Nel mito, lo smarrimento. La pecora umana di FC Bergman

Recensione. Al Piccolo Teatro Strehler, ha debuttato a maggio in prima nazionale The Sheep Song, spettacolo della compagnia belga FC Bergman, presentato come uno dei primi appuntamenti del Festival internazionale Presente indicativo: per Giorgio Strehler (paesaggi teatrali), per parlare dell’attualità del mito identitario.

Foto Kurt Van der Elst

Il 4 maggio si è aperto nella metropoli di Milano il Festival internazionale Presente indicativo: per Giorgio Strehler (paesaggi teatrali), organizzato dal Piccolo Teatro di Milano, e diretto da Claudio Longhi, in occasione dei settantacinque anni dalla sua fondazione e del centenario dalla nascita di Giorgio Strehler, personaggio legato profondamente alle origini del teatro milanese. Un inizio che ci ricorda che dai tempi di crisi può nascere (ancora!) un rinnovamento in grado di dischiudere molteplici possibilità, che fanno appello tanto alla sfera immaginativa quanto a quella più concreta, realizzativa. È da questa linea che il Piccolo fissa con audacia un nuovo punto di partenza, nel tentativo di scandagliare le modalità con le quali il teatro di oggi si impegna ad affrontare un’epoca di crisi, di epidemie, di guerre, di immigrazioni. Di irreversibili estinzioni. Di reiterate fobie (omo, trans, queer). In questo tempo dilatato di transizione è la dimensione dell’apertura a divenire una soluzione auspicabile, in una prospettiva relazionale che riesca finalmente a trascendere i confini geografici e identitari in virtù di un comune sentire umano. Non è un caso che ad essere chiamati sul palco siano 25 artisti internazionali, che si inseriscono nel tentativo di creare un dialogo plurimo, multiforme e sfaccettato, denso di appuntamenti, per rispondere ad un desiderio di inclusione tra i diversi paesi della scena europea ed extraeuropea, di cui il Piccolo si configura imprescindibile vetrina.

Foto Kurt Van der Elst

Nelle note di testo, Claudio Longhi sottolinea il carattere di questo festival come «luogo, un atlante, parziale e originale, della profuga Europa, con il suo carico di splendori e miserie, di contraddizioni e utopie, di slanci e ripiegamenti: un Vecchio “Continente” visto anche attraverso gli occhi di chi Europa non è, nella duplice consapevolezza che l’Europa si nutre e si sedimenta in una serie di altrove». E ragionare su questi altrove si costituisce come base fondante per quella che è una prospettiva di futuro, che è relativo (come ci illustra lo spettacolo The Future di Costanza Macras in apertura del festival) in quanto si nutre e sovrappone al presente, lo precede talvolta, per aprire delle fratture in cui è la vita a fluire ed espandersi.  E di vita che trascorre ci parla, in una tiepida serata di maggio, lo spettacolo The Sheep Song presentato in prima nazionale dalla compagnia belga FC Bergman: è una vita che si trasforma, che è identità e al tempo stesso possibilità metamorfica, ma anche motivo di colpa, di punizione, di esclusione.

A sipario levato, i belati improvvisi fanno presagire che il gregge entrato sul palco non sia mera finzione narrativa. Le pecore sono vere e sono intente a pascolare nella penombra dell’atmosfera. Tra di esse ce n’è una che si fa spazio e si alza (interpretata da un abilissimo performer, Jonas Vermeulen), preannunciando già come sia il motore del desiderio ad innescare una dinamica di peregrinazione, connotata da esclusione e solitudine, che divengono cifre stilistiche significative dell’intera rappresentazione.

Un pastore è seduto in posizione avanzata. Poi la melodia del banjo. Una corda tirata con uno slancio a lato del palco. Il tonfo lugubre e funesto di una campana. La tragedia si compie e continuerà a compiersi al ritmo reiterato di questo suono di cui una figura rossa incappucciata si rivela essere il vero deus ex machina. Inizia così il viaggio di puro dolore della pecora che vuole trasformarsi in essere umano come risposta al de-siderus, che è al tempo stesso tentativo di assecondare un’urgenza e di fuggire un’insoddisfazione. La linea della sofferenza diviene, così, unica e irreversibile, e si disvela in un tracciato visivo: il tormentato tragitto si sviluppa, difatti, secondo un andamento bidimensionale e continuativo, con accelerazioni e rallentamenti, perché percorso sopra un tapis roulant, elemento scenografico dal forte connotato simbolico che vuole alludere all’impossibilità di sottrarsi a quella che è una metamorfosi iniziata, per un atto di tracotanza oramai già compiuto.

