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Il sogno lucido della Generazione T. Enduring Love

Tra racconto e riflessione, sulla scia delle giornate di Enduring Love vissute a Centrale Fies a fine settembre, un approfondimento su una generazione di artiste e artisti.

HOW TO DESTROY YOUR DANCE di CollettivO CineticO . Foto Roberta Segata

Circa un anno fa Roberta Ferraresi pubblicava su Doppiozero un lungo articolo, tentando un ragionamento sulla capacità che ha un sistema creativo come quello delle arti performative italiane di tracciare nella maniera più accurata e precisa e poi di condividere il proprio mutevole DNA. Un DNA ibrido, meticcio, a volte interrotto e frammentato da troppe troppe troppe contraddizioni e divari di carattere economico, politico, progettuale, procedurale. Quel contributo aveva il grande pregio di rispondere a una necessità sempre viva: quella di aggiornare lo sguardo, di andare a fondo nella considerazione di un ecosistema, per comprenderne il funzionamento e – ben più importante – i meccanismi evolutivi.
Scontato è che sotto una superficie puntellata di aporie e disforie, la nostra creatività mostri una decisa varietà di linguaggi; meno che quella stessa varietà di linguaggi abbia saputo conservarsi, a tratti, intatta e dunque generativa senza eccessivamente formalizzarsi attorno a specifici codici, piuttosto rinvigorendosi e mettendosi in crisi laddove ha potuto trovare spazi e luoghi della creazione aperti all’ascolto e al sostegno.

GLI ANNI di Marco D’Agostin: Foto Roberta Segata

Un paragrafo di quello scritto, in particolare, si soffermava sull’analisi di una ricca e variopinta tassonomia, formatasi negli anni nel tentativo di nominare, inseguendola, quella “pietra rotolante” di linguaggi che si è mantenuta plurale ma che presenta al proprio interno alcune caratteristiche ricorrenti, stiano esse nel territorio di attività, nella scelta dei materiali tematici e drammaturgici, nell’impiego delle tecnologie espressive, nel portato politico.
Tra “Generazione Zero”, “nuova o quarta ondata”, “iperscene”, “terza avanguardia”, Ferraresi sceglieva, a mo’ di omaggio, la locuzione siglata oltre dieci anni fa da Renato Palazzi (scomparso di recente): “Generazione T”, cioè quei «gruppi emergenti che si affacciavano sulla scena italiana del Duemila».
Spesso ci troviamo a sorridere, con un certo gusto, quando ci rendiamo conto che di alcuni di questi – ora “passati di grado” pur in mezzo a mille difficoltà – abbiamo testimoniato il battesimo e osservato le prime avventure. Ma bisogna pure andare in cerca di una visione più ampia, di un distacco dello sguardo che sia in grado di posizionare quelle esperienze nel panorama in mutamento di queste arti e, questo si tenta di far qui, di ricostruire alcuni passi compiuti del sistema stesso e che sono stati seminali per sostenere quell’”affacciarsi” notato dal critico milanese.

L’ANGELO DELLA STORIA di Sotterrano. Foto Roberta Segata

Se il sistema delle residenze artistiche è, nel corso dell’ultimo quindicennio, cresciuto ramificandosi e fino a formare una complessa foresta di accoglienza per queste biodiversità – ormai necessaria alla produzione stessa delle opere – esistono certe isole particolari in cui un pensiero curatoriale si è dotato dell’autonomia di operare scelte libere poi di mutare direzione nel tempo. Di certo, tra queste, c’è Centrale Fies a Dro.
Abbiamo raccontato altrove su queste pagine la particolarità di questo luogo, una centrale idroelettrica tramutata in centro per la sperimentazione delle arti performative. E, ancora una volta, ogni passaggio al “castello” rivela non solo la meraviglia (uso questo termine in maniera neutra) di fronte a una rosa di artiste/i inaspettata, ma a volte anche il curioso paradosso dato da un luogo di per sé isolato e abitato da un pubblico difficile da incontrare altrove e però forte di una sorta di connessione quasi medianica con un discorso delle arti molto più diffuso e tutt’altro che relegato allo specifico contesto in cui le si vede. In altre parole, nella Centrale transitano sia esperienze apparentemente aliene al resto dei circuiti, sia alcuni specifici nomi che sono gli stessi che definirebbero quella Generazione T.

