Cronache di danza in Equilibrio tra passato e nuove collaborazioni

Equilibrio 2022 segna il ritorno del festival dedicato alla danza contemporanea di Roma dopo lo stop dei due anni di pandemia. La 16esima edizione è stata salutata da un caloroso pubblico che ha affollato le sale dell’Auditorium Parco della Musica. Tra gli spettacoli, Oskara della compagnia Kukai Dantza diretto da Marcos Morau e Carbon Song Cycle di Pamela Z con Francesca Pennini e i quattro musicisti del PMCE – Parco della Musica Contemporanea Ensemble, coordinati da Tonino Battista

Moving with Pina, Cristiana Morganti. Foto di Piero Tauro

Durante lo scorso febbraio, è tornato il festival Equilibrio – Festival della nuova danza che costituisce uno dei pochi appuntamenti festivalieri invernali dedicati alla danza contemporanea a Roma assieme a poche altre presenze all’interno delle stagioni. Tuttavia, proprio questa comune esiguità, manifesta altresì alcuni legami più o meno espliciti tra le realtà del territorio: con la rassegna Grandi Pianure del Teatro di Roma ha, per esempio, condiviso l’ospitalità congiunta dell’attesa coreografia di Dimitri Papaioannu (noi ne parlavamo qui), e alcuni degli artisti presentati a Equilibrio sono precedentemente passati nella programmazione danza del Teatro Biblioteca Quarticciolo. Dopo le spinte date dalle rassegne romane autunnali (Short Theatre, Romaeuropa Festival, Teatri di vetro… mentre l’unico festival estivo dedicato alla danza è Fuori Programma, all’interno del quale sono stati presenti nomi come Sharon Eyal o Marcos Morau, qui in cartellone), la ricerca sul contemporaneo trova poche occasioni di visibilità durante la stagione, nonostante l’affluenza di pubblico vista nelle scorse settimane all’Auditorium Parco della Musica sembrerebbe confermare invece una sentita domanda. 

Michele Di Stefano in Joseph di Alessandro Sciarroni. Foto di Piero Tauro

Vero è che in questa edizione, la sedicesima, ripresa dopo lo stop di due anni, il curatore Emanuele Masi ha voluto rischiare poco, operando delle scelte che per buona parte guardano al recente passato, non di rottura e evidentemente sentito come non del tutto concluso, unite a delle aperture verso il presente in termini di sperimentazione e in riferimento a delle tematiche politiche attuali. Ne sono esempio spettacoli come R.OSA – 10 esercizi per nuovi virtuosismi di Silvia Gribaudi, il cui debutto risale al 2017 e che difatti ha potuto beneficiare di una discreta circuitazione, o lo spettacolo del 2010 Moving with Pina di Cristiana Morganti, storica danzatrice di Bausch, costretta a sostituire il più recente Another round for five (meno intenso di suoi altri, ma sicuramente più sacrificato essendo uscito a fine 2019). Ha agito come una sorta di richiamo, poi però deludente, il nome di Anne Teresa de Keersmaeker, la cui storica e fondativa coreografia Rosas danst Rosas è stata presentata come estratto in forma di flashmob e messa in scena dall’Accademia Nazionale di danza. L’idea del passaggio di consegne, tuttavia, unita alla condivisione del palco e dei processi creativi, è un altro tratto distintivo di questa edizione. Joseph nella sua versione kids, performance con un altro grado di interattività virtuale (ben prima che le video call fossero la norma, dato il debutto nel 2014) pensata da Alessandro Sciarroni, Leone d’Oro alla carriera per la Danza nel 2019, è in questa occasione riadattata insieme agli autori Michele Di Stefano e Marco D’Agostin.

