Francesca Pennini: «chi è autore di un’opera è sempre responsabile di un crimine»

A Romaeuropa Festival il debutto di Manifesto Cannibale, ultimo lavoro di CollettivO CineticO. Nel processo creativo, tra luce e ombra, visione e ascolto, con Francesca Pennini. Intervista

Foto Marco Boschetti

Francesca Pennini è lo «spettro di Manifesto Cannibale», così si definisce lei stessa rispetto a questa ultima creazione di CollettivO CineticO che sarà presentata in prima nazionale durante Romaeuropa Festival. Prima di questa chiacchierata telefonica, ho incontrato Francesca lo scorso mese di luglio; mi sono riconosciuta nelle sue parole “paniche”, fuse nella naturalità delle cose, agglomerati di pensieri che, come riporta il titolo, si nutrivano a vicenda, mangiandosi gli uni con gli altri. Del processo creativo, ha saputo condividere il nettare, le cui stille sono state disseminate durante passeggiate nel bosco, quando il corpo reagisce al contagio esterno: starnutisce ai profumi, si graffia coi rami, si arrossa con le foglie urticanti.

Essere a distanza, non poter seguire la residenza creativa, ricevere via whatsapp immagini quotidiane inviate dalla compagnia in prova, rispondere appena sveglia dicendo di altre immagini, con la voce impastata. Queste le modalità intrinseche alla cadenza processuale di Manifesto Cannibale, vissute superando la costrizione di uno stare in assenza che si è faticato ad accettare, e poi rielaborate e definite dall’artista in un’istanza che è politica, traiettoria scalfente un contesto ancora ovattato (a quasi due anni dall’inizio della pandemia) in cui la gemmazione creativa ha per gli artistǝ altre necessità di ascolto e fruizione. La parola si incarna in corpi dalla fragile bellezza, i ruoli si sciolgono in categorie fluide, il gesto è liberatorio, la responsabilità è un atto di condivisione reciproca, si ricerca la stanzialità, come quella sessile delle piante, e non lo sradicamento. Le questioni sollevate in questi mesi, ma anche negli anni precedenti, da Francesca Pennini sono istantanee di un time lapse lunghissimo in cui percepiamo la naturalezza coerente di un’idea, il suo sbocciare, fiorire, respirare, occupare altri spazi in uno slancio che è vitale, che modifica l’ambiente circostante e che ci insegna a stare nei bordi del tempo. Senza forzature.

Inizierei con i crediti dello spettacolo, quasi a voler osservare l’ossatura comunicativa di Manifesto Cannibale. Ogni movimento è associato ad altro, a una specifica relativa al ruolo. Ad esempio: movimento, organizzazione; movimento, invenzioni tecnologiche. Cos’è quindi il movimento in questo ultimo lavoro?

CollettivO CineticO pone al centro della sua ricerca il movimento, e questa scelta è per me un atto liberatorio in quanto, da sempre, mi permette di uscire dal panorama linguistico della danza intesa come codice. Nel caso di Manifesto Cannibale il movimento è la discriminante tra il mondo vegetale, apparentemente immobile, e quello che si muove, o meglio, che si sposta. Lo studio è allora atto a creare la condizione dell’immobilità: è quel pieno grazie al quale lo svuotamento del movimento stesso crea senso. Del resto, questo ultimo progetto mette in discussione la posizione degli esseri umani e la posizione politica dei ruoli nel teatro, parlare di ecosistema diventa infatti occasione per discutere dell’ecosistema teatrale e viceversa. In questo caso volevo eliminare l’ordine gerarchico consueto di presentazione e, poiché Manifesto Cannibale è principalmente un lavoro sul tempo, ho preferito indicare i nomi per ordine di nascita, compreso quello di Schubert. Quella dei ruoli è però una questione irrisolta, a partire proprio dal quesito “come chiamarci?” “Siamo una compagnia?” “Sono una coreografa?”.

