American Buffalo. Mamet nella Napoli di Marco D’Amore

Il Teatro Eliseo di Roma apre con un doppio omaggio a una delle colonne portanti della drammaturgia contemporanea americana, David Mamet. American Buffalo diretto da Marco D’Amore, recensione

foto di Bepi Caroli
foto di Bepi Caroli

Mentre nella sala grande si assiste alla versione italiana di Glengarry Glenn Ross (rititolata Americani come già era stato importato il film del 1992 diretto da James Foley), al Piccolo Eliseo arriva in prima nazionale American Buffalo, con il debutto alla regia di Marco D’Amore, attore celebre agli occhi del grande pubblico televisivo per aver interpretato Ciro Di Marzio nella serie Gomorra.

Come spesso accade in questo e altri paesi, chi si è fatto conoscere sul piccolo schermo, già vanta un’esperienza teatrale, magari meno in vista, ma sempre importante. La carriera di D’Amore sul palcoscenico porta le firme di registi come Andrea Renzi, Elena Bucci e Toni Servillo; e un certo agio in scena si avverte anche in questa sua prima regia. Il testo di David Mamet, datato 1975, accolto allora dalla critica statunitense come «la migliore commedia del decennio», ha negli anni girato i palcoscenici nordamericani collezionando produzioni di tutto rispetto e, nel 1996, un adattamento cinematografico altrettanto stellato.

foto di Bepi Caroli
foto di Bepi Caroli

Come molte pièce anglosassoni, il gioco drammaturgico si basa sul confronto dei (pochi) caratteri in scena, cellule vive dentro una trama netta e semplice, che è possibile riassumere in poche righe: Don, proprietario di un negozio di cianfrusaglie, scopre di aver venduto a un fortunato avventore un vecchio nichelino (l’American Buffalo) per un prezzo di gran lunga inferiore al suo valore reale. Per riscattarsi, decide di coinvolgere al giovane disadattato Bobby e il vecchio amico Teach in un piano per derubare l’uomo. Tireranno dentro anche l’astuto Fletcher, una terza pedina che, come un Godot continuamente evocato che mai compare in scena, finirà per mandare all’aria il colpo.
La versione presentata a Roma è frutto innanzitutto di una traduzione e di un adattamento, a opera di Maurizio De Giovanni, che intelligentemente trasportano l’intera vicenda nella Napoli contemporanea, dove, ci ricorda D’Amore nelle note di regia, i “junk shop” si chiamano “puteche” e ospitano un’umanità al limite degna di certi capolavori di De Filippo.

foto Bepi Caroli
foto Bepi Caroli

Dentro una scena iper-realista stracolma di oggetti (che molto ricorda, non necessariamente rappresentando un plagio, la produzione dello Steppenwolf Theatre vista a Chicago nel 2010), Don (Tonino Taiuti) conserva il proprio nome originale, ma come diminutivo di Donato: coerentemente con il testo, è un piccolo uomo che vorrebbe fare il pezzo grosso ma ha il cuore tenero; De Giovanni e D’Amore lo immaginano come un napoletano al quale il sogno americano fa disprezzare la musica napoletana, stendere bandiere a stelle e strisce nel negozio e infilare in bocca parole inglesi. Bobby diventa Roberto (o Robbe’, interpretato da Vincenzo Nemolato, cresciuto nel fertile laboratorio di Punta Corsara), giovane tossico con poco cervello e alla continua ricerca degli spiccioli per sopravvivere; il cowboy Teach diventa “o’ Professore” (Marco D’Amore), altra anima distrutta da una vita di stenti, devastato dalla balbuzie, con l’occhio sempre a mezz’asta e una finta pistola in tasca con cui vorrebbe sentirsi un predatore della strada. Fletcher si trasforma in Sasà, fantomatico personaggio che ci si figura come un personaggio di Gomorra.

La regia asciutta si appoggia ai dialoghi decisi, i tre attori riescono a creare altrettanti tipi umani usando le armi proprie di questo genere di teatro, che in fondo da sé si appoggia molto al linguaggio cinematografico; D’Amore, Nemolato e Taiuti occupano la scena con una piacevole misura, senza cedere a quelle gigionerie spesso dietro l’angolo quando così tanto si punta sulle vie del marketing («con Marco D’Amore e con…»). Nella trasposizione di certo si perde parte del senso dell’American Buffalo come simbolo dei valori atavici dell’America colonizzatrice – e con esso la critica al mito della proprietà privata e dei valori di supremazia esposta nel fango delle strade americane così come il capitalismo le ha forgiate – ma il lavoro sui caratteri conserva una propria freschezza, se si è in grado di riposizionare la vis polemica nelle disgrazie della quotidianità italiana.

Sergio Lo Gatto

Teatro Eliseo, Roma, Settembre 2016

AMERICAN BUFFALO
di David Mamet
adattamento Maurizio De Giovanni
con Marco D’amore
e con Tonino Taiuti, Vincenzo Nemolato
scene Carmine Guarino
costumi Laurianne Scimemi
luci Marco Ghidelli
sound designer Raffaele Bassetti
regia Marco D’amore
produzione Eliseo – Teatro Nazionale Dal 1918

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Sergio Lo Gatto è giornalista, critico teatrale, ricercatore e traduttore. Alla Sapienza. Università di Roma svolge un dottorato di ricerca tra teorie della critica e filosofie del digitale. Si occupa di arti performative su Teatro e Critica. Ha fatto parte della redazione del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha scritto per Il Fatto Quotidiano e Pubblico Giornale, ha collaborato con Hystrio (IT), Critical Stages (Internazionale), Tanz (DE), collabora con Plays International & Europe (UK) e Exeunt Magazine (UK). Ha partecipato a diversi progetti europei di networking e mobilità sulla critica delle arti performative, è co-fondatore del progetto transnazionale di scrittura collettiva WritingShop. Ha partecipato al progetto triennale Conflict Zones promosso dall'Union des Théâtres de l'Europe, dove cura la rivista online Conflict Zones Reviews. Tra le pubblicazioni, con Graziano Graziani ha curato il volume La scena contemporanea a Roma (Provincia di Roma, 2013), con Matteo Antonaci Iperscene 3, Editoria&Spettacolo 2017.
Comments
  • Andrea 8 ottobre 2016 at 12:16

    La cosa più divertente della recensione: “porta le firme di registi come Andrea Renzi”

    BUHAUHUUAHHAUAHAUAHUAAHUA

    • Andrea Pocosgnich 8 ottobre 2016 at 16:11

      Cioè? Vuoi spiegarti meglio? Oppure preferisci continuare a fare BHAUUUHUAHAU

  • Andrea 8 ottobre 2016 at 20:49

    Caro Andrea, assodato che Servillo è una istituzione intoccabile e ti piaccia o no, aver lavorato con lui è di certo un motivo da segnalare, non conosco tal Elena Bucci ( e sarà una mia mancanza di certo) ma annotare che Marco D’amore ha lavorato con registi “come Andrea Renzi “mi sembra davvero ilare. Ho visto alcune cose sue, l’ultimo all’India (mi pare) con Nicoletta Braschi (orrendo). Non trovo che registicamente e, più in generale, teatralmente, Andrea Renzi ( che sarà di certo una persona fantastica) sia motivo di vanto lavorativo. Averlo letto ha suscitato in me ilarità ma anche, e qui hai ragione a redarguire la mia risata, un pò di amarezza. Tutto qua

    Un saluto

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