L’Eden e Francesca Cola. La performance vive In luce.

Recensione di In Luce di Francesca Cola in scena al Teatro dell’Orologio nell’ambito di Eden – Connect the dots

 

Foto Enrico de Santis
Foto Enrico de Santis

Unire i puntini. Quale immagine, quale struttura esce dal disordine, dal caos di un’informazione in-forme? Cosa, dal buio, diviene In luce? Su queste pagine abbiamo avuto già modo di parlare di Eden, “festival sul corpo nei linguaggi contemporanei”, in scena fino al 27 aprile 2014 al Teatro Orologio, e nel farlo già cercavamo, attraversando l’esperienza, di trovare un nostro senso rispetto una configurazione ancora un po’ troppo slegata tra i singoli eventi. Ma può darsi anche che il nostro compito si possa situare non fra le performance, ma dentro di esse.

Accade, per esempio, e a più livelli, per quella di Francesca Cola, coreografa, performer, arteterapeuta che con il suo solo In luce (vincitore dell’ultima edizione del Premio alle arti sceniche Dante Cappelletti) più che una danza, offre l’innescare di un pensiero dietro a un’azione. Ma procediamo per punti. Poco prima della performance per quindici partecipanti, nel foyer ci viene proposta la visione di un video in cui Cola presenta alcuni suoi ultimi lavori, tra i quali il trittico Come se non ci fosse domani, nel quale sono affrontati distintamente il tema del desiderio, dell’attesa e della lotta. Rapidamente il video passa ad un altro lavoro, Albedo, anch’esso presente nel festival, ma un inconveniente blocca anzitempo la riproduzione e, consegnataci un’unica torcia (da passarci durante la performance), ci viene chiesto solamente di alternare la presenza di luce e buio; cosa dove e quanto illuminare che rimanga una scelta nostra. Un bel rischio. Ma nella mente rimane impressa l’idea di quel video interrotto, e i concetti di desiderio – o curiosità, almeno – attesa e lotta rimangono come nell’aria.

Immagine di Marco Cazzato
Immagine di Marco Cazzato

Quel che viene fuori da quei venti minuti non è, si diceva, l’idea di uno spettacolo, quanto – e qui sembriamo riscontrare una certa filiazione con il Teatro del Lemming del quale la coreografa è collaboratrice da tempo – una precisa idea di fruizione. Solitamente accade che lo spettatore costruisca il suo personale spettacolo nella propria mente; qui, invece, ciascun partecipante sembra che viva nella materializzazione di quel processo, con la sostanziale differenza che in questo caso si tratta di un fenomeno collettivo e non isolato.

Se è vero che la composizione di uno spettacolo di per sé è già data a priori, qui ciò che non è – da noi – illuminato non esiste.  Punti di partenza dei movimenti delicati e ripetuti in un’alternanza di tensione e rilascio, oltre ad alcuni disegni di Marco Cazzato, sono anche le elaborazioni sonore tra le quali riconosciamo almeno il Franco Battiato di Aria di rivoluzione. Elementi slegati – una mela sospesa con un paio di cuffie collegate in un rimando che non ha bisogno d’altro, una chitarra a terra, un teschio di bue, una donna dai capelli corvini e costume da bagno nero – troveranno senso, se questo è ancora importante, nella mente di ciascuno per la concessione dei presenti. Dove cadrà lo sguardo, il fascio di luce, l’attenzione del “possessore momentaneo di torcia”, non rimarrà esperienza privata confinata nella singola mente, ma diverrà affare di tutti, esperienza condivisa proprio perché “alla luce”. Così come i diversi modi di orientarsi nel buio diranno qualcosa dell’agire di ciascuno, della curiosità per le linee del viso, della maschera a forma di corvo, della preferenza di centralità o, al contrario, della lateralità di un cavo teso, dell’ansia di non illuminare troppo a lungo, ma nemmeno di perdersi l’improvviso riapparire in scena della performer. Il passarsi la torcia, lo scandire di luce-buio, diventano parte di un rito, scatenando in noi, più che dalla visione, dall’atto stesso di poterla orientare, il desiderio di scoperta, l’attesa del turno, perfino un senso di frustrazione (di lotta, si diceva prima?) nel dover fare i conti con un vuoto.

Consegno allora la mia “gestalt”, mia immagine personale che ha così preso forma:  Francesca Cola si fa quasi da parte a favore di un’esperienza collettiva, alla riscoperta di un agire comune in grado di far riaffiorare dal buio un’agire artistico. Il gesto coreografico rimane impresso, lampo di luce, in una temporanea pellicola condivisa.  Ecco il mio Eden.

Viviana Raciti
Twitter @viviana_raciti

Visto a Eden – Connect the dots,  Teatro Orologio nell’aprile 2014

IN LUCE
di e con Francesca Cola
suoni Davide Tomat, Uktu Tavil, Paolo Spaccamonti
cura dell’immagine fotografica Enrico De Santis
elementi di scena BATNA, Saulo Guarnaschelli
produzione VOLVON, Superbudda, Progetto Bifronte, Performa Festivalartiperformative

liberamente ispirato ad alcune immagini dell’illustatore Marco Cazzato

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