QLab – Vite d’altri al Quarticciolo

QLab è un’esperienza di relazione con il territorio per mezzo del meccanismo teatrale. Il Teatro Biblioteca Quarticciolo presenta questo progetto di Veronica Cruciani, Michele Di Stefano, Muta Imago e si fa tramite di un incontro speciale. Racconto

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Foto Simone Nebbia

Arrivo al Quarticciolo alle 18:30. Ho un appuntamento alle 19 in due case, che non ho mai visto, per questo progetto di riqualificazione non del quartiere in sé, ma del rapporto tra il chi le abita e il concetto di teatro, di relazione, come se il teatro aiutasse a riaffermare l’appartenenza, presentandosi come comunità. Qui conosco i nomi delle vie dedicate alla Puglia, un ristorante, un bar con l’insegna luminosa verde e gialla del Totocalcio, la biblioteca e il teatro. Ho preso l’appuntamento al buio, per telefono, ricordo solo l’orario e il luogo nel quale mi daranno i due indirizzi: il foyer del Teatro Quarticciolo, appunto. Ho finito di lavorare da pochissimo, leggo rapidamente su internet che la moneta di scambio per questo percorso – Qlab – è l’atto di portare un dono per la casa che si andrà a visitare. Ho un po’ d’ansia, per fortuna è venerdì, mi dico, poi mi ricordo che il sabato lavoro e accelero. Parcheggio nella strada di un’osteria in cui da adolescenti romani venivamo a mangiare. L’impostazione della borgata che «riprende il classico impianto ortogonale di romana memoria, formato da cardo (via Manfredonia) e decumano (via Ostuni)»* si riesce a percepire nonostante sia già buio. Mi incammino veloce tra i palazzi popolari, somigliano a uomini silenziosi che dopo aver visto il secolo scorso, i partigiani, il Gobbo, i fascisti e i tedeschi, ora se ne restano appoggiati agli alberi a vedere che fine fanno i romani in quell’incrocio tra la Palmiro Togliatti e la Prenestina. Il passo diventa più lento, mi fermo in una pizzeria al taglio, entro in un negozio cinese e alla fine trovo il regalo da portare in una cartoleria: delle luci colorate. Sono ormai le 19 e mentre mi chiedo se piacerà il mio regalo, in fondo alla strada intravedo una figura come me, ha un pacco in mano anche lui, lo riconosco un po’ stupito, non sapevamo di incontrarci qui, è Simone Nebbia. “Dove vai?” “Sto andando alla seconda casa”.

Cosa c’è hai paura Luca? Tutti questi gesti cadenzati, stai rimandando un appuntamento? Teatro è quando questa piccola frenesia incontra un pensiero di là dal muro, c’è qualcuno che sta compiendo gli stessi movimenti, dentro casa aspetta l’incontro, potresti essere chiunque ora che viaggi verso l’appartamento, potresti diventare chiunque una volta varcata la soglia. Dentro, dentro c’è una vita senza nessuno, te ne accorgi quanto parlano queste pareti? Appesi ci sono gli anni, le acconciature, le rughe che il tempo ha bloccato in un riquadro di cornice, c’è sospesa nell’aria qualcosa che c’era già prima del tuo arrivo, è un odore di giornate intrise di umanità che non avevi considerato, te ne sorprende alle narici la qualità imprevista, affondata nel cavo del naso valuti entrando e uscendo quanto, di vita, porterai nella tua. 

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Foto Simone Nebbia

In teatro lascio tutto ciò che mi porto dietro ogni giorno, lo zaino, il portafogli, il telefono, l’impossibilità di andare altrove. Mi consegnano una mappa, la oriento come fossi sui Monti della Laga, e mi dirigo lungo il decumano del Quarticciolo. Giù al portone c’è una ragazza che mi aspetta, mi porta su, dentro uno di quegli edifici che guardavo prima; in un chiostro interno al terzo o quarto piano spalanca un cancello e mi dice di percorrere tutto il ballatoio, troverò una porta aperta; Entra, poi torno a prenderti. Passa un tempo, sono seduto sul divano di un soggiorno ora, in una casa che sembra vuota. Mi guardo intorno. Ci sono foto ovunque. Da una stanza arriva una musica. Respiro. Giro per la casa, osservo i segni nel muro, una pentola con delle verdure in cucina, ascolto l’eco di chi in quella casa ha vissuto, vive, c’è una porta chiusa nella quale posso alla fine decidere se entrare. Penso che forse questa è la prima volta in cui metto piede al Quarticciolo; che lo spazio lo si riesce a percorrere solo con il tempo che a esso si dedica. Nelle due case, dietro quelle porte chiuse…

…porte chiuse, di qua l’ignoto appena percepito, di là l’ignoto non svelato; di mezzo il rito, quella porta è il tramite che separa e allo stesso tempo avvicina più d’una osmosi molecolare. Sei pronto ad andare di là? Sei pronto a lasciarti scivolare i frammenti di quelle vite impreviste? In queste case ci sono abiti di esistenze dismesse, lasciate scivolare alle spalle come uno scialle che ora è caldo e non serve più, tutto fermo com’è prima del tuo arrivo e allora lascia il dono dove credi ci sia spazio, Luca, dove qualcosa preso fuori può incastonarsi in tutto ciò che dentro è stato posato giorni, anni prima, che da lì non si è più spostato. Sei pronto ad accettare che il tuo regalo resti immobile a farsi casa d’altri? Non c’è altro, non ti aspettare niente che debba arrivare a farti saltare in aria, in aria ci sei già saltato e non te ne sei accorto, tra partecipazione e assimilazione è il territorio che credevi di conoscere e non sai, è la vita che credevi di sapere e non conosci, è in questo incontro tra segreti mal riposti l’umano, lo scarto, di là dalla barriera tra me e te, diceva Grotowski, il teatro.

Luca Lotano e Simone Nebbia

*Luciano Villani, Le borgate del fascismo. Storia urbana, politica e sociale della periferia romana, Milano, Ledizioni, 2012, p. 251. (ma l’ho letto su wikipedia in realtà).

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