Play with Food. Ricette performative e altri luoghi

Un reportage da Play with Food. La scena del cibo, il festival teatrale dedicato al cibo e alla convivialità che ha animato Torino, Moncalieri e Asti, e un attraversamento di Marinara, un larp firmato dal collettivo Terre Spezzate.

Foto @playwihfood

Ibridazione. Transdisciplinarietà. Complessità. Sconfinamento. Ruota attorno alle idee di metamorfosi e fluidità la galassia semantica che, da alcuni anni a questa parte, sembra poter descrivere con maggiore efficacia la natura identitaria dei più importanti festival teatrali: siano blasonate o testardamente off, finanziate dalle istituzioni o invece sorrette da una rete di partnership private e da un coraggioso volontariato, le principali rassegne nazionali sembrano indagare, con acume e rigore, le possibili declinazioni dell’indefinito e del non conforme. Contrastando quel diffuso afflato semplificatorio che nel discorso pubblico – così come in quello politico – sembra voler ridurre al binarismo, alla norma, alla rigida tassonomia l’incommensurabile varietà delle biografie, i festival pongono sempre più al centro dell’attenzione lo stra-ordinario, non più ornamento ma chiave di volta di sofisticate architetture. E le creazioni che abitano i palcoscenici riflettono coerentemente le istanze etiche ed estetiche sottese a questa ricerca: i linguaggi virano verso la crossmedialità, i formati deflagrano, la spettatorialità stessa subisce fertili crisi. 

@playwithfood

Play with Food, il festival che da otto anni anima per una settimana spazi teatrali e non della città di Torino così come della sua provincia, si rivela essere in questo senso una torsione anomala, l’ipostasi pressoché irriducibile di una tendenza pluriennale: se da un lato esso ha esplorato territori spesso marginali del panorama performativo contemporaneo, ponendosi quindi in linea con molte  altre esperienze nazionali, dall’altro ne ha costituito e tuttora ne esemplifica una sua peculiare mise en abyme. Meticciando il festival teatrale tout court con quegli eventi tematici che, da più di un ventennio, indagano su tutto il territorio nazionale disparati ambiti culturali – spaziando dall’economia alla filosofia, dalla letteratura di viaggio al fumetto – Play with Food incarna infatti nella sua stessa essenza quell’eccezionalità che altre rassegne affidano ai titoli del proprio cartellone. La manifestazione creata e codiretta per un settennato da Davide Barbato e Chiara Cardea e curata da Collettivo Canvas / Associazione Cuochilab, che a partire da quest’anno vede solo Barbato nel ruolo di regista, rappresenta così un unicum nello scenario teatrale: a costituire il fil rouge che lega i tanti eventi che la compongono non è infatti né un interesse precipuo rivolto a uno specifico linguaggio – sia esso il teatro di figura o il teatro ragazzi, la performance art o il teatro di strada – né tantomeno l’attenzione a una generazione di artisti, o a una riconoscibile temperie culturale, bensì il cibo, soltanto il cibo. Denominatore comune minimo, e tuttavia eclettico e sorprendente, il cibo ha contraddistinto in queste edizioni le proposte spettacolari del festival, emergendo nella ricerca di Daniele Timpano ed Elvira Frosini, nel teatro psicologico di Cuocolo/Bosetti, così come nei lavori dei Sacchi di Sabbia, del Teatro delle Ariette, di Stivalaccio Teatro. Ingrediente fondamentale per installazioni e contaminazioni con le arti visive, per un bando di idee aperto a ogni disciplina, per un premio di drammaturgia – assegnato quest’anno a La fauna batterica di Antonio Casto, di cui è andata in scena una mise en espace affidata a Il Mulino di Amleto – il cibo ha trovato negli eventi e negli incontri di Play with Food l’esaltazione del proprio persistente sapore: quello della convivialità. 

Foto di Sandro Carmino

Proprio la compartecipazione, intima e quotidiana, che grazie al rituale del pasto germina con naturalezza, proprio quella peculiare prossemica dei commensali, capace di abbattere distanze e ruoli gerarchici nell’immediatezza di un gesto, diventano grazie alle iniziative del festival torinese singoli elementi di una più ampia ricerca, che chiama in causa le nozioni sulle quali, ovunque, il “sistema teatro” si interroga: i limiti del performativo, l’audience engagement e l’audience development, le caratteristiche e il senso profondo della spettatorialità. E il cibo diventa sì, nella volontà della direzione artistica, il collante capace di uniformare con reale trasversalità pubblici differenti, così come la testimonianza di una tradizione imprenditoriale radicata e di successo, che trova nelle tante sponsorizzazioni private del festival la sua più ovvia manifestazione: ma soprattutto esso sembra essere il filtro attraverso il quale deformare l’esperienza stessa della teatralità, la lente da cui osservare cortocircuiti imprevisti, connessioni inedite, esperienze inconsuete.

