Umanità o sue spoglie. Soluzioni accessibili da Ikea a Leopardi

Théo Mercier e Steven Michel hanno presentato a Romaeuropa Festival Affordable Solution for a Better Living, dopo il debutto alla Biennale Danza 2019, durante la quale hanno ricevuto il Leone d’Argento. Recensione

 

Foto di Erwan-Fichou

Théo Mercier e Steven Michel (artista visivo e coreografo l’uno, danzatore e coreografo l’altro) «creano messe in scena coreografiche nelle quali esplorano la sostanza delle nostre culture, del nostro spazio e del nostro tempo. I corpi diventano oggetti e gli oggetti vanno a esprimere un pensiero incarnato, materiale e violento. Questi ‘coreografi-artisti plastici’ ci offrono strane celebrazioni, dove il vero del falso e il falso del vero innescano paesaggi riflessivi, privi di natura, un nuovo, crudo incanto». Queste le motivazioni alla consegna del Leone d’Argento 2019 ai due artisti, i quali hanno presentato il loro Affordable Solution for a Better Living a giugno a Venezia e a ottobre in replica a Romaeuropa. Partiamo da quanto affermato dalla giuria per ritrovare, nell’assolo visto alla Pelanda,  l’oggettivazione del corpo in una dimensione temporale dilatata, l’immersione della danza in un ambiente che è sia creazione plastica sia rimando a uno spazio quotidiano, e, dunque, la coreografia pensata come dispositivo dalla matrice innanzi tutto concettuale.

Foto Andrea Avezzù

Steven Michel entra in uno spazio ancora in divenire, con solo alcuni moduli rettangolari accatastati a terra, che, scopriremo poi, corrispondono alle parti disassemblate di una libreria Ikea. Movimenti sinuosi si contrappuntano ai balzi, a rotazioni disarticolate e però estremamente precise, destrutturando un movimento che sembra reagire alla sequenza numerica che enuncia il danzatore, ma senza che in questa azione ripetuta si trovi piena soddisfazione della corrispondenza tra gesto e suono. È un linguaggio ignoto, che, in questa dimensione aurorale, lascia lo spettatore a ipotizzare possibili connessioni tra significanti e significati. A questo si aggiunga anche la sensazione di straniamento e fascinazione data dalla stessa figura di Michel, completamente rivestito (testa compresa) da una tuta (ideata, come l’impianto scenografico e la coreografia dai due artisti) che, nel simulare le fattezze del corpo umano, non fa altro che accentuarne la sua artificiosità, riversata anche nella qualità dei movimenti gommosi. Il suo corpo si sgonfia, si blocca, si impalla, il suo agire è preparatorio a qualcosa: spalle indietro, busto teso, bacino in avanti.

Tendenza al verosimile e accentuazione del suo contrario potrebbero fare il paio con questioni filosofiche circa la natura di quest’entità che danza: vorrebbe dirsi umana, non lo è? Lo è quando cade a terra e la caduta non scompone la distanza tra le gambe, ancora rigide, ancora bloccate nei perni delle anche, quasi fosse una bambola? Non lo è quando qualcuno di non visibile lo invita a rifocalizzarsi sul proprio io, quasi fosse una seduta di training autogeno, ma con la voce falsata ed elettronicamente riprodotta, estranea? Quando si spoglia letteralmente della sua pelle per rimanere con un’ulteriore tuta, questa volta raffigurante l’apparato muscolare, cosa sta evidenziando? E cosa quando, travolto da un tuono, correrà a ripararsi in un angolo?

