Centro Zo di Catania: The medium is the message?

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A Catania, al Centro Zo, abbiamo visto due dei lavori che compongono la quadrilogia KThack – 4VR: Soggiornando vicino e Tifeo – il tradimento dell’orecchio. Una riflessione sul territorio e sulle sue prospettive 

Centro Zo sorge nel cuore di Catania; oltre i profili colorati della periferia distante, nelle giornate chiare, si staglia la cima innevata dell’Etna. Raffineria di zolfo in disuso, lo spazio è stato – tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del Duemila – ristrutturato e rifunzionalizzato finché oggi, gestito dall’Associazione Culturale Zo, è diventato un «centro di programmazione e produzione per le arti e le culture contemporanee», con particolare attenzione ai lavori che si fanno in qualche modo portatori di una “poetica territoriale”.
Si pone dunque come esito esemplare di una rilettura della topografia cittadina e sede di una possibilità concreta di rilancio e di ascolto per un nuovo teatro di ricerca, che tenti di trasporre le istanze delle scene contemporanee in un contesto, quello siciliano, innervato di una propria archetipica simbologia.
In queste ultime settimane, dopo l’elezione a direttrice dello Stabile di Laura Sicignano, la situazione teatrale catanese è stata al centro di discussioni e analisi. Su questi punti non si tornerà, limitandoci – ai fini del ragionamento qui condotto – a fare un breve cenno alle parole che la neo-direttrice ha consegnato a Viviana Raciti in un’intervista all’indomani della nomina: fra gli intenti quello di coniugare al rispetto per «un’aspettativa di fedeltà nei confronti di una tradizione del teatro catanese» la valorizzazione di una «nuova, nuovissima drammaturgia».

Il progetto KThack – 4VR plays si porta fin dentro il nome questa duplicità: da un lato la materialità fortemente connotata di un territorio vulcanico che si presenta quindi come simbolo di rigenerazione ciclica, dall’altro il richiamo invasivo delle tecnologie che filtrano e moltiplicano l’esperienza della percezione e modificano, di conseguenza, la postura spettatoriale. Per questo i quattro lavori che lo compongono – diretti da Maria Arena, Federico Magnano San Lio, Maria Piera Regoli e Turi Zinna – si sono dotati di un apparato scenografico interattivo curato dal virtual designer Luca Pulvirenti e dal Laboratorio Mammasonica. L’intento, espresso nelle note di regia, è quello di operare una traduzione scenica dell’esperienza, così consuetudinaria per tutti, della ricezione mediata e virtualizzata dell’azione performativa, trasferendo questa dimensione intima, intangibile e fluidificata negli spazi del rito condiviso.

In una giornata di febbraio, un anticipo della soleggiata primavera catanese, abbiamo visto a Centro Zo due degli spettacoli che compongono la quadrilogia: Soggiornando vicino, diretto da Federico Magnano San Lio, ispirato all’omonimo racconto di Turi Salemi e Tifeo – il tradimento dell’orecchio per la regia di Turi Zinna, protagonista unico di entrambi.
Nel primo si narra dell’autoreclusione di un uomo in uno sgabuzzino e della sua trasformazione in un foglio di carta assorbente, tracciato dei simboli e degli scarabocchi – «parole disanimate, opache, divise» – che raccontano un amore sfiorato e non vissuto. Turi Zinna, camicia bianca e pantaloni neri, si muove in un habitat tecnologico, interagendo con esso. È imprigionato in un corridoio obliquo con sottilissime pareti di membrana azzurrognola, sulle quali verranno proiettati stralci di frasi, pattern di parole ripetute e ghirigori dolenti mentre l’ambiente si riempie di sibili elettrici e perturbazioni sonore, tutti epifenomeni di un linguaggio frantumato che, smarrendo il suo potere di significazione logica, assume un valore altro, figurale e confuso come lo stato di una mente scossa dalle allucinazioni.

Si tratta di un’autobiografia che per i catanesi ha un significato particolare: Turi Salemi era un poeta senzatetto, morto nel 1992 in circostanze mai chiarite all’ospedale psichiatrico di Catania. Della sua produzione rimangono solo frammenti (Soggiornando vicino è una delle poche opere pubblicate), Turi scriveva rapsodicamente perlopiù su supporti casuali e, in modo altrettanto rapsodico e casuale, il suo nome ha conquistato affetto e notorietà nei luoghi in cui è vissuto, senza raggiungere, neppure lambire, la storia letteraria ufficiale.
La sua vita e la sua morte, conservate nella loro forma di geroglifico ma proiettate nei regni della realtà aumentata, sono oggetto di un lavoro che – nonostante la restituzione sentita di Zinna, la padronanza pacata dei propri mezzi espressivi e la credibilità che riesce a infondere al personaggio – si scontra con i limiti di una visione registica ancora poco organizzata e di una scrittura che, attraverso l’uso insistito di ripetizioni ed esplicazioni, smarrisce proprio quella linea di febbre e di indecifrabilità che potrebbero essere la cifra della narrazione. Soprattutto, l’impressione – che può essere estesa anche a Tifeo – è quella di un’eccessiva fiducia nel dispiego dell’apparato tecnologico, utile più a confermare un’impostazione di lavoro che a esplorarne realmente il potenziale.

