Cosa può un teatro? Intervista a Veronica Cruciani

A Roma apre la nuova stagione del Teatro Biblioteca Quarticciolo. In questa intervista, la direttrice artistica Veronica Cruciani ci regala un pensiero sulle scelte curatoriali.

Nell’ambito della mediapartnership con il Teatro Biblioteca Quarticciolo di Roma, dove Teatro e Critica svolge da tempo anche un laboratorio di visione e scrittura, abbiamo incontrato la direttrice artistica, che ragiona sull’urgenza di portare in un quartiere periferico il teatro come elemento di coesione sociale.

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Perché e come sei arrivata alla direzione artistica del Teatro Biblioteca Quarticciolo?

foto Marina Alessi

Nel 2007, all’inaugurazione del teatro, sono stata chiamata da Giovanna Marinelli come conduttrice di laboratori con la cittadinanza. Ne ho organizzati per tanti anni, il primo con il Teatro di Roma, poi con l’allora Provincia di Roma, con la Regione Lazio, fino ad affezionarmi a quel luogo. Quando è stato pubblicato il bando [nell’ambito dell’attuale circuito Teatri in Comune, nel 2012] mi è stato chiesto di partecipare come direttore artistico e nel 2013 ho diretto una squadra di lavoro con tre associazioni culturali. A quel tempo c’era Zètema, e c’era il Sistema Casa dei Teatri e della Drammaturgia Contemporanea con Emanuela Giordano. Negli anni ogni cambio di assessore ha cambiato sistema, o sono stati chiusi – creando enormi problemi di rapporti e relazioni da ricostruire, con il pubblico e con gli artisti – o hanno cambiato nome. Bandi della durata di un anno e mezzo senza grande prospettiva, una realtà intermittente che crea ostacoli quando gestisci uno spazio perché non puoi avere una visione a lunga durata. Nel 2016 si è ripresentata l’occasione e ho coinvolto Ascanio Celestini, Federica Migliotti per il teatro ragazzi, Valentina Marini per la Danza e Giorgio Andriani per l’organizzazione e Antonino Pirillo per la comunicazione e promozione, entrando come Compagnia Veronica Cruciani nella gestione del teatro. La squadra di lavoro si è completata con i tecnici Raffaella Vitiello e Antonio Belardi e la collaborazione di Dario Alberti e Dalila D’Amico. Adesso saremo qui fino al dicembre 2019 con una squadra di lavoro che funziona e che lavora in maniera appassionata.

Nel 2017, all’inteno del piano di riorganizzazione del sistema culturale della Capitale voluto dal vice sindaco e assessore alla Crescita Culturale Luca Bergamo, il Teatro di Roma ha assunto una funzione di coordinamento e di valorizzazione dei Teatri in Comune. Che cosa ha significato in questo primo anno?

Ho sempre pensato che la presenza di un’istituzione teatrale pubblica che abbia uno sguardo su questi teatri possa essere una cosa positiva. A oggi il lavoro con il Teatro di Roma è stato limitato, abbiamo cominciato a ospitare qualcuno dei loro spettacoli, ma spero che ci sarà in futuro un lavoro più ampio. E ci sarà, sicuramente, visto che c’è stato anche il bando per una figura di riferimento, aggiudicatosi da Massimo Vulcano (Prot. 432/dir del 23 maggio 2018).
Io ci tengo a dire, comunque, che mi sono molto battuta affinché questi teatri avessero una propria autonomia. Credo che i teatri debbano avere un proprio direttore artistico, e vadano gestiti da qualcuno che abita il luogo, per creare una serie di relazioni forti con il territorio, costruire un carattere artistico specifico.

Come stai facendo dialogare una realtà territoriale complessa come quella del quartiere Quarticciolo con la vocazione alla drammaturgia contemporanea e alla scena nazionale?

L’arrivo del Teatro è stato come quello di un’astronave caduta dal cielo. Al suo posto prima c’era un mercato: le persone ti dicevano che mancava la casa, il lavoro, e che del teatro non importava granché. Il lavoro che ho cercato di fare è quello di ridare un ruolo all’immaginazione. Molti mi dicono: «Programma i comici televisivi». Ma per me stare al Quarticciolo è un gesto di militanza, ha un valore politico, e allora bisogna provare a spostare più in là il limite, proporre spettacoli che siano comprensibili ma che non rinuncino a sperimentare. Non voglio che sia un teatro di quartiere, municipale, secondo me non è la cosa più interessante; da una parte bisogna portare avanti progetti su e con il territorio, dall’altra non sminuire la qualità e la ricerca artistica mantenendo quindi una vocazione nazionale. Un esempio che posso fare è stato QLab con Muta imago e MK, nel corso delle due stagioni passate. Abbiamo lavorato sei mesi sull’osservazione del luogo, dovevamo fare uno spettacolo e abbiamo deciso di non farlo e di chiedere alle persone di aprire le case a degli sconosciuti. Quest’anno abbiamo moltiplicato i laboratori: progetti per bambini – dai 5 agli 11 anni – e under 21, un corso di parkour, uno di danza per la terza età e non solo, un progetto speciale ideato da Dynamis, in collaborazione con TBQ e Romaeuropa Festival, per ragazzi e ragazze under 18. E poi c’è il rapporto con artisti che usano il teatro, che ritornano, creando delle radici, stabilendo con noi e con il pubblico un rapporto umano.

Il titolo della stagione, quest’anno, è una domanda. Te la rigiro: «Cosa può un teatro»?