Foto Roberta Segata. Centrale Fies

Nei crediti è anche scritto, cito testualmente, “playlist: Spettatrici e Spettatori”. Anche il pubblico è un “agente di movimento sonoro”?

Ci sono due panorami musicali: il primo, sul quale è costruito il lavoro, è quello del ciclo di Lieder Winterreise di Franz Schubert, il quale viene spostato, boicottato, tradito per quanto riguarda il suono, sia fisicamente che filologicamente. Trovo ci sia una forte connessione drammaturgica con quel ciclo che ho scelto perché lo ritengo l’emblema dei Lieder. Nella seconda parte del lavoro (indicata come “indefinita” ndr), volevamo ci fosse invece un altro piano musicale, che fosse interno ai performer e che sconfinasse nel pubblico perché, drammaturgicamente, in questa fase conclusiva, si varca la soglia dal palco alla platea. In questo modo si vuole dare una responsabilità agli spettatori e spettatrici in un dialogo che vede la musica storica unirsi con quella presente. (Lo spettatore e spettatrice può aggiungere un pezzo alla playlist Manifesto Cannibale).

Giunti al debutto dello spettacolo, che ha visto una lunga gestazione rallentata sia dalla pandemia che da questioni personali, potresti indicare le fasi di questo lavoro? Hai chiara una scansione di passaggi o è stato un unicum temporale e un’unica prassi?

Cerco di pensare ad alta voce, ragionando in diretta con te. Lo vedo come un unico momento fondamentale, tutto l’arco di questi anni è stato determinante e non vedo il debutto come la fine di questo percorso. È necessario smettere di pensare al fenomeno della creazione come ho fatto finora: non più guardare ai fatti succedutisi durante il percorso creativo come accidenti ma ritenere quegli stessi accidenti parte del fenomeno stesso e modificare la natura dello spettacolo accogliendoli. Non avevo messo a fuoco che questo atteggiamento fosse il presupposto per stare nella contemplazione, come sta un vegetale, appunto, e come sta nella contemplazione anche lo spettatore. Entrambe le figure hanno a che fare con una passività attiva, una ricettività fertile. Il processo creativo ha smesso così di essere un atto coercitivo e di volontà diventando al contrario un atto di ascolto, non modificando ma accogliendo, attivando quelle strategie di problem solving che non prevedono la fuga (come fanno i predatori) ma la resistenza, la telepatia (come sanno fare gli alberi).

Nei lavori di CollettivO CineticO è sempre stato preponderante l’approccio scientifico. Come ti poni rispetto all’aleatorità del gesto artistico e l’oggettività del dato, sono per te dicotomici?

È una questione complessa e che sento a me molto vicina. Volevo fare la ricercatrice quindi rispetto al mio lavoro ho sempre trovato questi due poli dialoganti tra loro e mai dicotomici, e le nuove scoperte ce lo dimostrano spesso. Anche la scienza fa dei salti di fantasia per poter “sentire” e “far sentire” i contenuti. Mi piace molto il dilemma sulla verità della scienza e la sua falsificabilità, come mi interessa quello della verità e falsificabilità della scena. Per verità intendo non un assioma sul senso ma ciò che ci permette di toccare qualcosa di pulsante e, come per l’esperimento scientifico, farlo esperire allo spettatore. L’alea è una valvola di sfogo notevole per non controllare la scena e renderla, a tutti gli effetti, un campo in cui far emergere la verità in modo adrenalinico, tangibile e condivisibile. Per aprire a questa possibilità, devo però pianificare scientificamente il mio lavoro ed è in questo rigore che viene ospitata la frattura che permette il manifestarsi di variabili esterne.

Foto Francesca Pennini

In virtù di questo tuo pensiero – che oltretutto scopre dei nodi cruciali relativi alle pratiche – cosa implica per te l’autorialità? Come vivi, a proposito di ruoli, quello tuo di coreografa e regista?

