Il Caso W., Morganti e il processo farsa a Woyzeck

Claudio Morganti torna a interrogarsi sul Woyzeck con Il Caso W., per la drammaturgia di Rita Frongia. Presentato in prima assoluta al Teatro Fabbricone di Prato. Recensione

Foto Ilaria Costanzo

L’intenzione e la volontà determinerebbero la piena autonomia dell’uomo: l’intenzione sarebbe, filosoficamente parlando, la modalità attraverso la quale il soggetto si avvicina all’oggetto, si rivolge ad esso in un atto di comprensione; la volontà, invece, potrebbe ascriversi alla consapevolezza dell’azione e quindi al raggiungimento dell’intento stesso. In questo modo distingueremmo l’ingenuità della scimmia dall’autonomia dell’uomo. Compito, questo, affidato alla medicina che in quanto scienza dovrebbe, e torniamo dunque al condizionale, fornirci perizia certa diagnosticando l’intenzione e la volontà come costituenti la facoltà dell’individuo. L’autorità allora accorrerebbe per porre un discrimine tra chi è in grado di intendere e di volere e chi no, e dopo l’analisi si procederebbe alla cura. Facile, eh? Non di certo, perché in questo modo non esisterebbe il caso, a interferire in una positivistica attitudine, a costringere il ricorso alla processualità di un’analisi, a quell’iter intellettivo ed emotivo attraverso il quale l’uomo, e non la scimmia intendiamo bene, procederebbe dunque ad emettere sentenza, al ricorso del dato sul caso, al fatto e alla sua definizione. Ma qual è – stavolta è e non sarebbe – questa definizione?

Foto Ilaria Costanzo

«A pochi giorni dalla data fissata per l’esecuzione, la difesa ottenne un riesame sulla sua salute mentale e venne così istituito un nuovo processo. La Corte chiese al Dott. Clarus, autore della prima perizia di approfondire il caso. La Difesa chiese una controperizia auspicando che divenisse processuale, ma la Corte rifiutò. Il Dottor Clarus fu l’unico perito del processo. Dichiarò l’imputato sano di mente e J. C. Woyzeck venne giustiziato». Chi giustiziò? La scimmia inabile o l’uomo sano di mente? La scimmia che intende uccidere o l’uomo che determina l’azione? L’uomo che possiede l’intento di arrivare a quel fine o la scimmia che usa il coltello? Quale giustizia per quale colpevole?

Nella supposizione del teatro, in quel facciamo che al quale crediamo serissimamente, sta il rituale dell’accusa e della difesa, del giudice e del colpevole: lo spettacolo della tragedia di ieri che è la farsa di domani. Nel tribunale di Claudio Morganti, ci sono proprio tutti, perché quello del Woyzeck è per lui, e ancora dopo anni di interrogazione e scavo e dubbio e prossimità e distanza, non uno ma il: Il Caso W. Convocati nel tribunale allestito nel Teatro Fabbricone di Prato per la prima assoluta, arriviamo da Roma togliendoci di dosso la pioggia, l’umidità di un viaggio volto ad incontrare “uno stato delle cose” al quale Morganti regista cerca di dare ordine attraverso il reticolo di parole di Rita Frongia, la cui macchineria testuale è infallibile, dai sensi rispondenti gli uni con gli altri in un’alternanza dialettica di giocosi rimandi. Lo stato è quello del lungo studio, dell’immersione nell’incompiutezza del testo di Georg Büchner, nella colpa del soldato Franz Woyzeck per aver ucciso a coltellate Marie. Al centro la sedia per l’interrogatorio, a sinistra la cattedra del giudice diagonalmente austera e posta in fondo rispetto i tavoli dell’accusa e della difesa.

