Le buone maniere. Nient’altro che i fatti dietro la Uno Bianca

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È passato da Roma uno spettacolo prodotto nel 2015, a proposito della Banda della Uno Bianca, di e con Michele Di Giacomo e Michele Di Vito. Recensione

foto di Muanuela GIusto
foto di Muanuela GIusto

Alberto, Fabio e Roberto Savi, Pietro Gugliotta, Marino Occhipinti, Luca Vallicelli. Questi i nomi delle persone riconosciute responsabili di un totale di 107 azioni criminali tra il 1987 e il 1994. A parte Fabio, rifiutato dal Corpo per un difetto alla vista, gli altri sono tutti agenti di Polizia. Stiamo parlando della Banda della Uno Bianca, uno degli episodi più inquietanti della nostra storia recente. E questi sono alcuni fatti, facilmente reperibili su qualsiasi pagina wiki.
A differenza di altri paesi, in cui il mondo contemporaneo viene tradotto con maggiore facilità nella parola teatrale, in Italia gli artisti che si occupano della cronaca sono di meno, forse anche per questo meglio identificabili. Se il teatro di narrazione e quello civile sono i primi esempi che tornano alla mente, non sono però le uniche strade: molti sono coloro che traducono le urgenze di oggi in forme meno dirette, meno di resoconto e più di espressione.
In seguito all’improvvisa apposizione dei sigilli al Teatro dell’Orologio, il Teatro di Roma si è reso disponibile a ospitare, in data secca, alcune delle produzioni in stagione nel piccolo spazio di Via de’ Filippini, in una sorta di micro-rassegna estemporanea dal titolo “S’è fatto tardi molto presto”, dove abbiamo avuto modo di vedere Le buone maniere. I fatti della Uno Bianca diretto e interpretato da Michele Di Giacomo su testo di Michele Di Vito.

foto di Muanuela GIusto
foto di Muanuela GIusto

Sul palco del Teatro India è ricostruita la cella di Fabio Savi, in attesa dell’«intervista» definitiva con gli inquirenti. Uno spazio spartano, immobile eppure estremamente efficiente nel soddisfare i bisogni di chi, in fondo, si considera già come una sorta di fantasma. E proprio come una «storia di uomini e fantasmi» è presentato questo lavoro, frutto di una scrittura ingegnosa maneggiata con attenta maestria dall’attore romagnolo, che si fa interprete, in corpo e voce, di qualcosa mai davvero mostrato, ma neppure realmente evocato.
Il curioso stratagemma di questo testo (con una consulenza di Magdalena Barile) e della messinscena è proprio di relegare quei «fatti» citati nel titolo in un freddo elenco finale pronunciato da una voce off, che riassume, in numero progressivo, la conta degli omicidi. Tuttavia, il racconto indugia su toni più intimi, più sommessi e, in maniera vincente, mai caricati, mai melodrammatici. In fondo come ce lo immaginiamo un personaggio così? Nel testo veloce e ben strutturato di De Vito, Savi, già in carcere, decide se fornire o meno agli inquirenti una risposta alla domanda che, tuttora, resta a galleggiare nel vuoto: perché?
In un disegno luci metodico e preciso, con l’ombra delle sbarre che appare e scompare e angoli di riflessione che si aprono su una memoria ferma nella propria frammentazione, la performance di Michele Di Giacomo trattiene e tiene intatto il misterioso nodo delle ragioni.

foto di Muanuela GIusto
foto di Muanuela GIusto

Con il corpo teso di un animale sempre pronto al balzo eppure tranquillo di essere al sicuro nella sua tana, con qualche piccolo tic, con lo sguardo mobile e affilato, con una voce sempre come filtrata da un apparecchio telefonico, con queste “buone maniere” l’attore consegna la propria presenza a un continuo altrove, non permette allo spettatore di riassumere alcun filo diverso da quella sua metodica calma, da quel pentimento che non ha alcuna intenzione di affiorare. «Domani, all’intervista, non parlargli delle stelle», gli suggerisce qualcuno, come a dire: sii te stesso fino in fondo e dì quello che sei. Semplicemente un assassino.
In fondo, come davvero aveva affermato Fabio Savi nel 2001 in risposta a una giornalista che insinuava collegamenti tra le azioni della Banda e i Servizi Segreti: «Dietro la Uno bianca c’è soltanto la targa, i fanali e il paraurti. Basta. Non c’è nient’altro».

Sergio Lo Gatto

Teatro Orologio al Teatro India per “S’è fatto tardi molto presto”, Roma – marzo 2017

LE BUONE MANIERE. I FATTI DELLA UNO BIANCA
di Michele Di Vito
regia Michele Di Giacomo
con Michele Di Giacomo
consulenza drammaturgica Magdalena Barile
scene e costumi Roberta Cocchi e Riccardo Canali
suono Fulvio Vanacore
produzione Alchemico Tre
foto di scena Umberto Terruso

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Sergio Lo Gatto è giornalista, critico teatrale, editor e traduttore. Ha studiato Teatro e Arti Performative alla Sapienza. Università di Roma, dove sta svolgendo un dottorato di ricerca in studi teatrali incentrato sulla critica delle arti performative, e si occupa di arti performative su Teatro e Critica. Ha fatto parte della redazione del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha scritto per Il Fatto Quotidiano e Pubblico Giornale, ha collaborato con Hystrio (IT), Critical Stages (Internazionale), Tanz (DE), collabora con Plays International & Europe (UK) e Exeunt Magazine (UK). Ha partecipato a diversi progetti europei di networking e mobilità sulla critica delle arti performative, è co-fondatore del progetto transnazionale di scrittura collettiva WritingShop. Attualmente è impegnato nel progetto triennale Conflict Zones promosso dall'Union des Théâtres de l'Europe, dove cura la rivista online Conflict Zones Reviews. Con Graziano Graziani ha curato il volume La scena contemporanea a Roma (Provincia di Roma, 2013), con Matteo Antonaci Iperscene 3, di prossima pubblicazione per Editoria&Spettacolo. Academia.edu: https://uniroma1.academia.edu/SergioLoGatto torna a Info Redazione