Foto di Erwan-Fichou

All’interrogativo tra umanità e non umanità, si lega poi una questione che, dal Chaplin di Tempi moderni, da Benjamin in poi, ha caratterizzato in maniera significativa una buona parte della creazione artistica novecentesca, votata alla critica della riproducibilità in serie, dell’industrializzazione come luogo disumanizzante dalla temporalità asettica e mai mutevole. Parte centrale della performance è infatti occupata dalla costruzione da zero della libreria ad opera del danzatore, accentuando la meccanicità dell’atto, in contrapposizione alla voce acusmatica che sembra dialogare dibattendo su quale possa essere uno stile di vita ottimale. A questa lunga azione seguirà l’arredamento di un vero e proprio living, con tanto di scaffali, lettino, scrivania, poltrona da ufficio. Il rapporto con questi oggetti diventa più materico, invasivo, quasi a ricercare una maternità perduta (nell’abbraccio alla libreria, nel rifugiarsi in posizione fetale dentro al lettino, o dentro l’armadio…), mentre sopravanza un senso di smarrimento che pare acuirsi nel tentativo di trovare una possibile relazione, arrampicandosi, attraversandoli, gettandovisi dentro, nascondendovisi.

Foto di Erwan-Fichou

La meccanicità inglobante da una parte e l’invito a una maggiore libertà e benessere individuale dall’altra sembrano essere due istanze contrapposte solo in apparenza, quasi a voler sottolineare con ironia un’assimilazione tra il processo di componibilità dagli oggetti e il self-empowerment, entrambi modulabili all’infinito. Tuttavia, quest’associazione non porta avanti una metafora sufficientemente dirompente, in grado di scalfire una concezione contemporanea che ha oramai ampiamente inglobato nel proprio sistema quotidiano gli elementi di questa critica; l’attacco alla holding d’arredamento che propone “la bellezza a portata di tutti” nella lettura dei due artisti sembra in questa veste o decentrato o troppo morbido. Lo sforzo di far risuonare il contrasto (anche nel senso letterale del termine, attraverso la riproduzione di elementi naturali in contrasto a modulazioni elettroniche a cura di Pierre Desprats) appare dunque indebolito, forse anche dall’accumulo di segni che vorrebbero costruire una costellazione di ulteriori questioni, dallo scontro natura-urbanizzazione – demandato alla presenza di canti di uccelli, mare, fuoco, temporali, che generano al limite terrore, ma poco viene esplorato –  al considerare il lavoro come fonte di stress in grado di schiacciare l’individuo –  identificato nello “scontro” tra le spallate e la poltrona da ufficio, la rumorosa caduta. «Obblighi i pensieri» dichiara la voce; Ikea, o meglio, quello che questo simbolo rappresenta, forzerebbe dunque a un indirizzo di scelta, a un preciso «stile di vita», ma questo avviene tanto per dei mobili, quanto per qualsiasi altra moda in grado di sviluppare strategie di marketing.

Rimane una figura pseudo-umana a muoversi tentando di trovare un proprio contatto con questo mondo attrezzato, decorato, imballato, piegato, spinto, tirato, lui disorientato da non saper bene come relazionarvisi, salvo concretizzare il proprio terrore (di leopardiana memoria, verrebbe da dire) quando la natura irrompe con la sua forza incurante di tuono e fulmini. «Sono un povero Islandese, che vo fuggendo la Natura; e fuggitala quasi tutto il tempo della mia vita per cento parti della terra, la fuggo adesso per questa».

Viviana Raciti

Romaeuropa Festival, Roma ottobre 2019

AFFORDABLE SOLUTION FOR A BETTER LIVING

coreografia Théo Mercier e Steven Michel
con Steven Michel
testo Jonathan Drillet
voce fuori campo Jonathan Drillet, Fanny Santer
scenografia Théo Mercier e Steven Michel
luci Éric Soyer
suono Pierre Desprats
costumi Théo Mercier e Steven Michel
artwork costumi Dorota Kleszcz
stage management François Boulet
produzione Nanterre-Amandiers, Centre Dramatique National | Booking in collaborazione con Art Happens – Sarah de Ganck | Produzione esecutiva: Nanterre-Amandiers, Centre Dramatique National, apap – Performing Europe 2020 – with the support of the Culture Programme of the European Union
coproduzione Bonlieu Scène nationale Annecy
in collaborazione con workspacebrussels / Life Long Burning, con il supporto del Culture Programme of the European Union | Grazie a Actoral – Festival international des arts et des écritures contemporaines & Montévidéo, Créations Contemporaines – Atelier de Fabrique Artistique, La ménagerie de verre, Campo-Gand (Belgium) and Jean-Paul Lespagnard

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