Foto Kurt Van der Elst

La compagnia FC Bergman decide qui di continuare una ricerca sul linguaggio visuale che l’ha portata a fondarsi nel 2008, per creare un lavoro che si sostanzia di suggestioni visive, di rimandi letterari, artistici, cinematografici. Le luci di Ken Hioco sono dorate, si tingono di rosso nelle metamorfosi, di blu nel dolore di un viaggio destinato a fallire. Sulla linea temporale e scenica scorrono, tra due porte di apertura laterali, gli oggetti-traccia di una vita che imperterrita fluisce: sono fiori colorati, palazzi illuminati, sale da ballo e sale parto in cui il frutto dell’hybris viene ad una luce negata poiché senza futuro fin dal principio. Senza testo e senza volti, ad eccezione del grido di una marionetta dalle parole cristologiche, la performance ruota attorno ad un potere evocativo che si ancora a quella che è una tradizione mitica, con richiami alla storia della religione che da sempre ha accompagnato l’uomo nei suoi lunghi cammini. A fare da ponte sono le Metamorfosi ovidiane, rilette e rivisitate secondo un’ottica radicata nella contemporaneità, per mettere in scena una trasformazione “al contrario”. È l’animale ad anelare una vita umana, tensione suggerita dalla melodia del banjo, nelle musiche di Frederik Leroux-Roels, che ricorre nella rappresentazione come motivo dinamico e performativo (la cui importanza centrale è richiamata nello stesso titolo dell’opera).

Foto Kurt Van der Elst

Per farlo, la pecora-uomo compie un percorso di autoespiazione e sconta la propria pena, per una vita che deve passare attraverso il senso di colpa, allo scopo di redimersi. Poiché «in ludo monstrorum designatur vanitas vanitatum», seduti su quattro sedie Pinocchio, Gregor Samsa, Michael Jackson e Dafne, paladini indiscussi di una personale metamorfosi, guardano con ribrezzo il nuovo compagno mutato e mutante. È così che la sua arroganza, sovvertitrice delle gerarchie dell’ecosistema, lo porta ad essere perseguitato dai suoi modelli di riferimento, personaggi indistinti, vestiti con lunghi cappotti, che popolano la scena, impediscono il cammino all’ingenuo animale e ne reiterano le logiche di sopraffazione della massa sul singolo, per cui il potere si sostanzia ed espone nell’indistinto anonimato. In questo percorso trasformativo il non più pecora ma non già uomo si ritrova a vivere in una dimensione incompiuta, sospesa, fatta di aspettative che si rivelano turpi illusioni. Le leggi divine non si possono sovvertire.  L’essere ibrido ora si arrampica su un albero, personaggi anonimi lo sradicano e lo trasportano, lui cade stremato e torna nel gregge. La tragedia si è compiuta. Rimane la solitudine di chi resta solo con sé stesso, solo negli abiti di chi non vorrebbe essere mai. Rimane un ritorno alla natura per qualcuno che non sarà mai più, come prima, come gli altri. Un mito di smarrimento ciclico, attuato nella propria desiderata redenzione.

Andrea Gardenghi

Piccolo Teatro, Milano – maggio 2022

THE SHEEP SONG

di FC Bergman: Stef Aerts, Joé Agemans, Thomas Verstraeten, Marie Vinck

con Jonas Vermeulen, Joé Agemans, Marie Vinck, Yorrith De Bakker, Pedro Elias, Jan Deboom, Bart Hollanders

luci Ken Hioco

suoni Senjan Janssen

costumi Joëlle Meerbergen

musiche Frederik Leroux-Roels

produzione FC Bergman, Toneelhuis

coproduzione Holland Festival, Les Théâtres de la Ville de Luxembourg, Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa

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