Candide di Ravenhill/Arcuri. Critica all’Europa acritica

In prima nazionale al Teatro Argentina debutta Candide – ispirato a Voltaire di Mark Ravenhill, con la regia di Fabrizio Arcuri. Recensione

 

foto di Achille Le Pera
foto di Achille Le Pera

Il filosofo e sociologo tedesco Georg Simmel teorizzava che i singoli individui, per poter organizzare il proprio processo culturale e il proprio modo di costruirsi un’identità non possono che negoziare costantemente con una dimensione di mitologia collettiva: attraverso una sorta di scambio simbolico ciascuno di noi negozia le proprie narrazioni personali con le narrazioni collettive.
Da questo presupposto sembra partire la riscrittura del Candide di Voltaire firmata dal drammaturgo inglese Mark Ravenhill, alla prima italiana tradotto da Pieraldo Girotto per la regia di Fabrizio Arcuri e la produzione del Teatro di Roma. Cinque atti per cinque diversi linguaggi teatrali, dalla farsa all‘in-yer-face theatre. Etichetta, quest’ultima, coniata negli anni Novanta dal critico Aleks Sierz per definire quella generazione di “arrabbiati” che aveva scosso le platee londinesi proponendo una quotidianità cruda e violenta. Etichetta dalla quale lo stesso Ravenhill – in un’intervista con Alessandra Santangelo inserita nel programma di sala e nel testo pubblicato (Titivillus, 2016) – cerca di separarsi.

foto di Achille Le Pera
foto di Achille Le Pera

La sua critica va a «un atteggiamento intransigente verso la negatività; il farsi costringere a pensare che tutto debba avere sempre esito positivo». Se si tratta, secondo Ravenhill, di un vizio tipicamente britannico, Arcuri allarga la mira all’intera Europa contemporanea, in un certo senso recuperando alcuni ragionamenti già affrontati in Sweet Home Europa e volgendo in una sorta di dramma didattico brechtiano il disegno di una geografia terribilmente definita, ricalcata da secoli di cultura egemone che non ammettono più scintille di contropensiero.
La struttura del testo si presta a quello che è un linguaggio ormai tipico di Arcuri. L’azione comincia nel 1755 (il cartello con la data passa tra le mani degli attori subito dopo un altro che scandisce “2016”): alla corte di Westfalia un Candide depresso e infantile viene messo di fronte alla messinscena delle sue gesta da parte di uno sgangherato gruppo di attori, che riassume i principi della filosofia ottimista e pone per primo il binomio realtà/rappresentazione che guiderà l’intera drammaturgia. Il secondo atto è in un salotto contemporaneo: un’adolescente, arrabbiata per il mondo corrotto che gli adulti hanno lasciato in eredità, stermina la famiglia lasciando in vita solo la madre Sarah, che si salva rivolgendo contro di lei la pistola. Sarah, nel terzo atto, si troverà a negoziare il terribile ricordo con le mire opportuniste di un produttore cinematografico che vuole trasformarlo in film. Il quarto atto è il viaggio di Candide a Eldorado, figurato come una stretta comunità socialista in cui non c’è bisogno di un dio o di un re ma dove il germe del pensiero filosofico (sorridente ma meschino) non può avere futuro. È in un distopico quinto atto – dove il precettore di Candide, Pangloss, ha messo a punto un metodo farmacologico con lo scopo di controllare la genetica e produrre solo embrioni positivi – che il destino di un Paese divorato dalla frenesia positivista assume le forme terribili di un incubo: una società in cui il pensiero critico è azzerato.

foto di Achille Le Pera
foto di Achille Le Pera

Nella visione di Ravenhill il concetto di conflitto – o, per dirla con Simmel, di negoziato – è alla base di una coscienza resiliente, una responsabilità condivisa che ammette il versamento di sangue (metaforico e non) come antidoto da un lato al potere dell’individualità neoliberista, dall’altro a un pensiero unico che impedisce la problematizzazione delle cause, germe critico di ogni evoluzione culturale.
Il ragionamento di Ravenhill non sempre riesce a conservare la propria integrità, a volte esagerando nel fare il verso alla pedanteria illuminista e finendo per scivolare in un moralismo tutto britannico. Eppure ingegnosa risulta la struttura, che nella varietà di impostazioni riesce a tenere l’attenzione su una grande quantità di slittamenti e rimandi, a volte fin troppo didascalici, ma di certo rigorosi. La regia di Arcuri, nella sua consueta vis politica, si avvolge completamente nel ritmo del testo, fa leva su una potente e infaticabile compagnia di attori e su un’architettura scenica che riesce quasi sempre a vincere le difficoltà di far quadrare una messinscena contemporanea dentro a uno spazio, quello del teatro all’italiana, strutturalmente ostico a questo genere di operazioni.
L’ambiente creato dagli ottimi costumi e dalle musiche di H.E.R., da sola a cantare sui vibrati di un violino ora dolce e ora graffiante, restituisce la complessità di un ragionamento sull’epoca che viviamo, un’Europa nata come feticcio di un amore (la Cunegonde amata da Candide) e che l’illusione di una salvezza ha invecchiato orribilmente fino a farne una maschera di rughe che ancora agita dentro a un microfono la voce della dama che fu.

