Frosini/Timpano. Occidente di Carne

Carne è il nuovo spettacolo di Frosini/Timpano, scritto da Fabio Massimo Franceschelli. Visto in anteprima al Teatro dell’Orologio. Recensione

foto Manuela Giusto
foto Manuela Giusto

Gli spettatori più appassionati e assidui del teatro indipendente romano ricorderanno una rassegna teatrale che iniziò nel 2003 ed ebbe un’importanza centrale nella geografia della nuova scena cittadina, quell’evento era organizzato da Circo Bordeaux, amnesiA vivacE, OlivieriRavelli_Teatro. Tra gli ideatori c’erano Daniele Timpano e Fabio Massimo Franceschelli La rassegna si chiamava UBU SETTETE!/Fiera Alterità teatrali e programmò una serie di artisti che nel giro di qualche anno sarebbero stati tra i capofila di una nuova avanguardia, basti ricordare Fibre Parallele, Babilonia Teatri, Biancofango, Lucia Calamaro, Quotidiana.com. Negli anni successivi alcuni degli artisti ideatori di quella rassegna hanno continuato a collaborare sotto l’etichetta del Consorzio Ubusettete, alla quale intanto si erano aggiunti Teatro Forsennato (diretto da  Dario Aggioli) e Kataklisma di Elvira Frosini.
Ora Elvira Frosini e Daniele Timpano (già insieme per Si l’ammore no e Zombitudine) hanno messo in cantiere un progetto dedicato alla drammaturgia contemporanea “Pirandello ha rotto il cazzo (i classici siamo noi)” che li vedrà al lavoro su testi commissionati. La prima collaborazione è proprio con Fabio Massimo Franceschelli che nel giugno del 2015 ha terminato la stesura di Carne, dialogo per due voci andato in scena in anteprima qualche settimana fa al Teatro dell’Orologio.

foto Manuela Giusto
foto Manuela Giusto

Il teatro di Franceschelli d’altronde condivide con il lavoro di Timpano e Frosini quel cinismo gravido di intenzioni politiche e filosofiche che grazie alla vena comica tenta di svelare le contraddizioni con cui dobbiamo convivere in quanto uomini e donne occidentali, abitanti del pianeta Terra in questo preciso momento storico. E sembra essere proprio questo il cardine attorno al quale ruotano con agilità la drammaturgia e lo spettacolo. Le argomentazioni di una vegana e quelle di un onnivoro che sembra non voler ammettere problemi di coscienza prendono fuoco all’interno della quotidianità di una coppia qualunque – Elvira Frosini già aveva dato prova di un’interessante ricerca sul cibo nello spettacolo Digerseltz. In questa lotta senza quartiere, che per cinquanta minuti bombarda lo spettatore senza dargli il tempo di distrarsi ma fornendogli invece gli spunti per connettersi al dibattito mettendo anche in crisi le sue certezze, l’unica sicurezza che rimane è che quella libertà di pensiero tanto agognata, in entrambi i casi, ha bisogno di un passaggio analitico.
I due ricordano il primo appuntamento, la reazione sproporzionata di lei di fronte alla bistecca e a un rivolo di sangue che cola sul labbro di lui; la banalità che spesso i vegetariani si sono sentiti dire: “anche io una volta ero vegetariano, ma mangiavo il pesce”. Franceschelli stigmatizza proprio quel piano del discorso, il luogo comune. E lo fa su entrambi i punti di vista:

foto Manuela Giusto
foto Manuela Giusto

LUI – Dove vuoi che sia un’ulcera? Nello stomaco.
LEI – Mangi troppa carne.
LUI – Non c’entra nulla.
LEI – Invece c’entra. Ti farai venire un tumore.
LUI – Il tuo è un determinismo ingenuo. Mio nonno fumava quaranta sigarette al giorno ed è campato fino a ottant’anni. Mia nonna non ha mai fumato ed è morta di tumore al polmone a sessant’anni.
LEI – La spiegazione c’è e si chiama fumo passivo. Tuo nonno era un coglione.
LUI – Probabile, ma tu stai tranquilla, la carne passiva non esiste.

La scrittura di Franceschelli (leggi gli articoli), qui acquista vigore giocando con estrema precisione con una delle caratteristiche comuni alla più interessante drammaturgia contemporanea: l’utilizzo di un tema quotidiano inserito all’interno di un paesaggio rarefatto dove i personaggi non esistono in quanto soggetti drammatici ma in quanto portatori di un discorso che scorre al di sopra delle loro teste, si leggano in questo senso anche alcuni testi di Davide Carnevali o del giovanissimo Emanuele Aldrovandi. Inoltre Frosini e Timpano questa rarefazione la amplificano rinunciando all’assetto richiesto dall’autore, ovvero un tavolo attorno al quale far sedere i protagonisti. I due attori stanno in piedi, ognuno di fronte al proprio microfono; incarnano così anche quell’idea di dibattito totalizzante, senza esclusione di colpi, che polarizza le esperienze, i punti di vista e le singolarità in angolazioni incomunicabili, insomma quella competizione delle opinioni che ha ormai invaso la realtà mediatica, dalla TV ai social network. Inoltre il vuoto è riempito dal lavoro musicale di Ivan Talarico (anche autore e attore con la compagnia Doppiosenso Unico), vera e propria scenografia sonora che aiuta a serrare i ritmi e a dare concretezza allo spazio tramite musiche (pianoforte e violini), rumori – carne che sfrigola sulla piastra, masticazioni – e suoni improvvisi, come l’angosciante pianto finale del bambino.
E anche se arriva uno snodo narrativo a dare ragione a Lui, in quanto la donna rimane incinta e si accorge di avere le carenze di una dieta sregolata, il regolamento dei conti – che farebbe imbestialire i vegani – arriva dopo una formidabile tirata in cui ad essere messo alla berlina è l’egoismo spropositato del maschio occidentale:

[…] Giù la maschera uomo, sei tu il centro del mondo e non devi giustificazioni a nessuno! Fanculo i poveri, fanculo la donna, fanculo anche gli animali! Io voglio… voglio… voglio inchiappettarmi un toro! Voglio ingoiare vivo un pulcino! Voglio… annodare un pitone, voglio sputare sul muso a un panda, voglio bollire il culo di un babbuino, voglio schiacciare tutte le lumache che vedo in terra, prendere a calci un bradipo, staccare le zampette alle ranocchie, sgozzare le pecore davanti ai loro agnelli, ingessare il collo di un gufo, legare un petardo acceso alla coda di un gatto, pisciare addosso a un koala, farmi fare un pompino da un pesce palla e una sega da un polipo, mozzare le braccia alle scimmie, strozzare a mani nude una giraffa, vivisezionare una foca monaca. Perché voglio fare queste cose? Perché mi va! Perché sono l’imperatore dell’universo! Perché è stato un mio antenato, Noè, a guidare quella cazzo di arca! E se non c’era Noè con la sua arca dove cazzo andavate voi stupide bestiacce? Tutte a fondo!

Andrea Pocosgnich

Teatro dell’Orologio, Roma – Aprile 2016

CARNE
di Fabio Massimo Franceschelli
diretto e interpretato da Elvira Frosini e Daniele Timpano
disegno sonoro e musiche Ivan Talarico
collaborazione artistica Alessandra Di Lernia
assistente alla regia Sonia Fiorentini
progetto grafico Davide Abbati
produzione Frosini/Timpano, Kataklisma Teatro

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