La stoffa dei sogni: Eduardo, la Sardegna e una Tempesta

Recensione. La stoffa dei sogni è film del 2016 del regista sardo Gianfranco Cabiddu, ispirato a due opere eduardiane, L’arte della commedia e La tempesta shakespeariana, riscritta in napoletano. Ambientata all’Asinara, con l’interpretazione di Sergio Rubini, Ennio Fantastichini e Renato Carpentieri, la pellicola è disponibile alla visione su RaiPlay.

«Quante volte, attaccandomi i baffi di Macbeth – io lo faccio coi baffi, Macbeth – me li sono attaccati intenzionalmente appena appena un poco storti, perché a teatro la suprema verità è stata e sarà sempre la suprema finzione…». Non è forse un artificio, un sortilegio il teatro?! Non è forse, lontano dalla magia, la scienza esatta e arcana, incontrovertibile del corpo scenico, la matematica tangibilità della parola e del silenzio, la misurabile astrazione del tempo o la compressa dilatazione dello spazio?! Non è forse il tempio della verità di ogni bugia?! Più di tutti lo ha enunciato alla storia, ai teatranti, agli studiosi William Shakespeare, in un filo con tanti prima e dopo di lui. E allora, come e più di altri, lo sapeva anche Eduardo De Filippo.

È terminato da poco il centoventesimo anniversario della nascita del drammaturgo napoletano, con le relative iniziative: la trasmissione delle commedie, la messa in onda di documentari e speciali sui canali RAI, la disponibilità di opere e filmati inediti dalle teche, la proposizione di versioni filmiche (Il Sindaco del Rione Sanità di Mario Martone, Natale in Casa Cupiello di De Angelis). I testi eduardiani non sono nuovi ad adattamenti cinematografici, da quelli dello stesso autore ai meno noti, fino a quelli conosciutissimi a prescindere dalla matrice, per cui basterà citare il Matrimonio all’italiana di Vittorio De Sica.

Uguale e diverso è il caso de La stoffa dei sogni. Pellicola del 2016 diretta da Gianfranco Cabiddu (con Sergio Rubini, Ennio Fantastichini, Renato Carpentieri, Teresa Saponangelo, Francesco Di Leva, Nicola Di Pinto, Lino Musella e Maziar Firouzi tra gli altri) è una produzione di Paco Cinematografica in collaborazione con Rai Cinema, vincitrice di un David di Donatello per la miglior sceneggiatura non originale. Disponibile ora su RaiPlay, più che di un adattamento qui si può parlare di (ri)scrittura vera e propria con un’ispirazione dichiarata a L’arte della commedia e alla versione de La Tempesta di De Filippo. Il primo testo, scritto nel 1964 e andato in scena per la prima volta l’anno successivo – seppure non tra i più conosciuti al grande pubblico – è stato ripreso diverse volte in varie parti d’Europa e sarà una coincidenza, ma forse non lo è, che tra gli allestimenti da ricordare maggiormente ce ne sia uno di Peter Stein alla Schaubüne di Berlino nel 1982, dalla cui visione ne “derivò” uno di Jean Mercure a Parigi nella stagione ’83-’84: esattamente prima ed esattamente dopo, sostanzialmente in concomitanza con la riscrittura di Eduardo dell’opera del Bardo. Erano gli anni in cui il percorso di Eduardo e delle sue lezioni di drammaturgia al Teatro Ateneo con Ferruccio Marotti era già iniziato quando, grazie all’aiuto di Isabella Quarantotti, riscrisse in napoletano e poi registrò su nastro (proprio con l’ausilio tecnico di Cabiddu) La Tempesta, facendo della sua voce e della qualità della sua presenza da attore la camera di concrezione e di esplosione di tutti i personaggi e della vicenda intera, come a dire che alla chiusura del cerchio di una vita e di una carriera la fine e l’inizio del palcoscenico si congiungono e fondono sempiterni i fiati delle platee.

