Friendly Feuer di Marta Gilmore. Lettere dalla Storia

Marta Gilmore presenta Friendly Feuer una polifonia europea al Teatro India. Recensione

Marta Gilmore
Foto Ufficio Stampa

«Testimonianze» è la definizione data da Paul Ricoeur volta a indicare tutto ciò che appartiene alla sfera soggettiva dell’agire umano. È dunque la legittimazione della fonte orale a rendere cartoline, cartelle cliniche, lettere, compiti di scuola, canzoni, elementi indispensabili per comporre quella memoria collettiva –secondo la definizione di Maurice Halbwachs, filosofo e sociologo francese pioniere della sociologia della memoria – dalla cui analisi non può prescindere nessuna ricerca storiografica e, in questo caso, teatrale. Friendly Feuer una polifonia europea è l’ultimo lavoro scritto e diretto da Marta Gilmore e prodotto dalla compagnia Isola Teatro, nato proprio sulla base di una scrittura altrettanto collettiva. Il lungo processo creativo della compagnia si è basato infatti sulla lettura e sullo studio di diverse fonti storiche e letterarie, tra cui La follia e la fuga. Nevrosi di guerra, diserzione e disobbedienza nell’esercito italiano 1915-1918 di Bruna Bianchi, docente di Storia Contemporanea all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Un simile progetto teatrale basato sul recupero delle fonti orali si inserisce quest’anno nelle politiche della memoria pubblica riguardanti il centenario dagli eventi della Grande Guerra, al quale è dedicato il filone guerre/conflitti/terrorismi della stagione del Teatro di Roma.

Marta Gilmore
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Le ricorrenze, gli anniversari e i centenari possono risultare una gabbia per l’interpretazione creativa. Si parte da un contesto storico piuttosto ingombrante e “conosciuto” rispetto al quale la già citata memoria collettiva prevale su quella individuale, specialmente se a separare oggi da ieri vi è un secolo pregno di cambiamenti sociali ed economici che hanno radicalmente mutato il nostro concetto di comunicazione e di memoria. Perciò come si può rappresentare e quindi comunicare la «rielaborazione di quegli eventi nel momento del centenario e l’utilizzo pubblico della memoria, cartacea o virtuale, a fronte di una domanda sul ruolo della scrittura nel 14-18»?. La scelta registica di dare a questo processo la forma e la struttura aperta di uno «spettacolo/performance» è di sicuro pertinente nel rendere visibile la frammentarietà e la coralità di tante ed eterogenee voci. Una polifonia quindi dove si incrociano, senza la presenza in sala di sottotitoli, tanto la lingua italiana quanto i dialetti, il tedesco come il francese e l’inglese, la cui rinomata internazionalità sembra venire meno in contesti bellici, nei quali vige il particolarismo che impone la difesa dell’identità di fronte al nemico. Gli attori Eva Allenbach, Tony Allotta, Armando Iovino, Marta Gilmore e Vincenzo Nappi si muovono sulla scena del Teatro India e additandoli, coinvolgono gli spettatori sin dalle prime battute dello spettacolo. La recitazione colloquiale e imprevedibile degli attori, in grado di porsi allo stesso livello del pubblico, costruisce pian piano una collettività presente (il qui e ora della performance) in contatto con una invece passata e soprattutto defunta. Entrambe dialogano tra loro attraverso la parola scritta delle lettere dei disertori e dei soldati in trincea letta ad alta voce dagli attori o riportata sul grande foglio di carta srotolato in scena, il quale si allunga in verticale su un telo in pvc: schermo dove sono proiettate sia immagini e documenti d’archivio che riprese live ad alta definizione, controllate dalla postazione registica al lato destro della scena.

Marta Gilmore
Foto Ufficio Stampa

L’apparato scenico amplifica il significato drammaturgico, a volte facendo da contraltare virtuale alla fisicità degli attori/performer, a tratti diventando vero e proprio personaggio: come quando nel ricoprire i corpi a terra degli attori/soldati il foglio bianco diventa non solo un lenzuolo che rispettosamente compiange la morte dei caduti, ma sembra addirittura fungere da coltre del tempo passato che lascia percepire il peso degli anni. La distanza. Anche gli ex soldati affetti da nevrosi proiettati sullo schermo diventano performer virtuali di un racconto esteso. «In un’Europa instabile e segnata da una crisi che diventa condizione esistenziale permanente, la tragedia del singolo […] parla a noi e di noi più che mai. Il nemico, l’altro, i confini, oggi che per entrare in Europa si muore, e per restarci si finisce strozzati dai debiti, sono parole che meritano nuove domande, nutrite dalla consapevolezza di un passato tuttora doloroso»: l’intento di Gilmore fa i conti con un’evidenza tanto cinica quanto storicamente strutturale. I “confini” appunto sono da considerarsi nelle loro specificità contestuali e contestualizzate, per le quali risulta difficile accomunare la Grande Guerra alla tragedia odierna dei migranti o alla crisi economica. È una forzatura non necessaria per uno spettacolo che sa parlare del “fuoco amico” già soltanto con la chiosa finale che coinvolge circa una ventina di impreparati spettatori. Le parole di scrittori e poeti, le testimonianze autentiche delle lettere ritrovate e archiviate ma mai spedite vengono quindi “performate” e incarnate dalla comunità di attori e spettatori che sa di addossarsi l’onere di una responsabilità.

Man mano che gli anni ci separeranno dagli eventi, sarà sempre più difficile poter partecipare alla memoria collettiva riguardante la Grande Guerra. Arriveremo probabilmente a ripensare le stesse modalità di ricordo per mutare poi l’approccio storiografico e la comunicazione e la trasmissione dello stesso. Friendly Feuer è probabilmente un lascito per potersi domandare: non avremo forse bisogno di una Nouvelle Histoire ancora più “nuova” di quella di Marc Bloch e Lucien Febvre?

Lucia Medri

Teatro India – aprile 2016

FRIENDLY FEUER
una polifonia europea
regia e drammaturgia Marta Gilmore
sulla base di una scrittura collettiva

con Eva Allenbach, Tony Allotta, Armando Iovino, Marta Gilmore, Vincenzo Nappi

grafiche Dora Ciccone, Mauro MIlone
video promozionale Marco Bonfante
trailer Andrea Gallo

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