Transverse Orientation di Papaioannou. Capolavoro per gli occhi?

Recensione di Transverse Orientation di Dimitris Papaioannou, visto al Campania Teatro Festival di Napoli. Lo spettacolo ha poi replicato a Torinodanza; prossima data italiana a Reggio Emilia per Festival Aperto.

Foto Julian Mommert

Una spettatrice del Teatro Politeama di Napoli si allunga verso la fila dietro, forse non vuole che il commento si senta ad alta voce: articola qualcosa sullo spettacolo, alludendo alla ricchezza dell’opera, intesa proprio come possibilità di costo dell’allestimento e quanto tutto ciò non sia però bastato, per emozionarla. Il commento della spettatrice ci lascia riflettere su alcune questioni: spesso il teatro e l’arte contemporanea in genere creano una strana soggezione nello spettatore; questi ha paura di mancare di qualcosa che abbia a che vedere con la propria alfabetizzazione, oppure con dei livelli extratestuali (concettuali, tematici, formali). Oppure quando l’artista è acclamato in mezzo mondo diventa ancora più difficile avere il coraggio per negare che ci sia stata quella partecipazione empatica tanto agognata. L’altra riflessione che il commento ascoltato suggerisce è relativa al giudizio che spesso il pubblico, più o meno specializzato e appassionato, ha rispetto all’imponenza delle costose costruzioni scenografiche e in generale verso gli allestimenti costosi; una postura questa che in parte deriva da certi sprechi del passato, in parte da quei filoni di teatro d’arte che dagli anni Sessanta in poi hanno ricodificato più volte e attraverso percorsi diversi (dal teatro laboratorio dei corpi al teatro di narrazione) la scena come ambiente povero.

In questo caso siamo seduti di fronte a un riconosciuto maestro internazionale della scena contemporanea, il greco Dimitris Papaioannou, autore eclettico, classe 1964, è un artista visivo poliedrico (dalla pittura ai fumetti), scenografo e light designer; ma Dimitri Papaioannou è anche (o soprattutto) un coreografo, il primo addirittura a essere ospitato con una nuova produzione in quel tempio che è il Tanztheater Wuppertal Pina Bausch. A proposito di quella produzione con la compagnia fondata dalla storica coreografa tedesca (Seit Sie),  Gaia C. Chernetich parlava di «citazioni e omaggi che si fondono in una forma che sa nutrirsi dell’imponente eredità della coreografa senza tuttavia affogarvici dentro». Qualche mese prima, nel 2017 al Napoli Teatro Festival passava The Great Tamer, spettacolo anche in quel caso visivamente sontuoso che aveva a che fare con il trascorrere del tempo (il grande domatore del titolo, appunto) e il mito di Proserpina.

Foto Julian Mommert

In Transverse Orientation (visto a Napoli per il Campania Teatro Festival, poi presentato anche a Torinodanza e 1, 2 e 3 ottobre al Festival Aperto di Reggio Emilia) il cambiamento, la mutazione è principio estetico e complemento tematico; qui tutto si salda, il linguaggio è il racconto e viceversa. La sfida è quella di un teatro di immagini che possa conficcarsi nella mente dello spettatore. Così accade subito, nella prima scena in cui da una porta cominciano a uscire strani figuri neri in giacca e pantaloni, la testa piccola. Il trucco è un travestimento di facile configurazione eppure la loro presenza è inquietante: spostano scale, cercano di riparare una luce che funziona a intermittenza (come nel linguaggio classico del thriller o del cinema horror), cadono o spariscono tramite posizioni da fachiro. La danza per Papaioannou è gesto artistico che esprime una densità comunicativa di carattere pittorico, funzionale alla creazione dell’immagine: la scena vuota è la tela e l’occhio dello spettatore deve sbattere le palpebre per capire meglio. Perché in fondo la domanda è sempre la stessa: che cosa sto guardando?

È nel principio della visione che si insinua l’illusionismo coreografico di Papaioannou, ogni cosa non è ciò che sembra al primo sguardo: due corpi uniti tra gambe e braccia possono creare una sorta di mostro umano, un toro entra in scena e le tenui luci di contrasto non lasciano percepire quanto sia realistico, per un attimo sembra vero. Poco dopo si capisce che anche in questo caso è l’abilità dei performer a far muovere l’animale; il simbolo dell’indomabile potenza dionisiaca è in realtà una costruzione vuota, con un joystick sul dorso. Ma stupore e sorpresa tornano quando l’unica donna tra i sette incredibili interpreti sguscia fuori proprio dal ventre dell’animale. Il binomio che muove l’apparato iconografico di Papaioannou è sempre lo stesso: illusione e svelamento.