Centrale Fies, ph Alessandro Sala/CESURALAB

Se prima veniva convocata una dieci giorni di festival a tutti gli effetti, in questi anni il pensiero curatoriale di Centrale Fies ha cambiato ancora forma, programmando tre momenti di apertura nel corso della stessa estate, separati da settimane di iato in cui sembra che gli elementi di accoglienza e di offerta si riorganizzino, restituendo forme nuove.
L’estate del 2023 si è aperta a giugno con LiveWorks (piattaforma dedicata dal 2013 alle pratiche contemporanee live in cui lo spazio è dato in cura a gruppi artistici che propongono aperture e studio-visit); è proseguita a luglio con il terzo anno di Feminist Futures (programma quadriennale della rete europea apap – advancing performing art project che promuove pratiche atte a contrastare le disuguaglianze nelle arti contemporanee); si è chiusa a settembre con Enduring Love. Ed è qui che ci siamo fermati noi, per tre giorni abitanti di un contenitore diverso da tutti gli altri.

The Mountain of Advanced Dreams di Mali Weil: foto Alessandro Sala / Cesuralab

Se l’impressione generale a Centrale Fies è che il mondo della curatela e quello delle arti che essa accompagna si fondano in una suggestiva simbiosi, Enduring Love ha fatto un passo in più, per certi versi anche rischioso. OHT, Mali Weil, Emilia Verginelli, Anagoor, Sotterraneo, Sergi Casero Nieto, Giulia Crispiani, Alessandro Sciarroni, CollettivO CineticO, Marco D’Agostin. Questi i nomi presenti (quasi tutti per l’intera durata) dal 21 al 23 settembre nel cortile del “castello”. Casero Nieto e Cispiani provengono da LiveWorks 2022, e si aggiungono ora agli altri gruppi, legati a Centrale Fies da un “amore resistente”, appunto, vale a dire da una cura che si è estesa negli anni; anche in quelli che la stessa Centrale ha marcato con radicali sperimentazioni, altrove a rischio di disperdere energie e progettualità, qui in grado di riconoscere e promuovere un’inedita forma di diversità e di autonomia di pensiero.
Chi scrive ha visto i lavori, ma il senso di queste righe non è quello di raccontarli: in parte perché molti non sono lavori nuovi e in queste pagine se ne è lasciata traccia negli anni passati; in parte perché l’esperienza è stata quella di vivere la Centrale insieme a quelle figure, guardarle guardarsi a vicenda, parlarsi, scambiarsi idee, sorrisi, commenti, brindisi e bronci.

