Gli Americani di Mamet, immobiliaristi a Roma

Americani (Glengarry Glen Ross) di David Mamet con la regia di Sergio Rubini apre la stagione 2016/2017 del Teatro Eliseo. Recensione

Americani, Teatro Eliseo, Foto, di Bepi Caroli
Americani, Teatro Eliseo, Foto, di Bepi Caroli

Gli Stati Uniti degli anni ’80, degli yuppie, dei trentenni sfrenati, a bocca aperta sotto la pioggia di denaro – sempre troppo poca rispetto ai fiumi dei Sessanta: un branco di tigri, venditori, affamati di bigliettoni verdi, chiusi in un recinto, pronti a scannarsi o a tessere strategie per il tornaconto personale. David Mamet nel 1984 vinse il premio Pulitzer con Glengarry Glen Ross, testo in due atti di cui sono protagonisti un gruppo di agenti immobiliari di Chicago. La rappresentazione simbolica della corsa all’oro prima che arrivasse il potere taumaturgico della finanza era la vendita immobiliare: spostare case, lotti, da un proprietario all’altro. Un’arte della dissimulazione che già è teatro. La vendita genera il profitto di cui al venditore vanno ricche percentuali. È il sogno americano in piena regola, spinto qui all’ennesima potenza, alla ricerca della massimizzazione mitologica del guadagno. Mamet allude a un cambio di paradigma: entra in gioco la competizione, le classifiche con i premi per i migliori, l’annientamento psicologico degli ultimi. Vendi o muori: Dave Moss, uno degli agenti, lo spiega bene con un’immagine: lavoriamo «con la pistola puntata alla nuca».

Americani, Teatro Eliseo, Foto, di Bepi Caroli
Americani, Teatro Eliseo, Foto, di Bepi Caroli

E l’Italia? Pensiamo a Roma, alla nostra città cementificata, all’edilizia che si mangia il paesaggio per lasciare poi condomini disabitati. Pensiamo alle politiche neoliberiste, che proprio nella Chicago di Glengarry Glen Ross avevano il loro laboratorio creativo, responsabili della svalutazione dei diritti del lavoro anche nel nostro paese. Appare perciò sensata e riuscita l’operazione di ambientare nella Capitale Americani (stesso titolo della versione italiana del film con Jack Lemmon e Al Pacino uscito nel 1992), diretto da Sergio Rubini, con cui il Teatro Eliseo apre la stagione puntando proprio su quel David Mamet spesso frequentato dal direttore Luca Barbareschi (in questo caso traduttore) e che qui rappresenta quasi un manifesto di intenti per il teatro di via Nazionale, dato che apre anche la programmazione della sala piccola con American Buffalo,  diretto e interpretato da Marco D’Amore.

Il lavoro sulla drammaturgia è quello di un sarto esperto che prendendo le misure dell’originale lo adatta modellandolo a curve e forme. Testo e trama sono intatti, come le indicazioni scenografiche contenute nelle didascalie di Mamet. L’America degli anni Ottanta è l’Italia, Roma; i terreni e i lotti da smerciare si trovano a Pomezia, Colle Fiorito, Terminillo. E anche qui non è più il tempo del boom economico degli anni Sessanta quando quei pionieri del cemento costruirono e vendettero l’Olgiata. Come nell’originale la prima parte del testo vede in scena tre tavolini di un caffè ristorante dove siedono e discutono i protagonisti. Predomina il rosso fuoco nella scenografia di Paolo Polli. Rubini è Shelly Levene, Daniele Sonnino nella versione italiana, venditore allo sbando con un passato da campione, ora naviga a vista nella parte bassa della classifica, non vende più come una volta e per questo non riceve più i nominativi di potenziali clienti interessanti: l’altra perversione del sistema di incentivi infatti indirizza i contatti migliori ai venditori migliori. Cerca di rialzarsi, è al verde, farebbe di tutto per avere qualche nome di livello su cui puntare, per mostrare ancora una volta perché lo chiamavano “slot machine”.

Americani, Teatro Eliseo, Foto, di Bepi Caroli
Americani, Teatro Eliseo, Foto, di Bepi Caroli

La sua nemesi è anche il suo discepolo, Riccardo Roma (stesso cognome dell’originale a indicare un collegamento con il nostro Paese già prefigurato da Mamet), lo gioca bene Francesco Montanari, con una certa aria da strafottente, da chi si crede il nuovo campione, ma in realtà è solo, come gli altri.

Mamet non ci racconta nulla di queste mucche da latte tirate a lucido, se non del loro lavoro, facendole così apparire come delle solitudini drogate di guadagno, in preda a un’altalena di emozioni mossa da soldi e potere. A Gianluca Gobbi (scuola genovese, un concentrato di talento e mestiere) e Roberto Ciufoli il compito di formare la coppia comica, anch’essi ben inquadrati nei propri ruoli, come d’altronde il mansueto impiegatuccio di Giuseppe Manfridi che rischierà di essere raggirato dalle parole “magiche” di Roma e il severo capo ufficio Marani di Gianmarco Tognazzi. Perché la cifra principale della regia di Rubini è proprio nella ricerca di un’amalgama recitativa funzionale al testo ma che si tenga ben alla larga dal facile scimmiottamento hollywoodiano all’italiana. Basti pensare proprio alla voce con cui l’attore di origine pugliese comincia lo spettacolo, lontano appunto dagli stereotipi, verso un piano interpretativo originale.
Mamet apre e chiude la vicenda in medias res, non si consuma nessuna tragedia se non quella piccola, quotidiana, prodotta da un sistema capitalista spietato nel quale i suoi uomini credono di giocare al tavolo giusto senza accorgersi, se non quando è troppo tardi, che le carte sono truccate e il banco vince sempre.

Andrea Pocosgnich

Settembre 2016, Teatro Eliseo, Roma

AMERICANI
Glengarry Glen Ross
di: DAVID MAMET
traduzione: LUCA BARBARESCHI
regia: SERGIO RUBINI
con:SERGIO RUBINI, GIANMARCO TOGNAZZI, FRANCESCO MONTANARI
ROBERTO CIUFOLI, GIANLUCA GOBBI, GIUSEPPE MANFRIDI, FEDERICO PERROTTA
scene:, PAOLO POLLI
costumi: SILVIA BISCONTI
luci: IURAJ SALERI
musiche originali: GIUSEPPE VADALÀ
produzione: ELISEO – TEATRO NAZIONALE DAL 1918
PRIMA NAZIONALE

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