Foto Ilaria Costanzo

Il luogo e la sua organizzazione definiscono le parti ma non i ruoli, e nonostante si ricerchi la formalità composta di un copione da sciorinare a memoria –perché la storia è dai più risaputa – nonostante si tenti, ancora una volta, di fare le cose per bene, con la convinzione che saranno proprio i passi della prassi a permetterci di giungere a una soluzione… Da sotto la toga nera di colui che rappresenta l’autorità, ecco che si intravedono sfacciati i lembi di una camicetta decisamente colorata, vacanziera per l’appunto. «Ma che cosa stiamo facendo?» sarà l’intercalare del giudice (Claudio Morganti) in questo comico andirivieni di confessioni dall’attenzione sbilenca, dall’affidabilità inesistente. «Deve dire “mi impegno”!» così intimerà il giudice per redarguire la nebulosità del racconto di Isadora Angelini che apre la sequela dei teste ascoltati, incalzati alla sinistra dalla difesa (Francesco Pennacchia) stentorea nella voce e dalla rigidità fisica, la cui solo apparente risolutezza crolla di fronte – stavolta è lui a confessarsi – al collare posto come tutore per sorreggere la figura esile e slanciata che troppo si è concessa durante una serata danzante; e alla destra dall’opulente accusa (Gaetano Colella) che sorniona e bonaria cede un po’ troppo spesso al vizio della gola, rumoreggiando con la carta delle caramelle. In questo ballo della testimonianza le cui ombre sono illuminate dalle luci di Fausto Bonvini, si succedono i testimoni raccordati tutti dall’incedere del cancelliere (Massimiliano Ferrari) un po’ dimesso e incerto, osservato in silenzio dagli astanti nel suo momento, ovvero quando da una parte all’altra attraversa la scena portando con sé i fogli di un protocollo probabilmente mai letto.

Foto Ilaria Costanzo

«Ci stiamo perdendo in un bicchiere d’acqua!» tuoneggia di nuovo il giudice con il riso che fa capolino come sfondo emotivo di una posa che si sforza di essere seria. Anche la testimonianza della madre di Marie (Paola Tintinelli), una megera in sedia a rotelle, è volutamente incapace di affrancarsi dal suo grottesco, ed è pregna di riottoso livore per una figlia, «cretina» appunto, che si è fatta fregare e fatta sedurre anche da quel Tamburmaggiore che si pavoneggiava davanti a lei e che ora veste i panni di una sorta di biondo e tronfio principe azzurro perbenista (Luca Serrani). Ed è proprio nella confessione del volto fasciato di un militare (Gianluca Stetur) e nella sua incomprensibilità che riaffiora il dramma insoluto del reietto W. (Gianluca Balducci) inabile pure ad avere nome per esteso perché rappresentante il Caso con la maiuscola. Colui che, in un’indolente e mediocre arringa rivolta esclusivamente a se stesso, non riuscirà a difendersi e, chino e muto, seduto al fianco della sua, presunta, difesa, avrà ascoltato e osservato inerme quel circo degli orrori da lui creato. Al termine del suo processo, del cui delitto si continua a scrivere, si alzerà, lascerà le catene vicino alla sedia e se ne andrà nella poesia di un campo lungo teatrale, col capo penitente, su di una passerella di luce, forse la diritta via smarrita, preceduto dal candore spettrale del fantasma di Maria (Rita Frongia).

Questo il perturbante stato delle cose di Claudio Morganti per il suo Caso, la sua messa a processo. E nel teatro della non soluzione proseguirà l’indagine, la quale si diletta nel non voler giungere alla fine, scostandola dal processo, rifuggendola anche, interrogandola con l’aiuto di colleghi che sono compagni fedeli prima di essere eccellenti professionisti. Quelli di Pierre Riviere, Parolisi, Pacciani sono solo casi e semmai concorrono a supportare invece l’origine del Caso. In questa scena del crimine che fa del giudizio una farsa e della colpa una tragedia, cosa viene prima, l’intento o la sua volontà?

Lucia Medri

Teatro Fabbricone, Prato – novembre 2019

IL CASO W.

di Rita Frongia

regia Claudio Morganti

con Isadora Angelini, Gianluca Balducci, Gaetano Colella, Massimiliano Ferrari, Rita Frongia, Claudio Morganti, Francesco Pennacchia, Luca Serrani, Gianluca Stetur, Paola Tintinelli

luce Fausto Bonvini
organizzazione Adriana Vignali

produzione Teatro Metastasio di Prato, TPE-Teatro Piemonte Europa, Armunia-Castiglioncello, Esecutivi per lo spettacolo

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