A Modena, il teatro irrompe fuori dal carcere

Siamo stati a Rubiera per assistere a Angeli e demoni, lavoro sulla Gerusalemme liberata condotto da Stefano Tè per il Coordinamento Teatro e Carcere dell’Emilia Romagna.

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foto di Chiara Ferrin

Un letto di bianca sabbia accoglie dei corpi, cristallizzati nel rifugio di braccia che sostengono gambe, teste reclinate, busti a mezz’aria contratti dallo sforzo nel sostenere qualcos’altro. È una guerra dalle radici antiche quella raccontata dagli Angeli e Demoni del Teatro dei Venti che, alla luce di un’esperienza decennale, sotto la guida di Stefano Tè ha portato all’incontro tra un gruppo di detenuti e una classe di liceali all’interno del Teatro Herberia di Rubiera.
Il lavoro, sostenuto e ideato dal Coordinamento Teatro e Carcere dell’Emilia Romagna, prende le fila dalla Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso: tema comune per una proposta declinata con libertà da tutte le associazioni coinvolte sul territorio regionale rispettando quindi le differenti identità artistiche e lavorative di ciascuna. Questa messinscena, cui siamo stati invitati ad assistere dai rappresentanti modenesi, è la seconda tappa del progetto agito all’interno della Casa di Lavoro del comune di Castelfranco Emilia e in collaborazione con una classe di quinta superiore della stessa cittadina. Per quanto fin da subito si scorga la validità sociale di una sfida del genere, ciò che ci colpisce è la determinata intenzione a rimanere all’interno dei confini del mondo teatrale. «Non abbiamo un approccio terapeutico, l’idea è quella di arrivare a uno spettacolo. Applichiamo quegli stessi principi che hanno a che fare con la forma artistica». Questo è quanto ci racconta il regista in una pausa tra le prove in una residenza che per i partecipanti del progetto è diventata luogo in cui scoprirsi amanti della disciplina in una condizione di libertà. Difatti, a un primo sguardo verso la lunga tavolata nei locali della Corte Ospitale di Rubiera, nulla ci sembra distante dalla “normalità”, ma è proprio questa condizione a rivelarsi eccezionale. «Penso di avere a che fare con persone intelligenti che hanno la lungimiranza per poter approvare una proposta così: non è da tutti stare una settimana in residenza alla Corte Ospitale senza la polizia; solo io, i miei attori, i detenuti e gli studenti. Nel carcere c’è chi, per lavoro, farebbe uscire tutti, vorrebbe sempre più forte questo legame tra l’interno e l’esterno, ma io cerco chi vuole fare teatro e per questo si merita la paga, chi lavora con me viene inquadrato con un contratto di lavoro come attore professionista o, per quelli che hanno iniziato ora, come allievo attore».

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foto di Chiara Ferrin

Si delinea così il racconto di una situazione complessa e il rapporto con l’istituzione, la città e la gente si muove su un filo sottile: «C’è chi lo reputa un problema perché genera lavoro, si crea un’attività, un movimento che rompe quei determinati schemi prestabiliti. È un confronto-scontro in cui la creatività fa a botte con la censura. Castelfranco vive con disagio la presenza del carcere in città, tuttavia l’aver presentato da qualche anno i lavori al di fuori, nei teatri, crea curiosità, crea un pubblico vero». Se l’operazione singola inizia ad acquisire una valenza comunitaria, in questo sicuramente si nota il beneficio dell’aver costituito rete comune, quella del Coordinamento appunto, in modo da condividere non soltanto progetti e contributi, ma anche il dialogo con le istituzioni e la gestione delle problematiche e dei rischi. Come ci spiega la responsabile scientifica del Coordinamento, Cristina Valenti, fondamentale è stato «non solo o non tanto pensare di essere un’associazione di cartello per relazionarsi con le istituzioni, accedere ai contributi e poi distribuirli quanto, fin da principio, essere insieme per far confluire le risorse (ideative e attuative ) per un progetto condiviso che non sarebbe possibile realizzare separatamente. Esempio concreto è il progetto Stanze di Teatro e Carcere che ogni anno raccoglie i diversi momenti e che quest’anno appunto si sta declinando sul capolavoro di Torquato Tasso».

