Easy to remember. Ricci/forte e la memoria intermittente

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Easy to remember è il nuovo lavoro di ricci/forte che si interroga sul problema della memoria a partire dalla figura della poetessa russa Marina Cvetaeva. Recensione

Foto di Giovanni Chiarot

Ci sono spettacoli per cui l’effetto immanente, che è la natura del teatro stesso, sedimenta strati in cui la memoria si arrovella. Spettacoli per cui la complicità con quel che si è visto si attiva un attimo dopo, e i giorni seguenti ti sorprendi a tirare un filo ruvido cui si aggrappa una storia sotterranea.

Non poteva essere diversamente per uno spettacolo che della memoria fa il suo innesco: Easy to remember è il nuovo lavoro di ricci/forte che ha debuttato per la Stagione Contatto del Css Teatro Stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia (che rinnova anche in questa occasione la collaborazione con il duo – prima c’erano stati Pinter’s Anatomy e Imitation of death).

Lo spettacolo pare aderire alle oggettive letture di un dramma biografico, proprio per una sua precisione e una mancanza di vaghezza. Una donna, la poetessa Marina Cvetaeva (Anna Gualdo), in carrozzella, per lo più immobile, sembra schiacciata dalla vita ma sopravvive grazie alle proprie parole. Si presenta con un lungo monologo di frasi quasi sempre violente, mentre dall’altra parte un’infermiera (Liliana Laera) rovescia una bara da cui escono girasoli. L’infermiera ha una mano carezzevole e dura, proprio come quella di sua figlia Ariadna, l’unico conforto per la poetessa in una vita violenta e tumultuosa. Finirà poi anche questa figlia nella bara dentro cui chiudere girasoli ricordi e persone. Le parole invece rimangono fuori, scandite bene dalle due attrici sono anche proiettate su un tulle trasparente che è la quarta parete della scatola scenica, rigorosamente in bianco. Uno spettacolo che sembra vuoto, ma non nel senso negativo che diamo al termine, piuttosto un vuoto come stagione precedente la nascita; vuoto come segno di innumerevoli possibilità del pre-essere. E così ai nostri occhi il flusso dello spettacolo si sviluppa lentamente, lasciando da parte ingombri di intrecci, preferendo le onde che si succedono.

Foto di Giovanni Chiarot

Siamo lontani da quella grammatica scenica di festa dionisiaca e rito ancestrale cui il duo ricci/forte ci ha abituato negli ultimi anni. C’è distanza dall’impatto emotivo proprio di alcuni spettacoli, per cui il tumulto interiore era impossibile da contenere. Qui accade qualcosa di molto diverso. Ci sono pause, molte parole e lunghe sequenze (alcune a ragion di cronaca rischiano di essere un po’ prolisse) ma l’effetto finale è quello di un’onda carsica che si muove su un tappeto di suoni dapprima impercettibili poi sempre più invasivi. La musica e i toni della voce crescono impercettibilmente, spezzati solo da qualche concessione rapsodica che ricorda in maniera sbiadita alcuni motivi incendiari di Macadamia Nut Brittle, luci intermittenti, musica metal, una danza frenetica da parte della figlia/infermiera. Poi dopo questa impennata di nuovo si torna a quella pressione tenue avvolta in un bianco che ha il sapore di casa di cura, ma tende al paradiso.

Non c’è interesse da parte di ricci/forte per la riabilitazione di una figura – a cui peraltro ha già dato lustro la fortuna editoriale degli ultimi anni – piuttosto per quella ricerca di un tempo profondo e di una vicenda sotterranea che è poco aderente alla storia immobile che fa da contenitore per i nuovi santi della cultura occidentale. La poesia per Marina Cvetaeva è il guscio di un rituale d’amore per rimanere in vita, una strategia velenosa del rifiuto di soccombere, fino alla fine. C’è in questo spettacolo la rabbiosa pena di una donna che non può stare al mondo come vorrebbe, e che non accetta il senso di una vita che continua a sprecarsi. Ricci/forte crea e modella l’identità della poetessa partendo da quel pozzo dove le parole si sedimentano, tirandole fuori, esibendole, proiettandole di fretta e costringendo chi sta a guardare a non afferrarle tutte, come se il senso fosse altrove. Lo spettacolo sembra dirci che la parola rimane antifunzionale anche per chi ne ha fatto scudo e l’ha vivisezionata senza lasciarle scampo.

Foto di Giovanni Chiarot

Marina Cvetaeva vive inverni di freddo e povertà, si confronta con scrittori, poeti e artisti, aspetta il suo uomo, Sergej Efron (impegnato al fronte con l’Armata Bianca), innamorandosi di innumerevoli altri uomini. Si è detto altrove che in Russia in quegli anni di fame, guerre civili e morti, gli scrittori non rinunciano alla loro arte; Marina Cvetaeva è costretta all’esilio, poi a un drammatico ritorno in patria. L’amarezza della solitudine forzata e poi la rassegnazione a una solitudine scelta, non può che concludersi con il suicidio avvolgendo in un filo di cotone rosso la carrozzella che la immobilizzava.
La poesia è vita pura e pulsante, esibizione di una richiesta ossessiva d’attenzione, persino violenta a tratti, mentre la vita fisica si affievolisce.

In mezzo a questo brulicare di parole, che fine fanno i corpi? Rimangono solo scheletri mostrati in radiografie proiettate sul tulle, quel che resta d’essenziale sotto la pelle e dietro le parole. Questo sì, un po’ didascalico come effetto reiterato a scandire i cambi di scena. Infine un valzer che costringe i due corpi in scena a muoversi adagio attorno alla bara da cui in fondo non ci si può allontanare. “Con leggerezza pensami, con leggerezza dimenticami”, dice Marina Cvetaeva in questo spettacolo che facilmente vola via, ma su cui il tempo quotidiano delle nostre vite si sorprenderà a tornare, fuori dal teatro che vorrebbe contenerlo.

Doriana Legge

Udine Teatro San Giorgio

EASY TO REMEMBER

drammaturgia ricci/forte
regia Stefano Ricci
interpreti Anna Gualdo, Liliana Laera
movimenti Piersten Leirom
assistente alla regia Ramona Genna
direzione tecnica Danilo Quattrociocchi
suono Andrea Cera
voce Anna Terio
ricerca iconografica Stéphane Pisani

 

 

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Doriana Legge è docente di Storia del Teatro e Problemi di storiografia dello spettacolo presso l’Università degli studi dell’Aquila. Nel 2014 ha conseguito il dottorato di ricerca in Generi letterari presso il Dipartimento di Scienze Umane dell’Università degli studi dell’Aquila. Dal 2013 fa parte del comitato di redazione della rivista di studi “Teatro e Storia” edita da Bulzoni. Collabora a voci enciclopediche per il Dizionario Biografico degli Italiani della Treccani. Scrive per la rubrica teatrale dell’“Indice dei libri del mese”. È anche musicista e compositrice per cinema e teatro, autrice di sonorizzazioni che portano a indagare le immagini pensando relative drammaturgie sonore. Da gennaio 2017 collabora con Teatro e Critica. Per consultare i suoi lavori e pubblicazioni più recenti: https://univaq.academia.edu/DorianaLegge