foto di Achille Le Pera
foto di Achille Le Pera

Se si svicola oltre la metafora, struttura che regge quasi per intero l’opera del 1759, tra le profonde verità rivelate da Voltaire ce n’è una che più delle altre resta intatta alla macina dei secoli e ancora definisce l’uomo contemporaneo: ogni cosa che ci accade è esattamente della nostra misura. Ma sarebbe un errore limitarsi a vedere in Ravenhill il calco della critica mossa dall’autore francese a un mondo leibniziano che reagisce a delle monadi organizzate in totale armonia. Arcuri mette bene in luce la declinazione contemporanea del ragionamento del drammaturgo, disegnando in scena l’ambiguità totale, il totale ottenebrarsi della capacità di scelta. È qui che torna Simmel, quando vediamo le sorti dell’umanità confrontarsi con i miti collettivi secondo un paradigma di sostenibilità dei singoli individui che, privati della potenza critica, finiscono per assuefarsi al concetto di resistenza passiva. E così, nel tentativo di autodefinirsi, finiscono per autodistruggersi.

Sergio Lo Gatto

Teatro Argentina, Roma – Marzo 2016

CANDIDE – ispirato a Voltaire
di Mark Ravenhill
regia Fabrizio Arcuri
traduzione Pieraldo Girotto
con (in o. di a.) Filippo Nigro, Lucia Mascino, Francesca Mazza, Matteo Angius, Francesco Villano, Federica Zacchia, Domenico Florio, Lorenzo Frediani, Giuseppe Scoditti, Francesca Zerilli
e la partecipazione straordinaria di Luciano Virgilio
musiche composte, arrangiate ed eseguite dal vivo da H.e.r.
scene Andrea Simonetti
costumi Fabrizio Arcuri
video Luca Brinchi, Daniele Spanò
live visual Lorenzo Letizia
assistente alla regia Francesca Zerilli
assistente ai costumi Valeria Bernini
produzione Teatro di Roma
in collaborazione con Centro Teatrale Santacristina

CANDIDE – ispirato a Voltaire
di Mark Ravenhill
traduzione Pieraldo Girotto
edizione Titivillus, Corazzano (PI), 2016
Pagine 96
Prezzo € 11,00
ISBN 978-88-7218-414-1

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Sergio Lo Gatto è giornalista, critico teatrale, ricercatore e traduttore. Alla Sapienza. Università di Roma svolge un dottorato di ricerca tra teorie della critica e filosofie del digitale. Si occupa di arti performative su Teatro e Critica. Ha fatto parte della redazione del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha scritto per Il Fatto Quotidiano e Pubblico Giornale, ha collaborato con Hystrio (IT), Critical Stages (Internazionale), Tanz (DE), collabora con il settimanale Left, con Plays International & Europe (UK) e Exeunt Magazine (UK). Ha partecipato a diversi progetti europei di networking e mobilità sulla critica delle arti performative, è co-fondatore del progetto transnazionale di scrittura collettiva WritingShop. Ha partecipato al progetto triennale Conflict Zones promosso dall'Union des Théâtres de l'Europe, dove cura la rivista online Conflict Zones Reviews. Tra le pubblicazioni, con Graziano Graziani ha curato il volume La scena contemporanea a Roma (Provincia di Roma, 2013), con Matteo Antonaci Iperscene 3, Editoria&Spettacolo 2017.
Comments
  • Paolo 5 marzo 2016 at 21:53

    Pur completamente assecondato da una regia dinamica e da attori perfettamente a proprio agio nel saltabeccare tra stili, epoche e registri interpretativi, pur nell’originalità dell’impianto, il testo di Ravenhill non mi sembra in grado di decollare, prigioniero di schemi didascalici e assunti ideologici che più che arrabbiato lo fanno sembrare piuttosto velleitario. Il pubblico non disdegna. Nota a margine: l’idea è quella di un’allestimento costoso. Possibile che si facciano solo due settimane di repliche a Roma ed una a Napoli?

  • Redazione 7 marzo 2016 at 15:56

    Caro Paolo, la tua nota a margine fotografa una realtà amara ma, ahinoi, piuttosto consolidata. E le norme di stanzialità introdotte dalla Riforma ai danni dei Teatri Nazionali certo non aiutano… Grazie della lettura. SLG

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