Stefano Massini con 7 minuti. Un omaggio a Reginald Rose

Stefano Massini con 7 minuti omaggia la pièce Twelve Angry Men di Reginald Rose al Teatro Goldoni. Recensione.

 

Foto De Martini
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Reginald Rose è un nome che ai più non dirà nulla, e al quale quello straordinario catalogo post-moderno di cultura pop che è Wikipedia dedica solo una smilza pagina in inglese e in poche altre lingue. Eppure a questo Carneade newyorkese si deve la stesura, nel 1954, di un piccolo capolavoro che ancora oggi sembra riscuotere un successo globale: Twelve Angry Men, noto in Italia con il titolo La parola ai giurati. Scritto inizialmente sotto forma di sceneggiatura per un episodio di una serie televisiva, il testo fu poi adattato per il cinema e magnificamente diretto nel 1957 da Sidney Lumet in un film commovente e intenso, reso indimenticabile dall’interpretazione di Henry Fonda. A questa celebre trasposizione ne seguirono molte altre, tuttavia di fronte a un numero cospicuo di remake per il piccolo o il grande schermo il teatro sembra essersi appropriato in ritardo della vicenda dei “dodici uomini arrabbiati”, ai quali spetta il compito di decidere del destino processuale di un ragazzo accusato, forse ingiustamente, di parricidio. La versione per il palcoscenico debuttò infatti a Londra solo nel 1964 e a Broadway in un recentissimo 2004, mentre in Italia fu Alessandro Gassmann a curarne, nel 2007, una messa in scena dal gusto cinematografico.

Foto De Martini
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7 minuti, atto unico del prolifico Stefano Massini, costituisce un dichiarato omaggio alla pièce di Reginald Rose; una variante però femminile e per nulla consolatoria, nella quale a contare non è più la vita di un giovane, bensì le condizioni di lavoro all’interno di una fabbrica tessile. In un ulteriore gioco di specchi si deve ad Alessandro Gassmann la regia: ma se nelle mani del drammaturgo fiorentino gli specchi sono sempre deformanti, e dell’impianto narrativo de La parola ai giurati restituiscono immagini nuove e attuali, quelli a cui fa ricorso Gassmann riflettono sembianze fin troppo simili allo spettacolo di otto anni fa. Ancora una volta tra palcoscenico e platea è posto un velatino sul quale sono proiettate alcune videografie; ancora una volta le musiche, nel sottolineare i momenti di maggiore pathos, risultano invadenti quanto una colonna sonora; e ancora una volta le luci subiscono improvvise variazioni di intensità che vorrebbero evidenziare i passaggi più introspettivi del testo. Il risultato è didascalico e sottrae forza alla vicenda magistralmente narrata da Massini e interpretata da un affiatato e talentoso gruppo di attrici: quella di un consiglio di fabbrica composto da nove operaie e due impiegate chiamate a decidere a maggioranza se accettare una semplicissima richiesta dei proprietari dell’azienda. Di fronte alla possibilità dei licenziamenti, della chiusura della fabbrica, della delocalizzazione, rinunciare a sette minuti della pausa giornaliera sembra, più che un compromesso, un generoso regalo. E le obiezioni che Bianca — Ottavia Piccolo in un’interpretazione toccante, misurata e convincente — muove alla proposta appaiono insensate. Con coraggio e determinazione, la non più giovane operaia riuscirà tuttavia a instillare nelle altre donne il dubbio che quei sette minuti siano qualcosa di più di una manciata di secondi, ma nel farlo affronterà invidie, sospetti e risentimenti, pagando un prezzo molto alto. Se il dramma di Rose si concludeva con uno scontato happy ending, qui il finale è aperto e sospeso: perché molto più importante del risultato della votazione è forse quella lezione di democrazia, di partecipazione e di pensiero critico che Bianca lascia in eredità alle colleghe, soprattutto alle più giovani e ciniche.

Fuori dal Teatro Goldoni, nelle fabbriche e negli uffici, la battaglia sull’art.18 non solo ha contrapposto i lavoratori alla classe dirigente, ma sembra avere aperto un irrisolto conflitto intergenerazionale tra il mondo del precariato giovanile e quello contrattualizzato più anziano: il confronto tra Bianca e l’impiegata diciannovenne assume così i contorni di una conosciuta quotidianità. Poco conta che la storia si ispiri a un fatto realmente accaduto nel 2012 a Yssingeaux, nell’Alta Loira, perché Massini tratteggia con il consueto afflato etico uno spaccato di una società non soltanto francese, le cui fratture tra umani opportunismi e nobili difese di astratti principi ricordano realtà vicine. Superflua è di conseguenza la proiezione che appare in apertura di sipario, un “ispirato a una storia vera” che circoscrive la valenza del dramma ai confini di un luogo, ridimensionando nella concisa fermezza dell’affermazione, quell’universalità e quella verità connaturate nell’ arte teatrale. Il profluvio di effetti ai quali Gassmann ci ha abituati sembra qui virare verso uno stile quasi televisivo, addirittura macchiettistico quando si tratta di illustrare visivamente alcuni frammenti della vita delle operaie: l’Africa dalla quale è fuggita l’immigrata Fatou è così un ridicolo e solitario baobab in mezzo a una savana. Less is more, era solito dire Ludwig Mies van der Rohe e il motto dell’architetto si impone come un necessario invito di fronte ad operazioni che, come questa, rischiano di soffocare splendide parole nell’angusto spazio compreso tra i fondali di un palcoscenico e di un’ ipertecnologica quarta parete.

Alessandro Iachino

Visto al Teatro Goldoni, Firenze, marzo 2015

7 MINUTI

di Stefano Massini
con Ottavia Piccolo, Paola Di Meglio, Silvia Piovan, Olga Rossi, Maiga Balkissa, Stefania Ugomari Di Blas, Cecilia Di Giuli, Eleonora Bolla, Vittoria Chiacchiella, Arianna Ancarani, Stella Piccioni
scenografia Gianluca Amodio
costumi Lauretta Salvagnin
light designer Marco Palmieri
musiche originali Aldo e Pivo De Scalzi
videografie Marco Schiavoni
regia Alessandro Gassmannn
produzione ERT Emilia Romagna Teatro Fondazione / Teatro Stabile dell’Umbria / Teatro Stabile del Veneto

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