Foto @playwithfood

Le underground dinner, cene performative organizzate per un ristretto numero di persone in case private e location segrete, comunicate soltanto ai partecipanti, assurgono così a simbolo stesso della contaminazione, ogni volta irripetibile, tra play e food: fra palcoscenico e cucina, tra gioco e cibo, tra improvvisazione e studio. Ed è qui, negli attriti potenziali e fervidi che la prossimità tra performer e commensali origina, in quella necessaria collaborazione alla buona riuscita di una serata che è al contempo pasto condiviso e spettacolo, che Play with Food sembra esplorare gli spazi di confine delle performing art, là dove le categorie si sfilacciano e i processi osmotici tra i linguaggi sviluppano nuovi interrogativi: o, forse, offrono risposte inconsuete a domande antiche. Marinara, l’underground dinner andata in scena per quattro sere consecutive prima ad Asti e infine nel capoluogo piemontese, sembra di fatto costituire, nella sua impossibile catalogazione, una duplice sfida mossa tanto all’osservazione critica, quanto alle istanze che regolano qualsiasi volontà di programmazione delle rassegne. La creazione di Terre Spezzate, collettivo artistico torinese attivo su tutto il territorio nazionale dal 2005, non è infatti in alcun modo riconducibile – anche per l’orgogliosa e decisa affermazione dei suoi autori – al teatro: della canonica triangolazione spazio-attore-spettatore, alla quale si è soliti associare qualsiasi fatto spettacolare, è infatti assente il terzo elemento. Non esistono spettatori nei larp, i live action role-playing del quale Marinara costituisce un esempio pensato ad hoc per Play with Food, ma soltanto player. Attori e al contempo giocatori, i partecipanti a un larp sono persone comuni chiamate a interpretare, sulla base di un canovaccio ampliato in modo imprevedibile dalle proprie inclinazioni e dai propri desideri, ora contesse e ambasciatori nell’Italia preunitaria, ora i sopravvissuti a un’apocalisse distopica, ora uomini e donne comuni raccolti attorno a una tavola imbandita. Se la dimensione ludica dell’evento appare preponderante, a dipanarsi nei giochi di ruolo dal vivo sono tuttavia dinamiche di matrice prettamente teatrale: e Marinara, in questo senso, ha concesso di esperire – e di determinare, in una completa sovrapposizione tra la mera osservazione e l’azione – una reale pratica di scrittura drammaturgica condivisa e immediata.

Foto @playwithfood

Chiara Tirabasso e Daniele Cristina, “registi” di un larp originariamente scritto da Graham Walmsley ma riadattato per Play with Food, agiscono infatti come meri facilitatori di un evento nel quale la nozione stessa di autorialità appare fragile, parzialmente errata. Ai dodici sconosciuti, riunitisi a un orario prestabilito in un’abitazione del centro di Torino, Tirabasso e Cristina forniscono infatti solo pochi, fondamentali dettagli: una professione, un nome, un accessorio. È a partire da queste suggestioni che ciascuno potrà costruire e agire il proprio personaggio, membro di una famiglia italoamericana riunitasi a cena per riallacciare le fila dei rapporti e preparare il piatto della propria tradizione: quella pasta alla marinara che assume la consistenza di una madeleine e il sapore di un paese abbandonato verso un’America difficile e ostile. Nel breve tempo trascorso a stabilire ruoli e caratteristiche di una pièce non replicabile, il larp mostra il processo tipico, ma ogni volta sorprendente, di creazione e sviluppo di un testo; a ogni partecipante è affidato un ingrediente della ricetta, unico stimolo per l’autonoma edificazione di un personaggio, del suo passato e dei suoi progetti, così come delle dinamiche che – in base al sapore che due ingredienti diversi originano insieme – lo legheranno agli altri. 

I dodici performer improvvisano e affabulano, spettatori gli uni degli altri e tuttavia agenti primari del racconto, tessendo relazioni che trovano il proprio punto di partenza in minimi suggerimenti drammaturgici, consegnati ai partecipanti tramite brevi annotazioni scritte. Con una naturalezza sorprendente, la preparazione della ricetta diventa così il mero pretesto per la narrazione di legami familiari e campi di tensione, così come per l’indagine del razzismo –  a tratti strisciante, molto spesso violento ed esplosivo – ormai conclamato negli Stati Uniti dell’era Trump.  E tuttavia Marinara, con un’intuizione non banale, affronta non soltanto i cliché dei quali la comunità italoamericana è da sempre vittima, ma anche quei privilegi immeritati, quelle concessioni, quei vantaggi che il proprio status di expat europeo ha assicurato e può assicurare tuttora. Spaziando da screzi familiari a traumatici episodi di xenofobia, un accadimento ordinario come una cena diviene latore di una riflessione attorno a tematiche di capitale importanza per la contemporaneità. Così una piccola comunità si riunisce in un luogo prima anonimo, e lo trasforma – grazie all’arte, al cibo, al gioco – in uno spazio politico e civile. Si direbbe: ecco il teatro.

Alessandro Iachino

Torino, Play with Food. La scena del cibo – ottobre 2019

MARINARA
ideazione e produzione Terre Spezzate
scritto da Graham Walmsley

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