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foto di Chiara Ferrin

In attesa delle tappe finali che si svolgeranno tra maggio e giugno prossimi (dentro alle carceri per alcune associazioni, fuori in luoghi teatralmente più riconosciuti per altre come appunto per il Teatro dei Venti), vale assolutamente la pena riportare ancora qualche altra riflessione con Stefano Tè in merito al lavoro affrontato il quale, pur essendo tappa di un più ampio percorso, mette in luce il tipo di procedimento artistico, che in questo caso si concentra su una ricerca sulla presenza scenica, dall’impatto visivo e anche emotivo molto definito. Si accennava prima ai corpi osservati in scena, vibranti di una carica vitale che fuoriesce dagli sguardi e da una qualità del movimento, ponderato e nostalgico da una parte, energico e combattivo dall’altra. Del resto questa doppia anima si delinea in scena già dalla presenza dei due diversi gruppi, che trovano due momenti di contatto, e già ha del miracolo. Non perché a questi ragazzi siano il «futuro che guarda dal centro in contrasto con il mondo dei detenuti, ultimi tasselli fuori dalla società», quanto perché il loro è un incontro teatrale. Messo in secondo piano il proprio ruolo sociale senza averlo dimenticato, l’azione di nutrire, di donare il riposo o una giusta sepoltura (non si cita a caso Antigone, oggetto di una altro laboratorio nel carcere di Modena, che qui sembra apparire nella figura di una giovane scalza, punto di contatto tra i due mondi) è il frutto di qualcosa che accade realmente sulla scena, con la stessa potenza del canto di un Muezzin, a cui è affidato l’incipit. Giovani e detenuti stanno davanti a noi, davanti a «un pericolo enorme, così esposti, noi e loro; non è una cosa semplice per loro affrontare questo confronto tra me e te, per loro che vivono solitamente una chiusura, relazionarsi a questa apertura totale. Però è questo cortocircuito che mi interessa, perché, senza far male, ha a che fare con una intensa fragilità. Non sono interessato a un’operazione da psicoteatro per ottenere qualcosa per il pubblico, credo che ci debba essere armonia fra le cose: se questo lavoro fa bene prima di tutto al teatro, allora d’accordo, altrimenti non ha senso. Noi ci siamo soffermati su un piccolo frammento esistente nella Gerusalemme liberata, un duello tra cristiani e mussulmani, nel quale il Tasso descrive i cristiani che chiedono aiuto agli angeli e invocano i demoni ad andare coi musulmani. Al di là dell’attualità della situazione, ciò che in questo momento ci interessa è scoprire che suggestione scatena, quali sonorità, quali corpi, che colore».

Nonostante le esperienze di Teatro e Carcere sicuramente abbiano raggiunto, grazie soprattutto alle esperienze di Armando Punzo, un’autonomia non solo dal contesto laboratoriale, ma anche da uno sguardo “pietistico” tale per cui si applaude all’operazione sociale, alla semplice evidenza di aver fatto recitare detenuti che miracolosamente non ci stanno puntando addosso il loro odio addosso, quel che manca ancora è il consolidamento di una fiducia, considerarlo sì un teatro che parli della società, ma che ne faccia anche parte. «È molto complicato anche fare un semplice passo, loro stanno incontrando una disciplina che li sta ribaltando. Prima, entrare in un supermercato, cacciare fuori una rivoltella o fare molto peggio era un attimo, adesso il teatro li ha portati in un altro meccanismo, otto ore di lavoro nelle quali stare totalmente, capire che esiste un modo diverso per ottenere un risultato, per quale ci vuole tempo impegno e lavoro». Alzarsi in piedi, a fine spettacolo, e rompere il silenzio nel rispetto dell’altro, e nell’intuizione che quel gesto, teatrale, ha davvero uno scopo in scena.

Viviana Raciti
Twitter @viviana_raciti

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