Foto Julian Mommert

Ai performer è richiesto, più che di danzare, di portare all’estremo le proprie capacità fisiche per farsi così parte di un immaginario in cui il surrealismo sfocia nel perturbante. E allora che cosa manca a questa carrellata di sogni e incubi per diventare incandescente e indimenticabile? Che cosa cercava la signora bionda nella platea del Politeama?

Le recensioni uscite in questi giorni, anche a seguito delle repliche torinesi, parlano di successo strepitoso. Per Roberto Canziani «dire capolavoro è scegliere una parola banale», per Anna Bandettini siamo di fronte a «una visionaria e appassionata immersione nell’uomo occidentale e nella sua storia, un complesso, imprevedibile viaggio nel labirinto dell’inconscio collettivo, […] continuamente e magnificamente cangiante». È pur vero che il meccanismo iconografico di Papaioannou può avere effetti molto diversi sull’attenzione di diversi spettatori, come è impossibile ribaltare l’assunto da cui tutti partono nell’enucleazione del giudizio: la forza estetica delle immagini, la cura maniacale per le luci che disegnano la scena in un buio pesto in cui poi prendono corpo paesaggi azzurro metallo. Bandettini appoggia, alla fine del pezzo, un «estetizzante» che  forse racchiude il cuore della questione.

A proposito della sua attitudine verso la potenza dell’immagine teatrale Papaioannou, in un’intervista di qualche anno fa per Artribune, spiegava: «Effettivamente il mio lavoro fa parte di quello che definiamo “teatro immagine”. Credo che il corpo umano, in quanto veicolo di percezioni, sia l’unità di misura dello spazio e anche l’unico medium attraverso cui comprendere ciò che ci circonda. L’interazione tra i corpi umani, gli oggetti e lo spazio organizzato rappresenta per me il veicolo di comprensione del mistero dell’esistenza. Per questo motivo si può dire che combino coreografia e arti visive, ma questo non rappresenta nulla di innovativo: appartiene al teatro da secoli. La verità è che dipingo meglio su scena che su una tela. Amo creare una scena, un’azione e darvi luce e suono. Se avessi pensato di poter dipingere meglio su tela, se avessi amato lo spazio di una galleria non sarei ora in questo teatro».

Foto Julian Mommert

Transverse Orientation è uno spettacolo in cui la creazione delle emozioni e la puntualità drammaturgica sono subalterne a una composizione visiva estetizzante: i miti incarnati dal possente toro meccanico, le veneri botticelliane, la Madonna nella conchiglia che tiene un bambino da cui cola placenta bianca come in un’opera video di Matthew Barney, gli omini extraterrestri dell’inizio allampanati come in un film di Tim Burton e la scena con la porta che non può non ricordare The Truman Show. Rimandi, citazioni, ricordi, immaginari attigui. Tutto sommato, nonostante le idee sceniche spettacolari – come l’acqua che affiora da un palcoscenico letteralmente smontato nel finale – si tratta comunque di visioni estatiche, di grandi trovate che poggiano su una concezione drammaturgica che si affida totalmente alle immagini. Il montaggio d’altronde è composto da una sequenza di scene madri che valgono ognuna per se stessa, e come spiega bene su Il Manifesto Gianfranco Capitta: «ogni spettatore è condotto a identificare un proprio percorso, un ventaglio di valori e citazioni, una scala di emozioni che sarà di sicuro personale e diversificata». La questione di certo non è quella di trovare un principio ordinativo legato per  forza alla logica o al senso, eppure si sente il bisogno di un passaggio destabilizzante, di un affondo nel particolare, nella fragilità dell’essere umano qualcosa che sfugga davvero al manierismo e ci lasci precipitare nei nostri peggiori incubi.

