Trasparenze: quando il teatro alimenta la comunità

Trasparenze. Siamo stati alla terza edizione del festival modenese dove al centro più che gli spettacoli ci sono le relazioni

 

Teatro Sospeso(/ incontro
Teatro Sospeso / incontro

C’è un parco a Modena, a Via San Giovanni Bosco, di fronte al Teatro dei Segni, se arrivi in mattinata o primo pomeriggio trovi le urla dei bambini, le madri che spingono passeggini o corrono dietro ai figli, gli anziani che passeggiano, i ragazzi seduti alle tavolate predisposte dal bar all’aperto, i curiosi che danno un’occhiata al programma degli eventi. Un cerchio di sedie in legno disegna la comunità che attorno a tutto questo si muove stimolandone le riflessioni. Ad occupare il tempo e lo spazio en plein air di questo frammento di città emiliana ci pensa da tre anni, con Trasparenze, la compagnia del Teatro dei Venti che da dieci lavora in questi territori curando spazi e proposte proprio al Teatro dei Segni. E quello diretto da Stefano Tè è ormai un festival maturo, cresciuto in fretta, di cui non è possibile non notare la qualità dei semi ben piantati sul terreno.
Perché al di là degli spettacoli è proprio la comunità che attorno a questi si costruisce a stabilire il valore delle esperienze, ovvero le relazioni nate con il territorio nelle sue marginalità e nelle sue ricchezze. Per questo ci piace individuare due prospettive opposte, da una parte, nel solco dell’esperienza dei visionari di Kilowatt, i giovani della Konsulta, un gruppo di under 25 che si è occupato di selezionare parte dei progetti teatrali in programma attraverso una chiamata pubblica (impegnato anche con Simone Pacini di Fattiditeatro a raccontare il festival per immagini, sui social network) e dall’altra parte quello che la società vorrebbe respingere e nascondere, la popolazione carceraria. L’esperienza decennale del Teatro dei Venti presso il carcere di Castelfranco (di cui si è parlato anche in uno degli incontri del ciclo Teatro Sospeso) da quest’anno è attiva anche nell’istituto di Modena.

Civilleri/Lo Sicco - Boxe attorno al quadrato
Civilleri/Lo Sicco – Boxe attorno al quadrato

Il pubblico di Trasparenze difficilmente dimenticherà i corridoi del penitenziario, il palco costruito al suo interno, la netta divisione con la realtà fuori replicata anche all’interno dell’istituto dove parte della platea è dedicata ai detenuti e parte agli uomini liberi, come se non ci fossero punti di contatto o sfumature tra due umanità inconciliabili. Di fronte a quei ragazzi perduti, ai molti stranieri, altri di mezza età, di fronte a sguardi duri, ai sorrisi stampati su muscoli ben allenati, il racconto di Oscar de Summa è una sorta di chiave universale. La puglia tossica degli anni ’80 di Stasera sono in vena scuote il pubblico che si alza in piedi durante gli applausi. Stessa reazione ma con emozioni di segno opposto per l’Ulisse di Scenica Frammenti, excursus divertente e “a fumetti” nel poema di Omero. Mitologia greca che sarà poi anche presente, a piccoli sorsi, nel parco con le letture appassionate di Vittorio Continelli nelle musiche di Massimiliano Setti.
I rapporti portano frutti se si estendono a luoghi che vivono della stessa passione, ecco allora la scoperta del Drama Teatro, dove abbiamo avuto modo di apprezzare nuovamente (dopo il passaggio romano al Rialto Santambrogio) La famiglia campione degli Omini, uno degli spettacoli più interessanti dell’anno, ironico e spietato. E poi l’inaugurazione del Cajka, sì avete capito bene, proprio quel Gabbiano cechoviano che si speri porti bene ai giovani gestori di questo piccolo spazio. Qui, con la platea occupata in ogni posto, sospiri, singulti – il suono del dolore – tagliano il buio in cui siamo costretti. Morte di Zaratustra del Teatro Akropolis è uno sforzo di sintesi e condensazione della trilogia su cui il gruppo ha lavorato assiduamente negli ultimi anni. Opera che ci era parsa, anni fa, di certo interessante, ma che dispiegava insieme alla quantità enorme di simboli e rimandi anche una fatica tutta teatrale che qui invece è quasi assente. Ci sono i corpi nella loro precisione e imperfezione, l’immediatezza di un discorso che alterna l’eros alla sua sublimazione ontologica, ma, appunto, si potrebbero dimenticare gli spunti niciani di partenza per trovare comunque qualcosa di originario e primordiale nel teatro fisico di Clemente TafuriDavid Beronio.

Industria indipendente - I ragazzi del cavalcavia
Industria indipendente – I ragazzi del cavalcavia

Dal Teatro dei Segni eravamo partiti, la prima sera, con il debutto nazionale di Boxe attorno al quadrato (22 e 23 maggio al Quarticciolo di Roma), l’opera ancora da rodare di Civilleri/Lo Sicco, nel quale il duo siciliano porta avanti una volta di più il discorso sullo sport (Educazione fisica e Tandem i due precedenti). Il lavoro ha una organizzazione drammaturgica e spettacolare favolistica, che sembra ricalcare certi stilemi cinematografici. È il mondo della boxe a fornire una serie di simboli – il giovane che vorrebbe diventare campione, ma vive nella palestra dove fa le pulizie, i professionisti di lungo corso che si accorgono del talento per circuirlo e sfruttarlo, la lezione per cui se vai al tappeto devi rialzarti – la cui efficacia rischia di diluirsi nella retorica. È però apprezzabile e godibile il lavoro fisico in diretta connessione con le scelte musicali e scenografiche.
E proprio sul palco del Teatro dei Segni si è fermato il nostro parziale sguardo su Trasparenze (un giorno prima della chiusura), con I ragazzi del cavalcavia, spettacolo di Industria Indipendente che vede le due autrici e registe Erika Z. Galli e Martina Ruggeri dirigere cinque attori (Alberto Alemanno, Maziar Firouzi, Francesco La Mantia, Daniele Pilli, Michael Schermi). L’ambizione del lavoro, vincitore del premio della giuria popolare al Dante Cappelletti, è quello di mettere in rappresentazione l’assurda vicenda che raggelò l’Italia alla fine degli anni novanta: un gruppo di ragazzi in provincia di Alessandria per passare il tempo lanciava sassi dal cavalcavia. Ricordate? Una donna perse la vita e le televisioni fecero a  gara nel cercare una spiegazione per quei folli gesti. Il teatro vorrebbe qui indagare gli elementi possibili della tragedia sociale, ma rimane imbrigliato nei meccanismi della finzione, della ricerca di una recitazione naturalistica che a tratti appare forzata. Eppure sarebbero potenti certe scene di gruppo se non perdessero mordente all’interno di uno sviluppo drammaturgico forse troppo esteso.

Gli spettacoli sono però delle isole che hanno bisogno di essere messe in relazione tra di loro e con la terraferma, a Trasparenze hanno trovato la formula giusta; basterebbe imbottigliarla, sarebbe un antidoto magico alla solitudine.

Andrea Pocosgnich
Twitter @AndreaPox

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