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Tra le proposte più interessanti si trova per esempio Oskara della compagnia Kukai Dantze, in questo caso diretta dal coreografo di La Veronal, Marcos Morau. Uno spettacolo che nasce come osservazione scientifica e poetica di un uomo alla fine della sua vita attraverso l’esplorazione di piani personali e culturali, tant’è che nel corso della coreografia appariranno più volte elementi appartenenti al folklore basco, le cui forme rituali sono legate a passi specifici, personaggi mitologici, costumi tradizionali, maschere fantasmatiche. Oskara si apre con una dichiarazione di decesso: siamo in una sorta di sala obituaria divisa da tre evocativi lunghi tendaggi a occupare il centro della scena; un uomo nudo disteso su una barella, un medico, e – appena di lato – un altro uomo a quattro zampe. In questa prima straniante immagine intervengono delle parole, ascoltate tramite una voce altra, che sembrano dettare la linea d’azione di tutto il lavoro, parlando di memoria e cervello, di come questo funzioni non tanto a servizio della verità quanto della sopravvivenza. L’uomo rivive ciò che ha vissuto reinterpretandolo in favore di un Sé che attraverso processi mnemonico-visivi taglia, ricostruisce, mente e si consola; allo stesso modo fa lo spettacolo. A tenere insieme il tutto è il canto antico di quell’uomo che ritorna in più momenti, specchio di quel corpo sdraiato e sua emanazione poetica, che assiste a quanto accade dentro quelle membrane sottili e pervasive costituite dai tre tendaggi. Soprattutto nei passi a due e tre, la capacità espressiva dei danzatori restituisce una volontà di rimanere uniti, quasi si fosse corpo unico a più dimensioni e in continuo mutamento (alcune tra le scene corali invece perdono un po’ nella tecnica, nonostante la potenzialità immaginifica comunque evidente). Guidati da una mano esterna, da un corpo che si fa motore primo d’azione, sospinti dal flusso di un movimento originario, da una mano che sventola o da un canto di voci arcaiche, i  corpi allora costituiscono il sostrato dei ricordi che si fondono, si concatenano e compiono rimozioni, attuando in scena vivide metafore del processo del pensiero, provando a compiere quell’estremo atto di saluto e di comprensione verso un’intera vita.

Pamela Z e Francesca Pennini. Carbon Song Cycle. Foto di Piero Tauro

Come a voler segnare ulteriormente la tensione verso un dialogo tra artisti nazionali e internazionali, rappresentato anche dal lavoro congiunto di Maguy Marin e Alessandro Sciarroni, Carbon Song Cycle è infatti una creazione originale presentata in prima assoluta a Equilibrio 2022 che sintetizza tra loro, come fossero organismi simbionti, il timbro vocale di Pamela Z, compositrice, performer e artista multimediale americana, al gesto della coreografa Francesca Pennini, fondatrice di CollettivO CineticO e che negli ultimi anni sta focalizzando la sua ricerca sugli aspetti più “naturali” del movimento. «Ora stiamo bruciando È davvero una ricetta 6 H2O e 6 anidride carbonica (CO2)» recita uno dei versi cantati, e sulla formula del carbonio e come sia nociva per la respirazione dell’ambiente Terra, viene costruito il libretto che in nove parti racconta per immagini la distruzione dell’ecosistema in cui l’uomo non è che un numero, «7 miliardi di esseri umani», responsabile però della costruzione di tre forni verticali atti a raffinare la soda caustica dal calcare, per i quali sono state abbattute le sequoie, e al loro posto si sono eretti alberi ripetitori… «Respiravo» è l’anafora ripetuta più volte nelle strofe… Il fuoco che brucia e distrugge è però anche convivio attorno al quale Pamela Z, Pennini e la Parco della Musica Contemporanea Ensemble, coordinati da Tonino Battista, si uniscono nel finale. Pamela Z attraverso i suoi respiri campionati, gli acuti, i vocalizzi morbidi e gli acuti feriti di un canto panico sembra ricordare alcune sequenze per voce di Luciano Berio e Cathy Berberian, che in questo caso però vengono rese attraverso l’elaborazione elettronica. Quella ricreata nella scena del Teatro Studio Borgna – le cui fonti di luce a LED sono alimentate attraverso la pedalata “sostenibile” dei due performer Carmine Parise e Davide Finotti – è allora una dimensione sincretica votata alla lentezza in cui voce e movimento sono l’uno il prolungamento dell’altro e anzi, attraverso un sensore posizionato sul polso della cantante, la gestualità a terra di Pennini sembra essere proprio risonanza motoria di quella sonora. Più che una coreografia, i movimenti sono esili e nascono in reazione agli input cantati,  più che un’opera musicale, a tratti i virtuosismi sonori assurgono a diventare un unico “suono bianco” ininterrotto; questo progetto, nato in collaborazione con l’American Academy in Rome, è un’azione inscritta in un movimento più ampio, internazionale, che guarda alle conseguenze dell’impatto del carbonio sul nostro pianeta. «Stop War» che campeggia sullo schermo durante gli applausi finali è un’ulteriore necessità espressa affinché il conflitto che si sta combattendo ora in Ucraina non aggravi maggiormente lo stato di salute della Terra con la riapertura delle centrali a carbone e il funzionamento delle trivelle.

Lucia Medri, Viviana Raciti

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