Gli Animali di Carrozzeria Orfeo e la Trincea di Baliani a San Gimignano

Animali da bar di Carrozzeria Orfeo e Trincea di Marco Baliani visti a Orizzonti Verticali. Recensione

 

Marco Baliani - Trincea - foto di Marco Parollo
Marco Baliani – Trincea – foto di Marco Parollo

A San Gimignano non si resta mai più di un giorno: i meccanismi brutali del turismo contemporaneo la trasformano quotidianamente nella meta principale di quei tour che millantano la possibilità di scoprire la Toscana in sole otto ore. È, quella del borgo delle torri, l’ennesima bellezza per decenni ostaggio di una miopia che ha appiattito gli spazi culturali all’unica dimensione del consumo dell’arte medievale e rinascimentale, determinando l’aborto sistematico di qualsiasi germe di innovazione. Da tre anni Orizzonti Verticali, diretto da Tuccio Guicciardini, si oppone con coraggio alla deriva che incatena le città d’arte a una trita adorazione di un passato mitico: incastonando tra le antiche architetture performance di teatro, danza e musica, il festival istituisce nuove commistioni tra i linguaggi e si pone come spazio di riflessione intergenerazionale su di essi.

La Rocca di Montestaffoli è la cornice nella quale Marco Baliani ha tratteggiato, con il consueto talento affabulatorio, l’orrore di un’esistenza non più umana: perché a sopravvivere, in una qualsiasi delle troppe trincee che hanno ferito l’Europa a cavallo tra il 1914 e il 1918, è soltanto chi ha subito, e poi introiettato, una violenta bestialità. Diretto da Maria Maglietta e insignito del logo ufficiale delle commemorazioni del centenario della Grande Guerra, Trincea è un pugno allo stomaco che descrive con angosciante realismo una vita umiliata e annichilita. L’addestramento con la baionetta, la progressiva anestetizzazione etica, la retorica delle marcette militari: la narrazione non costruisce una trama, ma procede per frammenti, brandelli di una storia dilaniata come i corpi dei caduti. Baliani esce da una botola posta al centro del palco, eppure ciò che vediamo non è un soldato, ma una larva fagocitata dalla catena di montaggio della morte. Nel buio delle trincee, è la sensorialità ferina dell’udito a prendere il sopravvento: i suoni della pioggia di bombe e delle scariche delle mitragliatrici annunciano la giornaliera imminenza del massacro, e lo spettatore, disorientato e impreparato, è immerso in una fonosfera minacciosa (creazione di Mirto Baliani) acuita dai vividi filmati proiettati sul fondale. Al rumore assordante si assomma nel racconto la testimonianza del «puzzo di piscio rappreso e paglia marcia» che impregna il terreno, o del fetore nauseabondo delle latrine, dove la perduta dignità «nel cagare da soli» certifica la definitiva sconfitta dell’individuo. Anche il gesto nostalgico dello scrivere lettere ai familiari coincide con un pericoloso spreco di carta utile per basiche e intime operazioni: e l’insistenza sugli aspetti più bassi e viscerali della vita di trincea è la cifra di un testo disturbante, quasi un inane grido col quale domandare a Dio “se questo è un uomo”. E tuttavia dovremmo forse interrogarci sul significato che vogliamo attribuire alla stessa commemorazione della guerra, e sugli esiti scenici che a partire da essa si possono raggiungere: perché al teatro si può ‑ forse addirittura si deve ‑ chiedere di non limitarsi a un’efficace cronaca dell’orrore, ma di osservare invece l’ombra lunga che il conflitto proiettò sul Novecento europeo, o di investigarne le ragioni al di fuori dell’ambito rassicurante dei libri di storia. È infatti alla contemporaneità che il teatro parla: a essa, superando qualsiasi intento didattico, deve muovere interrogativi e instillare dubbi.