Per quanto riguarda il secondo spettacolo, al mito greco di Tifeo, imprigionato da Zeus sotto il Monte Etna, la drammaturgia di Zinna aggiunge alcune componenti volte a esasperare la lettura simbolica del mostro quale «parte rettiliana della mente umana», in antitesi a Cadmo, il medico (assente in scena, soltanto evocato) che rappresenta il razionalismo, lo sguardo positivista sul mondo. Il controcanto delirante di Tifeo alle leopardiane “magnifiche sorti e progressive”, la sua insubordinazione, sono restituiti attraverso la psichedelia dell’ambiente virtuale (secondo l’accezione etimologica originaria psichedelico significa appunto «rivelatore della psiche») e la recitazione intensa e concitata di Zinna, solo sulla scena, immerso nelle fluttuazioni del videomapping, mostrificato dalle incrostazioni di fango verde che gli coprono il corpo. Nel complesso questo lavoro, rispetto a Soggiornando vicino, espone con maggiore coraggio e organicità la propria materia densa e macabra ma ricade in alcune enfasi ricorsive che la buona prestazione di Zinna, capace di governare tecniche attoriali molto diverse, non basta a elidere.

Nei due spettacoli ricorrono alcuni elementi: la follia dell’emarginato, portatrice di una vocazione oscura ma rivoluzionaria, la mutilazione (un alluce in putrefazione nel primo, l’orecchio che Tifeo si amputa per non ricevere le sterili verità cartesiane di Cadmo nel secondo), il rifiuto di una dimensione sociale costituita, uniforme. Forse l’attenzione dovrebbe ora essere concentrata sulla distanza, per evitare il rischio di creare – a partire da una materia sentimentale e da un’istanza di ricerca – dei contrassegni tanto evidenti, brandizzando un teatro che chiede invece proprio la possibilità di ridiscutere l’azione livellante del contemporaneo.

L’augurio è che, spingendosi oltre l’infatuazione per l’abbinamento con la Sicilia, il gruppo di KThack – 4VR plays sappia ricercare con severità una relazione più profonda tra la tecnologia e la drammaturgia, lavorando di espunzione e di reale innovazione, potenziando la comprensibilità dei propri linguaggi e affrancandosi da una lezione registica, quella di Roberto Latini, che a tratti appare troppo presente.
Si potrebbe così realizzare, nella comunione tra l’identità culturale siciliana e la vagheggiata iperscena, un programma di lavoro conforme alle dichiarazioni di intenti della nuova direzione dello Stabile, verificando la possibilità di un ponte tra i vari circuiti di produzione di Catania e tra le sue tante anime, a beneficio di una platea sempre più istruita, meritevole di un’offerta sensibile e aggiornata.
The medium is the message, ma lo era già cinquant’anni fa.

Ilaria Rossini

Centro Zo, Catania – febbraio 2018

SOGGIORNANDO VICINO
da un racconto di Turi Salemi
ideazione Maria Piera Regoli, Turi Zinna, Federico Magnano San Lio
drammaturgia Maria Piera Regoli e Turi Zinna
interpretazione Turi Zinna
musiche dal vivo e ingegneria del suono Fabio Grasso e Giancarlo Trimarchi
interattività scena digitale Luca Pulvirenti, Laboratorio Mammasonica
scena Salvo Pappalardo
disegno luci Aldo Ciulla
regia Federico Magnano San Lio

TIFEO – IL TRADIMENTO DELL’ORECCHIO
ideazione Maria Piera Regoli, Turi Zinna, Giancarlo Trimarchi e Piero Grasso
drammaturgia e interpretazione Turi Zinna
musiche dal vivo e ingegneria del suono Fabio Grasso e Giancarlo Trimarchi
interattività scena digitale Luca Pulvirenti, Laboratorio Mammasonica
in collaborazione con Piero Douber (Hackspace)
scena Salvo Pappalardo
disegno luci Aldo Ciulla
supervisione artistica Federico Magnano San Lio
regia Turi Zinna

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Ilaria Rossini ha studiato ‘Letteratura italiana e linguistica’ all’Università degli Studi di Perugia e conseguito il titolo di dottore di ricerca in ‘Comunicazione della letteratura e della tradizione culturale italiana nel mondo’ all’Università per Stranieri di Perugia, con una tesi dedicata alla ricezione di Boccaccio nel Rinascimento francese. È giornalista pubblicista e scrive sulle pagine del Messaggero, occupandosi soprattutto di teatro e di musica classica. Lavora come ufficio stampa e nell’organizzazione di eventi culturali, cura una rubrica di recensioni letterarie sul magazine Umbria Noise e suoi testi sono apparsi in pubblicazioni scientifiche e non. Dal gennaio 2017 scrive sulle pagine di Teatro e Critica.