Alla luce: Santeramo/Bacci e il teatro esistenzialista

Alla luce. Recensione dello spettacolo con la drammaturgia di Michele Santeramo e la regia di Roberto Bacci, visto al Teatro Era di Pontedera

 

foto R. palermo
foto R. Palermo

Quattro ciechi accettano un invito e scelgono di giocare, le regole sono semplici, si pesca una carta e si gioca, ma in ballo c’è qualcosa di più prezioso del denaro, i sentimenti sono infatti la merce di scambio di Alla luce, un gioco al massacro scritto da Michele Santeramo su commissione del Teatro Era di Pontedera, dove ha replicato fino al 9 novembre. L’allestimento di Roberto Bacci installa la platea sul palcoscenico chiudendo scena e sguardo in un parallelepipedo recintato da pesanti tende nere che fungeranno anche da ingressi: spazio segreto dell’anima? Una scena vuota nella quale i personaggi si consumeranno alla ricerca di ciò che mai hanno avuto: la vista.
“Governare le proprie emozioni”, questa è la prima regola del gioco, l’attitudine ad anestetizzare i propri sentimenti e dunque a rivolgere verso gli altri quello che potrebbe fare più male: crudeltà, disprezzo, rivalità, prevaricazione, tradimento, paura della morte, violenza. Chi estrae la carta più alta sceglie la prova a cui dovranno sottoporsi gli altri.
La scrittura dell’autore pugliese, solitamente radicata nelle vicende quotidiane di personaggi sfortunati, molte volte incapaci o impossibilitati ad affrontare le sfide della società, sfuma in un impasto filosofico dagli echi sartriani. Anche qui d’altronde «l’inferno sono gli altri», lo sono al punto da determinare la sofferenza altrui pur di avere un preciso beneficio: le due coppie, marito e moglie (Michele Cipriani, Silvia Pasello) e due fratelli (Francesco Puleo, Tazio Torrini), si distruggono lentamente.

foto R. Palermo
foto R. Palermo

Come spesso avviene nei testi di Santeramo gli accadimenti determinano la riflessione sulle relazioni, familiari e amorose, ma in questo caso essi sono già specchio di qualcosa di impalpabile come i sentimenti; manca la concretezza dei personaggi che hanno conquistato la giuria del Premio Riccione, capaci sì di far emergere poeticamente strazianti interrogativi, ma con i piedi ben piantati nella vita. In Alla luce invece assistiamo a una sorta di purgatorio che però troppo poco lascia intendere del passato di questi spiriti sofferenti e la riflessione filosofica, folgorante nell’idea di partenza, rischia di appiattirsi in un estenuante ripetersi di concetti quasi banalizzati, come la classica metafora sulla cecità che nasconde una vista interiore più efficace, e ancora, vedere ciò che è giusto e ciò che non lo è, distinguere il bene dal male, ciechi di dolore, ciechi di amore. Per finire con l’immancabile dolore procurato dalla vista riacquisita, che equivale anche a gettarsi nel mondo, a rinascere e a dover sopravvivere alla violenza. Testo e regia insomma che neppure aiutano gli attori (spesso presi da intemperanze e ire incontrollabili): non capiamo ad esempio per quale motivo in una delle scene finali emerga una relazione tra la donna e il croupier (Sebastian Barbalan), che nulla ha a che vedere con quella impalpabile atmosfera metafisica creata fino a quel momento.

Andrea Pocosgnich
Twitter @Andreapox

Teatro Era, Pontedera
da giovedì 23 ottobre a domenica 9 novembre 2014

ALLA LUCE
Compagnia Laboratorio di Pontedera
produzione Fondazione Pontedera Teatro 2014
con Sebastian Barbalan, Michele Cipriani
Silvia Pasello, Francesco Puleo, Tazio Torrini
drammaturgia Michele Santeramo
regia Roberto Bacci

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