funzionali. Al contrario, la sventagliata di micro-drammaturgie di Spara/Trova il tesoro/Ripeti di Mark Ravenhill (2010), i vari pezzi di Tim Crouch (My Arm, 2007; An Oak Tree, 2008; il ciclo I, Shakespeare, 2013/2014) o il terzo atto del recente Candide di Ravenhill (2016) sezionavano la scatola scenica in piccoli quadri visivi dedicati a un’attenzione raccolta, posizionata, chirurgica.

Foto Daniele Fona

In Un intervento accade una fusione tra le due impostazioni: una scena ristretta raccoglie lo sguardo dello spettatore in un muto cerchio di compresenza; l’ambiente è abitato in maniera libera e liquida. Ma Arcuri ci spiega che questo spettacolo è stato pensato in due versioni: una “da camera” accanto a una dedicata a platee più estese, che amplifica ulteriormente quella distanza di rispetto tra la vicenda e la posizione critica di interpreti e spettatori.

L’ironia che puntella questo testo fortemente ritmico si mescola a un gusto per l’apologo tragico, in cui gli “eroi” guadagnano a fatica la consapevolezza minima che li porta, gradualmente, a riconoscersi come simulacri di una condizione universale. E il termine «intervento» come atto performativo si frammenta in numerose declinazioni semantiche che sembrano avere al centro la narrazione di un senso di disagio. Lo stesso che, nonostante l’assurdità della scena finale ci apra un sorriso, proviamo da spettatori, a vederci ritratti in una parabola crudele, dove siamo interrogati ma non ascoltati e rimaniamo al cospetto di una coscienza che, confusa com’è tra responsabilità personale e civile, non si risolve mai.

Sergio Lo Gatto

Teatro Palamostre / Sala Carmelo Bene, Udine – febbraio 2019

UN INTERVENTO
testo Mike Bartlett
traduzione Jacopo Gassmann
regia Fabrizio Arcuri
interpreti Gabriele Benedetti e Rita Maffei
scene/luci scenografa Luigina Tusini
foto di scena Daniele Fona
produzione CSS Teatro stabile di innovazione del FVG

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