Lia Lapini 2011: impressioni e riflessioni di un cronista giurato

Partiamo dal futuro, dal probabile che al tempo stesso è improbabile per natura. Per un festival la forza e la capacità di imprimere un segno è direttamente proporzionale anche alla capacità di scommettere sul futuro incerto. Non parlo di tarocchi o divinazioni, ma di saper cogliere velocemente il cambiamento e capire dove puntare prima che il tavolo verde si riempia di attaccabrighe e l’affascinante donna bendata lasci vuoto il posto accanto al nostro.

Da tre edizioni il festival senese Voci di Fonte ha raccolto proprio questa scommessa ospitando e organizzando Il Premio Lia Lapini. Parliamo di un concorso strategico sul piano nazionale e capace di intercettare gli embrioni di un nuovo teatro accompagnando il progetto vincitore fino a vederlo completarsi in una forma stabile, se pur in continuo movimento e ripensamento come è sacrosanto che sia per tutte le arti (soprattutto quelle sceniche). Così al secondo giorno, dopo aver già proclamato pubblicamente la nostra scelta di giurati, ricaduta sull’idea scenica di Effetto Larsen e sul loro Innerscapes, diamo uno sguardo proprio a quel futuro preparato un anno prima da altri nostri colleghi. Nelle bianche stanze del Santa Maria della Scala, Sonno di Vincenzo Schino e della sua compagnia Opera è uno strappo nel buio, un affascinante e incauto percorso nel labirinto dell’inconscio. Relazionandosi con la percezione emozionale del pubblico e i suoi piani onirici, Schino si muove con un segno d’artista ormai riconoscibilissimo, autonomo e di estrema qualità.

Dopo aver visto-vissuto-respirato il lavoro di Vincenzo Schino, registrando una certa curiosità e aspettativa palpabili in tutta la platea, mi avvicino a un collega giurato il quale mi confida il suo apprezzamento per la discontinuità del lavoro di Effetto Larsen proprio rispetto all’immaginario teatrale di Opera, forse ha ragione. Di sicuro il progetto della compagnia milanese guidata da Matteo Lanfranchi è il più concettuale dei lavori visti in concorso. Gran parte della finalità sta proprio nell’innescare un discorso speculativo intorno al mezzo teatrale, una riflessione su quel concetto di scrittura scenica rilanciato da studiosi e critici come Giuseppe Bartolucci sul finire degli anni sessanta e cuore nevralgico del premio dedicato alla docente dell’Università di Siena scomparsa nel ’99. Con risultati alterni e nodi ancora da svolgere, Innercapes cerca di svelare questi meccanismi presentando una sinossi volutamente banale e accostando alla semplicità del contenuto (nient’altro che una storia d’amore) la riflessione sul linguaggio. L’incontro, i momenti appassionati, l’abbandono, dunque il fallimento che poi si scioglie nella riproposizione di un altro incontro, vengono mostrati con un montaggio dove i fermo immagine, la musica e il condizionamento da parte degli oggetti (dunque dello spazio) sulla drammaturgia, sono i segni tangibili di una modalità scenica che non ha come finalità la creazione emozionale, ma l’ambizione di applicare certi meccanismi linguistici propri del cinema (vedremo più avanti se e come vi riuscirà) a una scena fortemente metateatrale.

Se verso Effetto Larsen c’è dunque la curiosità di capire come risolverà i 20 minuti di progetto in uno spettacolo completo creando un’attrattiva che vada al di là anche del solo formalismo, incrociando perciò i piani del linguaggio proprio con quelli del contenuto, è anche il concorso stesso a meritare una riflessione. Quanto sono determinanti in momenti come questo iniziative come il premio Lia Lapini? Certo la risposta è apparentemente scontata, ma è da ribadire, non solo per le risorse economiche messe in campo, ma anche per le forze che si muovono intorno alla futura opera. Abbiamo discusso perciò anche di questo tra di noi e con gli organizzatori del premio, per anticiparne il futuro, per capire come capitalizzare quel rischio protagonista proprio nelle scelte di quest’anno. Perché se Topo di Aidoru mostra già in nuce una cura della scena e del dettaglio a fronte di una tematica e di uno svolgimento scenico ancora troppo embrionali (il topo/essere umano chiuso in una stanza e condizionato dall’esterno dopo pochi minuti perdeva la propria efficacia); gli altri due lavori invece peccano di evidenti ingenuità per come sono stati impostati nei rispettivi incipit. Lo studio di Salvatore Zinna rimane a metà strada tra il racconto impegnato e la performance sitespecific, colpa di una delle piscine delle fonti di Pescaia di cui l’artista siciliano s’innamora appena arriva a Siena e lì dentro, immerso nell’acqua gelata, decide di ricreare il proprio lavoro, ma percorso e testo scritto stentano a chiarificarsi. Chiarissimo è stato invece Massimiliano Venturi, burattinaio, a lui il merito di averci fatto credere di essere un artista alla ricerca di nuovi linguaggi performativi nel teatro di figura, mostrando poi “semplicemente” un Pinocchio, con tanto di teatrino, burattini in legno, cambi di voce e finto problema audio con la regia.

Dunque non è il rischio da correggere, anzi questo è da considerare come variabile viva e imprescindibile del contemporaneo artistico, ma le modalità con cui quel rischio viene intrapreso. Non può bastare perciò la valutazione del progetto scritto, bisognerà attivare meccanismi anche di discussione tra i giurati e di incontro con gli artisti durante le prime fasi di selezioni, per far sì, proprio nello spirito del premio, che ci si trovi all’interno di un percorso critico a lungo termine, non esente da fallibilità certo, ma in grado proprio di rischiare su quel futuro che tanto ci interessa.

Andrea Pocosgnich