Festival dei Teatri d’arte Mediterranei: l’approdo e la festa

Il nostro primo anno al Festival dei Teatri d’arte Mediterranei, organizzato dal collettivo del Teatro Bertolt Brecht di Formia. Impressioni, d’estate.

Foto Ufficio Stampa
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«Sono piccole e medie compagnie fortemente radicate nei territori d’appartenenza, teatranti che da anni gestiscono spazi e progetti in relazione continua con il mondo dell’associazionismo di base, con tutto il variegato mondo del sociale con sinergie atte a promuovere culturalmente i territori e provando ad avvicinare nuovo pubblico per il Teatro. Teatri d’arte Mediterranei è stato ed è il progetto che prova a mettere insieme tutte queste nostre pratiche teatrali per dare una risposta forte al sistema immobile del teatro centro-meridionale». Decisamente risolute le parole di quello che si presenta a tutti gli effetti come il manifesto del Festival dei Teatri d’arte Mediterranei, non solo una rassegna quindi, organizzata a partire dal 2005 e nel mese di agosto nella cittadina di Formia dal collettivo del Teatro Bertolt Brecht, in questi ultimi giorni impegnato nel progetto itinerante Carovana Brecht in giro per il borgo di Civita di Bagnoregio durante Ci-Vita Festival. La realizzazione e la costruzione di questo “approdo teatrale” vede alla base il lavoro congiunto, e durante tutto l’anno, di una rete di partnership e collaborazioni: Teatro dell’Acquario di Cosenza, Libera Scena Ensemble di Napoli, circuito dei Teatri Off del Lazio, Officine Culturali della Regione Lazio, Utopia – Teatro Ragazzi, Ipab SS. Annunziata, Fondazione Alzaia.

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Esistono alterità festivaliere che vivono e lavorano al di fuori del circuito delle rassegne più conosciute e “di rito” alle quali partecipiamo durante i mesi estivi; quella di Formia è tra queste e la scorsa settimana vi abbiamo preso parte per la prima volta. Siamo venuti in contatto con il lavoro del Teatro Bertolt Brecht diretto da Maurizio Stammati e fondato nel 1974 dal collettivo – composto da Chiara Ruggeri, Dilva Foddai, Francesca De Santis e Pompeo Perrone – che vanta collaborazioni e contatti con Piccolo Teatro di Pontedera, Teatro Potlach di Fara Sabina e il Teatro Tascabile di Bergamo. La piccola sala del teatro, solo 70 posti, organizza durante l’anno la stagione Senza sipario e svolge attività di formazione e laboratori nelle scuole, come ad esempio Teatro per l’ascolto, un progetto che dal 2004 interessa le scuole di nove comuni del distretto Formia-Gaeta. Dal 2014 il Teatro Bertolt Brecht è vincitore inoltre del bando della Regione Lazio per le Officine Culturali «undici progetti caratterizzati da uno stretto rapporto tra il soggetto che realizza attività di animazione artistica e culturale e la realtà territoriale. […] L’obiettivo è riequilibrare l’offerta culturale nel territorio regionale, con una forte attenzione alle aree carenti di servizi culturali». È proprio nel solco della carenza culturale che opera il collettivo di Stammati, tuttavia l’impressione che riceve lo spettatore partecipando alla prima delle tre serate festivaliere (19-20-21 agosto) è ben altra: l’edizione di quest’anno dedicata a Giulio Regeni e Mario Piccolino, sembra nuovamente rinnovarsi con un successo, come riporta il comunicato stampa di chiusura: «5000 presenze in tre giorni, 5 reading, 3 incontri, 3 visite guidate, un workshop, due spettacoli teatrali, 2 concerti, 1 spettacolo di danza, un’osservazione astronomica». Per il primo anno il festival ha cambiato la data, di solito si svolgeva a fine agosto o la prima settimana di settembre, e la location, dal piazzale antistante il teatro al centro della città di Formia, si è spostata nel Parco Regionale di Gianola, grazie al patrocinio dell’Ente Parco Riviera di Ulisse. Poetici i reading delle sette di mattina tra i ruderi della villa di Mamurra e suggestivi gli spettacoli serali che hanno avuto come sfondo il porticciolo romano. Nonostante il percorso un po’ isolato e buio, i turisti infatti avranno sicuramente incontrato delle difficoltà per accedervi, lo spazio scenico del porticciolo romano è di antica bellezza: un lembo di spiaggia bagnata dal mare, racchiuso da una cinta muraria che costituiva l’ingresso al porto. Nel cartellone spicca la scelta di aprire la prima serata del festival con lo spettacolo Di tempesta in tempesta, liberamente ispirato alla Tempesta di William Shakespeare e frutto del laboratorio della classe adulti del corso di teatro. Un evento atteso e seguito dalla comunità che, nonostante fosse la settimana di Ferragosto, ha visto la partecipazione di un pubblico eterogeneo: parenti e amici dei partecipanti al laboratorio e ai corsi annuali, ma anche turisti e soprattutto molti formiani che ogni anno si confermano fedeli spettatori. Come stranieri villeggianti in un posto di mare, trascorrendo le nostre giornate in spiaggia e coi ritmi vacanzieri, siamo stati tuttavia richiamati dal fervore festivaliero, e nel tempo della nostra permanenza abbiamo scelto di recarci a questa nobile “festa di paese”, di quelle in cui è possibile riscoprire una partecipazione folclorica, un rito collettivo dove all’amatorialità di un saggio i cui attori hanno dimostrato voglia di imparare e di migliorarsi in una sfida con un classico, si unisce poi il teatro di parola di Paolo Cresta dal testo Febbre per il commissario Ricciardi di Maurizio De Giovanni e le note del maestro di liuto tunisino Samih Mahjoub nel suo Concerto alla luna. Concludendo la serata con l’offerta di un pasto a base di freselle al pomodoro, cous cous e paella, in segno di rispetto per l’anima multiculturale che contraddistingue il festival.

Foto Ufficio Stampa
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Una tre giorni non semplice da realizzare considerata l’esiguità dei fondi, tanto per l’organizzazione logistica che la comunicazione tra le varie associazioni e ospiti, non solo della regione Lazio e non solo italiani; ma che ha dimostrato di essere un luogo interculturale – ospiti sono stati Andres Pocina e Aurora Lopeez dell’Università di Granada, i tunisini Dhaker Akremi e Mourad Amara, Antonella Prenner e Salvatore Strozza dell’Università Federico II di Napoli, i sardi Matteo Tuveri e Andrea Duranti, Don Carlo Lembo, Felix Adado e Pasquale Gionta.
Al Festival dei Teatri d’arte Mediterranei non ci si va per ritrovare gli spettacoli di giro, non vi incontrerete infatti i volti noti della scena contemporanea; forse la possibilità di ospitare simili compagnie potrebbe far entrare questa fervente realtà nella geografia festivaliera nazionale, ma non escludiamo che una tale eventualità potrebbe alterarne la natura, non accordandosi più al gusto di una cittadinanza ormai legittimamente abituata a un “teatro di casa”: porto nel quale si arriva e dal quale poi si riparte, perché è la traccia del passaggio ad essere significativa.

Lucia Medri

 

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