Sento che il mio ruolo di autrice è diventato abusivo. Per questo bisognerebbe costantemente dialogare sulle nuove modalità di creazione artistica, perché appartengono a una questione politica che deve essere mantenuta viva, come per i problemi di genere, per quelli di linguaggio, in tutti i contesti. Questa interrogazione mi accompagna sin dall’inizio e la cosa che vorrei preservare, rispetto a questo lavoro, è che molte persone, dopo averlo visto, mi abbiano detto “non so cos’è”. Essere io stessa di fronte a qualcosa che non so cosa sia, credo inneschi un’empatia con lo spettatore impreparato. Circostanze personali mi hanno costretto ad essere autrice a distanza di Manifesto Cannibale senza poter curare ossessivamente i dettagli, e ciò mi ha portato a spostare il campo di azione della regia: non so cosa vedrò, di alcune scene non so proprio nulla. Sono però autrice in quanto mi assumo la responsabilità di qualsiasi cosa possa accadere e, come diceva Foucault, condivido il nome con un criminale: chi è autore di un’opera è sempre responsabile di un crimine.

Si ha la sensazione che Manifesto Cannibale segni uno spartiacque rispetto ai lavori precedenti. L’osservazione e fusione con la natura, accentuata da questi due anni di emergenza pandemica, pare così determinante da non poter più tornare indietro, sia come gesto artistico che come gesto civile e umano.

Non credo cambierà cosa faccio ma è sicuramente uno spartiacque per quello spostamento di sguardo di cui parlavo poco prima. Se vedi le cose in modo diverso puoi spostare anche lo sguardo di chi guarda le tue cose. Gli esseri umani segnalati in ordine di età sono per questo prima di tutto esseri umani. Manifesto Cannibale è un momento di incontro di umanità, in cui gli spettatori regaleranno il loro tempo. Anche artisticamente, il mio ruolo è stato quello, in primis, di una persona, nel mio modo di essere lì durante la creazione quanto nel modo di non poter essere presente, per questo distante e vulnerabile. Voglio mettere a disposizione del pubblico il fuori di questo spettacolo e renderlo palpabile. Il buio sarà una parte importante, non un cambio scena, ma la condizione per il raggiungimento dell’immobilità. Il Manifesto Cannibale è fuori dallo spettacolo, quello che va in scena è coerente ma non è il senso ultimo. E sono curiosa di vedere come verrà visto. Io mi sento cieca adesso e saprò di vedere solo quando percepirò che c’è qualcuno che lo sta guardando insieme a me.

Lucia Medri

MANIFESTO CANNIBALE

Crediti

esseri umani in ordine di età:

movimento: Emma Saba
movimento, organizzazione: Carmine Parise
movimento, invenzioni tecnologiche: Simone Arganini
movimento: Teodora Grano
movimento, brainstorming, messa in scena: Angelo Pedroni
concept, regia, voce: Francesca Pennini
pianoforte, movimento: Davide Finotti
scenografia, luci: Alberto Favretto
playlist: Spettatrici e Spettatori
voce: Dietrich Fischer-Dieskau
musica: Franz Schubert

co-produzione: CollettivO CineticO, Fondazione Romaeuropa, Fondazione Teatro Comunale di Ferrara
con il supporto di Fondazione I Teatri, Centrale Fies | Art Work Space e ATER Fondazione / Teatro Comunale Laura Betti
con il sostegno di Regione Emilia Romagna, MIBAC

parte della ricerca “Esercizi di pornografia vegetale”

Laureata al DAMS presso l’Università degli Studi di Roma Tre con una tesi magistrale in Antropologia Sociale, sceglie di dedicarsi alla scrittura critica partecipando a workshop e seminari presso la Fondazione Romaeuropa. Dal 2013 è redattrice presso la testata online Teatro e Critica e approfondisce parallelamente la sua formazione editoriale in contesti quali agenzie letterarie e case editrici (Einaudi). Negli ultimi anni si specializza in web editing prendendo parte a master e stage dedicati al Social Media Management presso aziende operanti nel settore culturale (Fondazione Cinema per Roma). Nel 2018 riceve il Premio Garrone «al critico più sensibile nel leggere il teatro che muta».

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