Carrozzeria Orfeo  - Animali da bar - foto di Laila Pozzo
Carrozzeria Orfeo – Animali da bar – foto di Laila Pozzo

“Cattivo” è un’aggettivo fin troppo abusato, venato da una nota di collera infantile: ciò nonostante ben si associa ad Animali da bar, nuova creazione di Carrozzeria Orfeo presentata in anteprima nella penultima giornata del festival. Ricorrendo a questo termine non si vuole giudicare la qualità dello spettacolo, ma evidenziare il caustico cinismo attraverso il quale è descritta un’Italia alla deriva: incattivita. Quella di Gabriele Di Luca è infatti una drammaturgia sarcastica e cupa, debitrice del realismo pulp e delle ambientazioni care a Charles Bukowski ‑ l’etilico cantore dei disperati omaggiato anche dal nome di uno dei personaggi ‑ e che tuttavia insiste a tratti in modo eccessivo su una greve comicità di matrice slapstick. Cinque anime si incontrano in un bar di un’imprecisata periferia, attraccate attorno a uno squallido bancone accuratamente ricostruito da Maria Spazzi e Aurelio Colombo: un odioso scrittore attaccabrighe e alcolizzato, un fragilissimo ragazzone bipolare, un rampante imprenditore nel settore dei servizi funebri per animali, un buddista vittima delle sevizie della moglie, e la barista ucraina che ha affittato l’utero alla coppia. A sovrastare il gruppo è la voce di Alessandro Haber, rabbioso proprietario del bar e malato terminale, che, reclusosi nel suo appartamento, si prodiga in sproloqui razzisti attraverso un interfono. È un piccolo mondo contemporaneo nel quale i fallimenti esistenziali, fin troppo esagerati, non originano alleanze, ma invidie e incomprensibili rancori. L’umiliazione dell’altro ‑ infierire su mai risolti traumi infantili, o deridere l’incapacità di reagire ai soprusi subiti ‑ appare infatti l’unica possibilità di rivalsa offerta dalla società, o più probabilmente la sola di facile portata. La regia collettiva di Alessandro Tedeschi, Gabriele Di Luca e Massimiliano Setti conferisce alla pièce ritmo e dinamicità ‑ di grande effetto l’inizio dello spettacolo ‑ e consente al gruppo di attori ‑ Beatrice Schiros, Pier Luigi Pasino, Paolo Li Volsi, oltre agli stessi Di Luca e Setti ‑ di dare vita a solide interpretazioni, in bilico tra tenerezza e ferocia: eppure il risultato convince solo in parte. L’impianto drammaturgico, indebolito da inserti che ammiccano a un immaginario filmico hollywoodiano, risente soprattutto del finale, un colpo di scena già visto e che suona quasi contraddittorio, nel suo intento pedagogico, di fronte alla disincantata amoralità che permea l’opera. Nessuna salvezza attende infatti questi sfortunati esemplari di un paese incancrenito e idrofobo, sempre pronto ad accusare i soliti sospetti, o a inseguire deliranti mode new age e buonismi di stampo televisivo: neppure la nascita di un bambino, attorno alla quale raccogliersi come in un’assurda adorazione dei pastori, può riscattare da un destino senza speranza. Si vorrebbe quasi prendere per mano queste cinque vite: condurli fuori, a scoprire il lancinante splendore di una luce non più artificiale, o a immaginare un finale diverso del racconto.

Alessandro Iachino
Twitter @aleiachino

visti alla Rocca di Montestaffoli, San Gimignano, Festival Orizzonti Verticali, luglio 2015

TRINCEA
di Marco Baliani
regia Maria Maglietta
interpretato da Marco Baliani
scena e luci Lucio Diana
musica e immagini Mirto Baliani
visual design David Loom
produzione Marche Teatro
coproduzione Festival delle Colline Torinesi

ANIMALI DA BAR
uno spettacolo di Carrozzeria Orfeo
drammaturgia Gabriele Di Luca
regia Alessandro Tedeschi, Gabriele Di Luca, Massimiliano Setti
con Beatrice Schiros, Gabriele Di Luca, Massimiliano Setti, Pier Luigi Pasino, Paolo Li Volsi
voce fuori campo Alessandro Haber
musiche originali Massimiliano Setti
progettazione scene Maria Spazzi
assistente scenografo Aurelio Colombo
realizzazione scene Scenografie Barbaro srl
costumi Erika Carretta
luci Giovanni Berti
allestimento Leonardo Bonechi
illustrazione Federico Bassi
grafica Giacomo Trivellini
foto di scena Laila Pozzo
organizzazione Luisa Supino
produzione Fondazione Teatro della Toscana
in collaborazione con Festival Internazionale di Andria | Castel dei Mondi

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