Stefano Massini e Irina Brook. Terre Noire di salvezza

Terre Noire, testo di Stefano Massini con la regia di Irina Brook, è andato in scena in prima nazionale a Il Funaro. Recensione

Foto di Jean Claude Fraicher
Foto di Jean Claude Fraicher

È un gesto violento –benché necessario – quello a cui è chiamato il pubblico de Il Funaro: calpestare il tappeto di terra che dallo spazio scenico allestito per Terre Noire straripa fino a lambire le prime file della platea. Scure, presaghe di ricchezza e fatica, le zolle compatte che ricoprono il parquet della piccola sala ostentano una natura ambigua, che le muta da mero elemento scenografico in immagine di una civiltà, bandiera di quelle migliaia di esistenze che si riconoscono nella quotidiana fatica del lavoro agricolo. I piedi che le schiacciano rivelano inconsapevolmente la stessa indifferenza con cui la Earth Corporation, nel dramma diretto da Irina Brook e prodotto da Théâtre National de Nice – cdn Nice Côte d’Azur, ha depauperato un immenso territorio e sconfitto le esistenze che in esso si innestavano: ed è una noncuranza prettamente bianca e borghese, incapace di comprendere realtà non monetizzabili.

Presentato in prima nazionale all’interno di un focus che Il Funaro ha dedicato al teatro francese, Terre Noire costituisce l’esito di una commissione che Brook ha affidato a Stefano Massini, la cui penna è riconoscibile nella volontà di illuminare un ambito di cronaca poco noto, e con esso accusare la cattiva, pigra coscienza occidentale. Dopo gli Stati Uniti epici di Lehman Trilogy e l’archetipica fabbrica tessile europea di 7 minuti, Massini sposta adesso l’azione negli sterminati paesaggi del continente africano, scenari di miserabili e criminose speculazioni, aggiungendo così un nuovo tassello a una geografia di opere che – pur nella diversità delle forme e delle risultanti – sono accomunate dall’indagine sulle zone d’ombra del capitalismo odierno. E il piccolo proprietario terriero Hagos Nassor è soltanto un ostacolo da aggirare e raggirare lungo il percorso intrapreso dall’oscura multinazionale Earth Corporation per impossessarsi del suo campo coltivato a canna da zucchero. Improbabile Davide, armato non più di fionda ma soltanto di ostinazione e incoscienza, Hagos trova nella collaborazione della coriacea avvocatessa Odela Zaqira la possibilità di contrapporsi a un Golia subdolo e vigliacco, disposto a ricorrere anche all’avvelenamento delle terre pur di potersele assicurare a un prezzo vantaggioso. I trentuno quadri della pièce si susseguono in ordine non cronologico, costruendo una drammaturgia nella quale le voci protagoniste alternano momenti dialoganti a brevi narrazioni rivolte al pubblico: e l’immaginario filmico di cui la vicenda è debitrice, pur essendo tragicamente ricalcato su una realtà sottaciuta, è amplificato dalla regia di Brook, che offre una lettura del testo fin troppo didascalica.

Foto di g.simon
Foto di g.simon

Sul fondale della scena disegnata da Noëlle Ginefri è uno schermo a enfatizzare questa cifra documentaristica: affidando prima a brevi spezzoni di un reportage sulle condizioni di vita dei contadini indiani, e poi alle parole piene di speranza di Vandana Shiva, una funzione posticcia di prologo ed epilogo del dramma, Brook sembra ingabbiare la drammaturgia di Massini nel recinto del mero teatro di denuncia di matrice giornalistica. I tre tavoli che campeggiano al centro e ai due lati del palco inondato di terra – quello della dignitosa abitazione di Hagos e di sua moglie Fatissa, la caotica scrivania di Odela e infine il tavolo in cristallo di Wilson Helmett, legale della Earth Corporation – costituiscono i vertici di uno spazio agito dagli interpreti con enfatica adesione ai personaggi: Romane Bohringer, Hippolyte Girardot, Jeremias Nussbaum e Babetida Sadjo danno vita a una prova energica, ma è Pitcho Womba Konga, già attore in produzioni di Peter Brook e Joël Pommerat, a donare a Hagos una struggente oscillazione tra toni iperrealisti e sfumature sognanti.

Foto di g.simon
Foto di g.simon

Odela mastica chewing-gum con poca eleganza, l’avvocato Helmett intraprende solitari match virtuali di tennis, il tirapiedi Dalmar Khamisi indossa anelli volgari: la mano di Irina Brook arricchisce di innumerevoli dettagli l’azione scenica, facendo propria un’attitudine cinematografica che nulla aggiunge al testo di Massini e ne offusca invece la forza dietro soluzioni estetiche stereotipate. A conferire una materica urgenza alle parole, a determinare una prospettiva di salvezza dalla cieca brutalità aziendale e finanziaria, sono soltanto la silenziosa presenza della terra, sotto i piedi degli attori e degli spettatori, e quel suo odore che impregna i polmoni.

Alessandro Iachino

visto a Il Funaro Centro Culturale, Pistoia – marzo 2017

TERRE NOIRE

testo Stefano Massini
regia Irina Brook
con Romane Bohringer, Hippolyte Girardot, Jeremias Nussbaum, Babetida Sadjo, Pitcho Womba Konga
musiche Jean-Louis Ruf-Costanzo
scenografia Noëlle Ginefri
suono Guillaume Pomares
luci Alexandre Toscani
costumi Élisa Octo
produzione Théâtre National de Nice – cdn Nice Côte d’Azur

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