Mi interessava scegliere una stagione che avesse una molteplicità di risposte. Non una definizione – cosa è – ma cosa può, cioè il potere di una visione. Tutti gli spettacoli li ho scelti con questi due sguardi: da una parte la loro capacità di parlare del reale in un modo che mi incuriosisce, per raccontarne la complessità, e dall’altra i possibili modi di fare teatro. Sento che il teatro deve tornare a impadronirsi di una potenza, del verbo potere, e se devo provare a rispondere ora alla domanda, cosa può muovere il Teatro Biblioteca Quarticciolo, questo teatro di 156 posti in periferia, dico che può riunire una comunità e provocare un incontro, una discussione, una riflessione, un’emozione, può far condividere delle passioni non in solitudine ma insieme.

Continuità ed evoluzioni rispetto alla scorsa stagione.

La continuità è legata sicuramente alla drammaturgia contemporanea. Ci sono artisti nuovi che abbiamo conosciuto quest’estate nei festival, altri che invece tornano perché io li stimo da tempo, perché loro vogliono venire nello spazio per aderire a un progetto, e che ormai interessano al pubblico del Quarticciolo. Ci sono prime nazionali che non si sono mai viste a Roma, e altri spettacoli che secondo me ha senso far rivedere, per portare nuove generazioni a vederli. Ci sono poi delle rassegne, a novembre per la Giornata contro la violenza sulle donne, e una sulla memoria. La rassegna Under 35, a differenza dell’anno scorso, sarà inserita durante tutta la stagione. Per la danza, rispetto allo scorso anno che abbiamo avuto i caposcuola della coreografia italiana avremo gli artisti più importanti delle nuove generazioni artistiche. L’altra differenza evolutiva è che abbiamo moltiplicato i laboratori e i progetti sul territorio. Però la vera forza di questa stagione, che è un po’ un’utopia, è il Mese di fuoco che sarà curato non solo da me ma anche da John Cascone, un artista visivo, insieme a tutta la squadra artistica e organizzativa del Quarticciolo.  Questa è un’altra novità: la presenza di più linguaggi e discipline.

Cosa ci puoi dire su questo Mese di fuoco?

Il ragionamento su cosa può un teatro va a finire su cosa può la parola. A maggio si interromperà la stagione e ogni giorno ci sarà un artista diverso legato a un linguaggio differente: cinema, letteratura, editoria, teatro, arti visive, danza. Alcuni saranno in residenza tre o quattro giorni, altri verranno solo una giornata a condurre un laboratorio, una tavola rotonda, un incontro, per fare una performance o un concerto. Ciò che ho chiesto loro è di scegliere una parola e lavorare sui possibili significati. Ho voluto dedicare un mese non a fare spettacoli: in questo mercato con tempi produttivi stretti, economie difficili, la cosa che manca per me in questa città è la produzione di pensiero, cioè il modo di prendersi un tempo antieconomico. Avere un luogo nel quale confrontarsi, nel quale fare dei tavoli insieme con cittadini, artisti, insegnanti, condividere i possibili significati di una parola. Perché oggi ci sono delle narrazioni dominanti e le parole diventano bidimensionali, come quando il ministro Salvini parla dell’essere italiano o dell’immigrato. Le narrazioni incidono sulla realtà. Se io costruisco dei possibili significati arricchisco il piano di visione della realtà, arricchisco le parole e cambio anche le relazioni tra le persone. Il mio sogno è di fare una sorta di vocabolario ideale alla fine, con quindici, venti parole ed esplorarne la molteplicità dei sensi. Mi sono chiesta come, attraverso il teatro che gestisco, possa dare energia, mettere benzina, per incendiare per creare qualcosa; e mi è venuto in mente il Mese di fuoco proprio per accendere. Dopo questa esperienza farò le mie considerazioni e magari programmerò il teatro con un dispositivo diverso, chi lo sa.

Direzione artistica e regia. Quali sono le domande e i punti che i due lavori hanno in comune?

foto ufficio stampa

Il punto in comune è che sono sempre io, e le riflessioni che faccio nel mio percorso artistico si riflettono nel lavoro di direzione artistica. Sto sperimentando nuove strade e linguaggi e sicuramente è qualcosa che va a influenzare il mio pensiero su come creare una stagione. Però, allo stesso tempo, tendo a separare le due cose, sento molto la responsabilità di ricoprire un ruolo pubblico, al servizio della collettività. Penso la direzione artistica, quindi, come un altro lavoro: per i problemi organizzativi o amministrativi un artista ha la possibilità attraverso l’immaginazione e la creatività di trovare delle strade e avere delle intuizioni che possono essere interessanti nella gestione di un teatro. Non penso ci debba sempre essere un manager. Però l’artista che gestisce un teatro e che ha un ruolo pubblico deve avere una responsabilità sociale forte. Non deve mettere se stesso davanti a quel luogo. E,  in un momento in cui tutti siamo molto concentrati su noi stessi, dove c’è chi come il ministro Salvini chiude i porti, mi viene in mente di dire «io apro», facciamo un mese in cui apriamo ad artisti e discipline diverse, come se quel luogo potesse vivere, anche a prescindere da me. Per questo penso sia un aspetto di militanza, perché l’artista è dentro la propria dimensione e il Quarticciolo invece ti obbliga a stare in rapporto con la realtà, con le persone; è come se mi riconnettesse a una realtà. E per me è importante.

Redazione

 

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