Being Norwegian, donne che amano gli uomini (e anche sé stesse)

Al Teatroinscatola l’appartamento di Being Norwegian con l’ironia di David Greig e la regia di Roberto Rustioni. Recensione

foto ufficio stampa
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La Norvegia, le donne. Anne-Grete Ellingsen, dirigente aziendale e membro di numerosi consigli di amministrazione, commentando l’emancipazione delle donne norvegesi dichiarò scherzosamente che nella penisola scandinava «fin dai tempi dei Vichinghi, le donne hanno dovuto addossarsi molte responsabilità nei periodi di assenza degli uomini. Abbiamo una tradizione in questo».
Being Norwegian di David Greig, andato in scena al Teatroinscatola con la regia di Roberto Rustioni, è prima di tutto un fenomeno ottico sull’essere, nell’incontro, donna e uomo. Chi decide cosa poter essere, e quale ruolo voler giocare. Lo spettacolo ricostruisce una lunghissima notte polare durante la quale Sean e Lisa (Roberto Rustioni e Elena Arvigo) giocano e rompono, finalmente, i propri interruttori.

Dopo l’incontro fortuito in un pub, un’enigmatica trentenne entra nell’appartamento di Sean a indicare idealmente il momento in cui si possono spegnere le luci, quelle luci che Sean ha lasciato troppo tempo a indugiare sul proprio caos: la confusione di un quarantenne con la maglietta dei Sum41 che continua a trasportare sé stesso di casa in casa, inscatolato in un passato sofferto e in un retaggio patriarcale che, scardinato dall’insicurezza e dalla crisi dei rapporti, cicatrizza la bocca e il corpo.

foto ufficio stampa
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La situazione che si crea nell’appartamento è semplice, e conosciuta: a proporre la propria fame, sete – non del pessimo vino che Sean stapperà ma di ciò che una norvegese (e chiunque) ama fare – non è l’uomo ma la ragazza, e questo amplifica in Sean un irrigidimento emotivo, difensivo, che non gli consente di andare oltre l’impaccio. Si sa, indipendentemente dalla scelta di un vino o di una birra, che si ascolti rock anni ’70 o musica melodica, l’intimità di un incontro segue in realtà una sua direzione ben precisa.
Se Being Norwegian fosse un film, l’ingresso in scena dei due attori sarebbe affidato a una soggettiva di Lisa. Il Teatro in Scatola di Roma si apre a inizio scena come la casa accogliente e disordinata di uno sconosciuto. Il suo ambiente raccolto, ben delineato, permette a Lisa e Sean di scoprire la scena naturalmente, abitandola; da lì in poi, con battute semplici, colloquiali, e movimenti che aderiscono allo spazio come carta da parati, i due attori esprimono nella prossemica, nella postura dei corpi, le loro intenzioni. La soggettiva di Lisa, nella quale empaticamente entra il pubblico, inquadra con tenerezza quel quarantenne che crea la situazione e ne fugge, che cerca nelle scatole una risposta, quando i piedi nudi della ragazza sul tappeto fanno venir voglia persino al pubblico di mettersi a proprio agio sul divano. “Sono norvegese” è il refrain implicito e naturale.

foto ufficio stampa
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Mentre Roberto Rustioni e Elena Arvigo tengono teso il filo del dialogo, lo rompono nello scontro, e giocano con il regolatore della luce – dove luce e buio sono stavolta tradotti in disillusione e intimità – viene da chiedersi, ascoltando la libertà con la quale Lisa si confronta con Sean, quanto contino le nostre origini nel tenerci inchiodati al gioco delle parti. Quanto conti per “Lisa” che, come racconta Maria Clara Rosso in un articolo** capitatomi fatalmente tra le mani in questi giorni, il modello norvegese sia stato riconosciuto come “un’isola felice per la parità di genere”; che la Norvegia fu uno dei primi Stati al mondo ad ammettere le donne al voto nel 1913, che nel 1978 promulgò il Gender Equality Act, importante punto di riferimento nel panorama internazionale per la promozione della parità di genere; che la presenza femminile nei consigli di amministrazione delle public limited companies norvegesi non è mai scesa sotto la soglia prevista dalla legge (!) e, stabilizzata intorno al 40-41%, domini la classifica mondiale. Una civiltà emancipata nel poter essere donna e nel poter essere uomo.

La risposta sembra essere implicita nella domanda stessa. La speranza individuale  di evadere dai propri schemi si trova invece nell’amara ironia della commedia prodotta da Fattore K che nel finale supera le origini dei due protagonisti. Nello spazio di un incontro notturno la regia di Roberto Rustioni ricostruisce l’ambiente che si cela dietro la porta aperta da David Greig. Una co-house dove attori e pubblico condividono una riflessione su come un uomo e una donna possono e vogliono vivere il desiderio. Anche in silenzio, e al buio.

Luca Lòtano

Teatro in Scatola, Roma – dicembre 2015

In scena fino al 20 dicembre 2015 – Teatro in Scatola, Roma

BEING NORWEGIAN
di David Greig
regia Roberto Rustioni
traduzione Elena Arvigo
con Elena Arvigo e Roberto Rustioni
luci e allestimento Diego Labonia
aiuto e consulenza Marta Gilmore, Margaret Rose
Produzione Fattore K.
In collaborazione con Associazione Olinda onlus
In residenza a Teatro i

**Un’isola felice per la parità di genere: il modello norvegese, di Maria Clara Rosso in Giurisprudenza Italiana – Utet Giuridica – Ottobre 2015

Luca Lòtano è giornalista pubblicista e laureato in giurisprudenza con tesi sul giornalismo e sul diritto d’autore nel digitale. Si avvicina al teatro come attore e autore, concedendosi poi la costruzione di uno sguardo critico sulla scena contemporanea. Insegnante di italiano per stranieri (Università per Stranieri di Siena e di Perugia), lavora come docente di italiano L2 in centri di accoglienza per richiedenti asilo politico, all'interno dei quali sviluppa il progetto di sguardo critico e cittadinanza Spettatori Migranti/Attori Sociali; è impegnato in progetti di formazione e creazione scenica per migranti. Dal 2015 fa parte del progetto Radio Ghetto e sempre dal 2015 è redattore presso la testata online Teatro e Critica.

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