Andrea Pocosgnich

Teatro Politeama di Napoli, Campania Teatro Festival, settembre 2021

TRANSVERSE ORIENTATION

Conceived – Visualized + Directed by DIMITRIS PAPAIOANNOU

With DAMIANO OTTAVIO BIGI, ŠUKA HORN, JAN MÖLLMER, BREANNA O’MARA, TINA PAPANIKOLAOU, ŁUKASZ PRZYTARSKI, CHRITOS STRINOPOULOS, MICHALIS THEOPHANOUS

Music ANTONIO VIVALDI
Set Design TINA TZOKA + LOUKAS BAKAS
Sound Composition + Design COTI K.
Costume Design AGGELOS MENDIS
Collaborative Lighting Designer STEPHANOS DROUSSIOTIS
Music Supervisor STEPHANOS DROUSSIOTIS
Sculptures + Special Constructions – Props NECTARIOS DIONYSATOS
Mechanical Inventions DIMITRIS KORRES

Creative – Executive Producer + Assistant Director TINA PAPANIKOLAOU
Assistant Directors + Rehearsal Directors PAVLINA ANDRIOPOULOU + DROSSOS SKOTIS
Assistant to the Set Designers TZELA CHRISTOPOULOU
Assistant to the Sound Composer MARTHA KAPAZOGLOU
Assistant to the Costume Designer AELLLA TSILIKOPOULOU
Special Constructions – Props Assistant EVA TSAMBASI
Photography + Cinematography JULIAN MOMMERT

Technical Director MANOLIS VITSAXAKIS
Assistant to the Technical Director MARIOS KARAOLIS
Stage Manager – Sound Engineer + Props Constructions DAVID BLOUIN
Props Master TZELA CHRISTOPOULOU
Lighting Programmer STEPHANOS DROUSSIOTIS
Costumes Construction LITSA MOUMOURI, EFI KARATASIOU, ISLAM KAZI
Stage Technicians KOSTAS KAKOULIDIS, EVGENIOS ANASTOPOULOS, PANOS KOUSOUMANIS
Lighting Constructions MILTOS ATHANASIOU
Silicone Baby made by JOANNA BOBRZYNSKA-GOMES
Props Team NATALIA FRAGKATHOULA, MARILENA KALAITZANTONAKI, TIMONTHY LASKARATOS, ANASTASIS MELTIS, ANTONIS VASSILAKIS

Executive Production 2WORKS in collaboration with POLYPLANITY PRODUCTIONS
Executive Production Associate VICKY STRATAKI
Executive Production Assistant KALI KAVVATHA
Props Production Manager PAVLINA ANDRIOPOULOU
International Relations + Communications Manager JULIAN MOMMERT

A production of ONASSIS STEGI
To be first performed at ONASSIS STEGI (2021)

Co-Produced by FESTIVAL D’AVIGNON, BIENNALE DE LA DANSE DE LYON 2021, DANCE UMBRELLA / SADLER’S WELLS THEATRE, FONDAZIONE CAMPANIA DEI FESTIVAL – NAPOLI TEATRO FESTIVAL ITALIA, GREC FESTIVAL DE BARCELONA, HOLLAND FESTIVAL – AMSTERDAM, LUMINATO (TORONTO) / TO LIVE, NEW VISION ARTS FESTIVAL (HONG KONG), RUHRFESTSPIELE RECKLINGHAUSEN, SAITAMA ARTS THEATRE / ROHM THEATRE KYOTO, STANFORD LIVE / STANFORD UNIVERSITY, TEATRO MUNICIPAL DO PORTO, THÉÂTRE DE LA VILLE – PARIS / THÉATRE DU CHÂTELET, UCLA’S CENTER FOR THE ART OF PERFORMANCE

With the support of FESTIVAL APERTO (REGGIO EMILIA), FESTIVAL DE OTOÑO DE LA COMUNIDAD DE MADRID, HELLERAU – EUROPEAN CENTRE FOR THE ARTS, NATIONAL ARTS CENTRE (OTTAWA), NEW BALTIC DANCE FESTIVAL, ONE DANCE WEEK FESTIVAL, P.P. CULTURE ENTERPRISES LTD, TANEC PRAHA INTERNATIONAL DANCE FESTIVAL, TEATRO DELLA PERGOLA – FIRENZE, TORINODANZA FESTIVAL / TEATRO STABILE DI TORINO – TEATRO NAZIONALE
Funded by the HELLENIC MINISTRY OF CULTURE AND SPORTS
Dimitris Papaioannou’s work is supported by MEGARON – THE ATHENS CONCERT HALL

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