Haris Pašović e il Mittelfest per i giovani europei

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Abbiamo avuto modo di incontrare a Cividale il nuovo direttore del Mittelfest. Qui una riflessione sul futuro del festival diretto da Haris Pašović

Foto Luca A. d’Agostino

Il Natisone, che dà anche il nome alle vallate circostanti, concede già in città piccole calette con ghiaia e rocce sulle quali arrampicarsi: Haris Pašović racconta che i suoi attori ci hanno fatto il bagno. Prima o dopo lo spettacolo? – chiedo. Risponde con fermezza “dopo”, con quegli occhi grandi circondati da un un viso tondo e imbiancato dalla barba. Viene da pensare ai bagni nel Po dei ragazzi di Cesare Pavese e forse non è uno strano caso del destino se il diavolo lì stava sulle colline e qui dà nome a un ponte. Ma i giovani performer non hanno niente a che vedere con i ventenni del Diavolo sulla collina; forse la passione per la vita è la stessa di più di sessantanni fa.

Il regista bosniaco è stato scelto dal consiglio di amministrazione di uno dei festival italiani più longevi e importanti per progettare gli anni a venire. Cividale è un piccolo centro, ricco di storia e di tradizioni, ma con una logistica che rende non facilissimo il lavoro di chi vorrebbe una manifestazione viva, nella quale anche i giovani possano trovare il proprio ambiente. Questo è probabilmente il punto più importante toccato dal direttore durante l’incontro finale con la stampa. Sarà il primo problema da aggredire in vista del prossimo anno: Haris Pašović sta pensando se sia possibile creare un campus dedicato alle arti sceniche proprio a Cividale. «Vorrei che giovani artisti provenienti da tutta Europa vivessero qui durante il festival», confessa di fronte a un cappuccino con ghiaccio mentre la piazza si bagna sotto l’ennesimo acquazzone lampo. La scommessa da vincere è quella contro l’isolamento: Cividale è una città in cui la storia antica attraversa i vicoli a braccetto con le ferite del Novecento; negli alberghi e sui muri che stringono le piccole vie la prima Grande Guerra è storicizzata in un racconto per testi e immagini, una memoria incancellabile. Proprio in manifestazioni come Mittelfest la città ritrova quell’affaccio alla Mitteleuropa in grado di guardare anche al futuro. A Cividale ci si arriva da Udine con la ferrovia che gli abitanti ancora chiamano «littorina» per la sua origine mussoliniana, un collegamento però assente in tarda serata, questione che rende la città difficilmente raggiungibile per chi è privo di mezzo proprio.

What Would You Give Your Life For? Foto web

Non è un caso che Pašović – finito a Cividale vincendo il bando indetto la scorsa estate – si sia fatto un giro anche a Roma, nel maggio scorso, dando un’occhiata a Dominio Pubblico, quasi a voler guardare in faccia quella generazione millenial a cui avrebbe “rubato” il nome per farne il sottotitolo della sua prima edizione – Millennials. Lì, nelle sale dell’India, è stato spettatore anche del Giardino dei ciliegi di Kepler 452, inserito poi nel programma del suo festival.
Già in questa prima edizione l’impronta è stata visibile grazie a un’apertura ad artisti meno conosciuti rispetto a quelli del triennio pensato dal predecessore Franco Calabretto. I grandi nomi di richiamo dell’anno passato – ad esempio John Malkovich e Giuseppe Battiston – e le compagnie venete come Babilonia Teatri e i Fratelli Dalla Via rappresentavano l’ossatura teatrale del programma 2017; questi hanno lasciato il posto a un calendario dedicato a giovani nomi europei, provenienti da Germania, Ungheria, Slovenia, Croazia, Bosnia ed Erzegovina, Serbia e affiancati ad altri più esperti. La scena italiana è stata rappresentata con due scelte molto diverse tra loro: oltre al lavoro di riscrittura di Nicola Borghesi è stato presentato anche Tamerlan di ricci/forte, un adattamento da Christopher Marlowe dal forte impatto scenico ed emotivo messo in scena negli spazi interni ed esterni di una scuola. Tra gli appuntamenti musicali i blockbuster Sting e Goran Bregović hanno lasciato il posto a scelte più ricercate, come nel caso del jazz della cantante africana Simphiwe Dana.

Simphiwe Dana a Mittelfest 2018, scatto da youtube

Pašović è ambizioso e sicuro di sé e, dopo avermi spiegato che l’idea del cappuccino con ghiaccio gli è venuta proprio a Cividale, tiene a precisare che la propria visione del festival non è quella di una rassegna/vetrina composta da nomi più o meno conosciuti; vuole costruire un futuro, vuole che Cividale si faccia motore di una proiezione. D’altronde il regista bosniaco da sempre immagina il teatro come un campo d’azione per comprendere e interrogare il mondo presente: durante l’assedio di Sarajevo, nel 1993, produsse un Aspettando Godot con la regia di Susan Sontag passato alla storia. In quegli anni Pašović lavorava soprattutto all’estero, specialmente in Serbia, fin quando decise di tornare nella sua città natale, nel momento in cui questa aveva maggior bisogno. In What Would You Give Your Life For?, lo spettacolo presentato a Cividale con un gruppo di performer bosniaci e serbi, tutto ruota attorno a una domanda: «Per cosa daresti la vita?»; l’artista si mette dentro e di fronte la Storia interrogando vicende e protagonisti che si sono trovati proprio con occhi e cuore puntati su quel dilemma, rispondendo spesso con la più radicale delle scelte.

Immaginare il potenziale di una città e aprirlo alle nuove generazioni, dunque, non è una questione solo di programmazione, così come anche quella del predecessore era eterogenea e di qualità; si tratta piuttosto di immaginare un passo in avanti. Fare di Cividale una città abitata dai giovani durante il festival è una scommessa, non solo perché il direttore deve vedersela con un budget a suo dire troppo basso se rapportato a manifestazioni omologhe in Europa, o per le difficoltà logistiche della cittadina, ma anche perché si trova a operare in un’istituzione con una storia decisamente più vicina a quella di Spoleto che ad altri festival maggiormente concentrati sull’innovazione e sul pubblico giovanile. Il modello della Biennale di Venezia, alimentato da una comunità di giovani professionisti radunati in masterclass di eccellenza internazionale, potrebbe allora rappresentare proprio quella necessaria cerniera tra un festival che ha un appeal molto istituzionale e la necessità di un laboratorio di pensiero e formazione per il futuro.

Andrea Pocosgnich

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Laureato in Storia del Teatro presso l’Università Tor Vergata di Roma con una tesi su Tadeusz Kantor, ha frequentato il master dell’Accademia Silvio D’Amico dedicato alla critica giornalistica, ha fondato nel 2009 Teatro e Critica di cui attualmente è uno degli animatori. Come critico teatrale e redattore culturale ha collaborato anche con Quaderni del Teatro di Roma, Metromorfosi, To be (free press dedicata al teatro), Hystrio, Il Garantista. Da alcuni anni insieme agli altri componenti della redazione di Teatro e Critica organizza una serie di attività formative rivolte al pubblico del teatro. Dal 2013 al 2014 è stato uno degli insegnanti di Storia del Teatro del progetto Lazio in Scena. Nel 2013 ha ideato e progettato (insieme agli altri componenti di Teatro e Critica) la app Teatro Pocket.