Una nave alla deriva e una tempesta appunto, nei toni scuri di effetti speciali senza pretese fantasmagoriche, un naufragio e la disciplina del caso a portare sui lidi di un’isola una compagnia di giro, un piccolo manipolo di camorristi e un paio di guardie carcerarie, più o meno alla metà del Novecento. Non un’isola qualunque: l’Asinara, luogo desolato e desolante di carcerazione, macchia di terra in cui la natura e l’armonia della luce sembrano voler combattere con l’acqua di mare e resistere sprezzanti, attorno, alla durezza  dei muri. Pochi detenuti per un direttore, padre di una figlia, che si avvale di un tenente e qualche altro secondino, su cui il fato farà abbattere un susseguirsi (inevitabile) di eventi che vivono sul crinale ambiguo della mistificazione delle circostanze. A parte e a margine la figura di interruzione e raccordo del pastore sardo, viatico di un canone di isolamento e relazione tanto tipici e “grezzi” quanto incomunicabili, incomprensibili.

La scrittura di Cabiddu (che firma la sceneggiatura insieme a Ugo Chiti e Salvatore De Mola), lontana dalla sconfessione, beneficia comunque di una buona autonomia rispetto ai riferimenti drammaturgici e teatrali, i cui elementi compaiono chiaramente a pennellate e poi si mimetizzano senza troppi stridori con la parziale differenza tecnico-narrativa che abbisogna al cinema. Un sistema di rimandi da un testo all’altro, da un piano all’altro a costruire una struttura quasi prismatica ove il meccanismo di congiunzione delle dimensioni diventa metonimico fra il teatro e la costruzione filmica, i personaggi del primo e quelli della seconda. La regia trova equilibrio nella costruzione dell’immagine, il ritmo delle inquadrature, dai particolari ai pochi campi lunghi, non spinge sul pathos di una certa iconografia dello scenario sardo, che qui sarebbe fuori misura. Qualche eccesso di “bontà favolistica” si diluisce in una temperatura interpretativa generale che risente solo della monodia espressiva di una delle due protagoniste femminili (Alba Gaïa Bellugi) e di una cacofonia dell’inflessione dialettale di Rubini, un meridionale imbastardito e un po’ indistinto, pericolante quando tenta di volgere al napoletano. La coerenza estetica della fotografia definisce un quadro abbastanza omogeneo, con momenti e soprattutto un luogo precisi, senza tuttavia sfiancarli al punto da non renderli traducibili in un altro tempo e in un altro spazio, ovvero in tutti quelli possibili.

Dalla realtà della visione alla sintesi del palcoscenico: la concretezza dell’occhio dello schermo con l’iride che passa dal bruno della terra all’azzurro delle acque per tornare indietro alla suggestione della parola e al lascito di chi l’ha scritta, per custodirla senza segregazione. L’ultima scappata è sul mare di Sardegna, ma il suono delle castegnette e la riconoscibilità della voce della canzone di Calibano fraseggiano nel golfo di Napoli la fine della loro tempesta. Forse, col cinema si ri-producono visioni, si prova spesso a ri-costruire vite, o stralci di esse, più o meno reali che siano, importa poco. Ma, probabilmente, è avendo a che fare col teatro che si impara a campare. Umani, immaginari, da vivi “dal vivo”.

Marianna Masselli

LA STOFFA DEI SOGNI

regia: Gianfranco Cabiddu
soggetto: Eduardo De Filippo, Gianfranco Cabiddu
sceneggiatura: Gianfranco Cabiddu, Ugo Chiti, Salvatore De Mola
con: Sergio Rubini, Ennio Fantastichini, Renato Carpentieri, Alba Gaïa Bellugi, Francesco Di Leva, Ciro Petrone, Teresa Saponangelo, Nicola Di Pinto, Lino Musella, Adriano Pantaleo, Miziar Fayrouz, Fiorenzo Mattu, Jacopo Cullin e con la partecipazione amichevole di Luca De Filippo
casa di produzione: Paco Cinematografica, Rai Cinema
distribuzione: Microcinema
fotografia: Vincenzo Carpineta
montaggio: Alessio Doglione
musiche: Franco Piersanti
scenografia: Livia Borgognoni
costumi: Beatrice Giannini, Elisabetta Antico

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