FRANKENSTEIN di OHT, tour tattile. Foto Roberta Segata

La serrata registrazione intima di Emilia Verginelli ha lasciato il posto alle conferenze di Mali Weil sulla Scuola di Diplomazie Interspecie e di Studi Licantropici, che hanno fatto emergere incubi e sogni visti poi nel Frankenstein di OHT; l’Angelo della Storia di Sotterraneo ci ha ridefinito le mappe neurali rendendoci incapaci di conservare ricordi, che però è ciò che Sergi Casero Nieto tentava di fare in un lavoro sul recupero memoriale dell’era franchista o che Marco D’Agostin sollecitava Marta Ciappina a tradurre in corpo. La poesia di Giulia Crispiani regalava un nuovo, scarno ma lirico, alfabeto amoroso e Anagoor declinava i versi di Zanzotto in una sofferta dedica alla terra morente o quelli di Goethe in raccapriccianti immagini filmiche, mentre i “pezzi” di Alessandro Sciarroni erano muti e fatti solo di sorrisi e geometrie del corpo e dell’oggetto, esplose invece in un agone cibernetico nella divertita danza della distruzione di CollettivO CineticO. Così simile a quella liberatoria dell’ultimo dj-set a cui abbiamo partecipato tutti, chi sul dancefloor, chi in consolle.
La domanda è se esista un modo, qui, per rendere chiaro come l’impressione non sia mai stata quella di essere persone elette ammesse a un convivio esclusivo, ma anzi quella di concedersi a un abbraccio di cura delle arti che non è solo caldo, ma necessario oggi. Ed è sorprendente come, in sole quaranta ore di permanenza, si sia potuto riconoscere (ancor prima che ammirare!) così tanti tratti somatici di quella generazione, come energiche pennellate di colore lanciate su grandi mura che magicamente definiscono un profilo riconoscibile.

Foto Alessandro Sala / Cesuralab

The Mountain of Advanced Dreams di Mali Weil ha reso una convincente conferenza sulla possibilità di siglare con altre specie (e dunque con l’ecosistema tutto) un nuovo contratto di reciproca fiducia. E allora diciamo che, per crescere, rendersi complesse e magari tramontare, le generazioni (quale che sia la lettera a loro assegnata) dovrebbero sempre avere luoghi, tempi e persone che considerino ogni tipo di “specie” e, insieme, le strategie per costruire tra queste dialoghi nuovi e che resistano al tempo che le costringe a evolversi. Luoghi in cui si possa ritornare, invitando chi si vuole, a riconoscersi diversi eppure forti di una stessa profonda ricerca.
È ancora Mali Weil ad averci chiesto di sdraiarci in terra in Sala Comando per ascoltare i racconti dei sogni degli altri fino a farli entrare nei nostri, in una sottile semi-coscienza. Ecco, Enduring Love è stato questo. Un dormiveglia vigile in cui sperimentare, per quanto inaspettato, un sogno lucido comune.

Sergio Lo Gatto

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Sergio Lo Gatto
Sergio Lo Gatto
Sergio Lo Gatto è giornalista, critico teatrale e ricercatore. È stato consulente alla direzione artistica per Emilia Romagna Teatro ERT Teatro Nazionale dal 2019 al 2022. Attualmente è ricercatore presso l'Università degli Studi Link di Roma. Insegna anche all'Alma Mater Studiorum Università di Bologna, alla Sapienza Università di Roma e al Master di Critica giornalistica dell'Accademia Nazionale d'Arte Drammatica "Silvio d'Amico" di Roma. Collabora alle attività culturali del Teatro di Roma Teatro Nazionale. Si occupa di arti performative su Teatro e Critica e collabora con La Falena. Ha fatto parte della redazione del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha scritto per Il Fatto Quotidiano e Pubblico Giornale, ha collaborato con Hystrio (IT), Critical Stages (Internazionale), Tanz (DE), collabora con il settimanale Left, con Plays International & Europe (UK) e Exeunt Magazine (UK). Ha collaborato nelle attività culturali e di formazione del Teatro di Roma, partecipato a diversi progetti europei di networking e mobilità sulla critica delle arti performative, è co-fondatore del progetto transnazionale di scrittura collettiva WritingShop. Ha partecipato al progetto triennale Conflict Zones promosso dall'Union des Théâtres de l'Europe, dove cura la rivista online Conflict Zones Reviews. Insieme a Debora Pietrobono, è curatore della collana LINEA per Luca Sossella Editore e ERT. Tra le pubblicazioni, ha firmato Abitare la battaglia. Critica teatrale e comunità virtuali (Bulzoni Editore, 2022); con Matteo Antonaci ha curato il volume Iperscene 3 (Editoria&Spettacolo, 2018), con Graziano Graziani La scena contemporanea a Roma (Provincia di Roma, 2013). [photo credit: Jennifer Ressel]

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