Fascisti su Marte? No, in teatro a Roma

Recensione dello spettacolo Pietre di carta e una riflessione sul nuovo fascismo

 

Fascisti su Marte
Frame del film Fascisti su Marte

L’avevamo creduto in molti, vivendo questo tempo di una storia dispersiva. Pensavamo che il richiamo nostalgico al Fascio Littorio non fosse altro che folklore canticchiato in qualche sparuta riunione celebrativa, esaltato lucidando bronzetti di teste ogni mattina per proteggere le proprie idee dall’opacità di davvero capirle, conservato dentro ampolle che intridono reliquie di un’ebbrezza stentorea e pervasiva. Ma soprattutto non avremmo mai creduto possibile, in anni recenti, di vederne prova in un teatro. Beh, ci eravamo sbagliati. In un teatro a Roma, ossia in un luogo pubblico al centro di una città pubblica e in presunta avanguardia internazionale, città premiata con la medaglia d’oro della resistenza, andava in scena – dentro e fuori il palco – uno spettacolo penoso non per la sua estetica ma per l’offerta che mi sforzo a definire culturale, ma non lo credo. Il teatro è Le Salette in zona San Pietro, diretto da Stefano Dionisi dal 2002; una delle tante sale d’affitto che affollano la città. Lo spettacolo – al centro di un altro genere di spettacolo – si chiama Pietre di carta, scritto e diretto dal prima ignorato Saverio Di Giorgio e tratto da una storia vera (o che almeno, vera, si crede).

Della fase scenica si dirà poco, non ci sarebbe neanche necessità. Un’inconsistenza artistica della peggiore amatorialità, sia per gli attori, inconsapevoli di usare la voce e di avere un corpo non guardano mai di fronte, sia per la povera costruzione ambientale di luce e spazio. Della trama occorre fare accenno: un giovane viene arrestato, difende la propria innocenza; orribili guardie lo sbattono nella cella di un vecchio ergastolano che gli fornirà ad esempio gli ideali in cui credere. A cui, ciecamente, obbedire. Per cui, va da sé, combattere. Una volta che sarà fuori e finirà l’ingiustizia di una reclusione imposta dall’infamia dello schieramento opposto, potrà ricorrere a quel passaggio di testimone come una spinta propulsiva a fare il bene, secondo però un concetto un po’ tutto suo. E qui entriamo nel merito: il ragazzo, nel dichiarare le proprie attività fuori dal carcere, parla di politiche sociali che hanno a che vedere con il territorio, con la lotta per la casa in ritornello che però, attenzione, ci mette un istante a farsi dissonante: la dichiarata «difesa delle famiglie italiane» è ai limiti dell’accettabile, suppone un razzismo di fondo neanche manifesto e spaventoso. Ma sono tanti i modelli che si dipanano lungo il loro dialogo “formativo”, costruito come uno specchio che riflette all’esterno un carattere falsamente pietoso verso la vita del vituperato, vessato fascista in galera.

Pietre di carta
Foto di Ufficio Stampa

Ad esempio durante la confutazione dell’apologia che proprio apologia produce, di bieco revisionismo, si invoca sorprendentemente la «libertà di pensiero» negata ai poveri reietti fascisti, resistenti all’iniquità di «uno Stato che ha vinto la sua guerra settant’anni fa» e li considera, usurpando quel loro diritto, nemici giurati. Finché con una musica di sottofondo da “magic moment” il vecchio e, pensa lui, simpatico ergastolano che proprio come il più confuso ragazzo si definisce «fascista» si lancia nella sua nostalgia degli ideali, ispirato declama in monologo «l’idea che arde sotto la cenere e libera la “fiamma”» del fascista che «ha vissuto a testa alta» e che non tradisce, «contro l’egoismo e l’alienazione» (alienazione, sì ha detto così). Quando al giovane consiglia di stare dalla parte del più debole, lo ammonisce a ricordarsi che «il più debole non è sempre quello che sembra», testuale: «L’operaio rispetto al padrone è più debole, ma il padrone è più debole rispetto alla massa degli operai»; non contento rincara: «La donna è più debole rispetto al suo stupratore, ma il bambino che nasce è più debole rispetto alla donna stuprata».

Ce lo aspettavamo, però. Dopo aver visto CasaPound autodefinirsi «un’associazione di promozione sociale che fa volontariato internazionale» e vincere bandi culturali all’epoca della giunta Alemanno. Dopo aver visto il mondo delle star sportive sostenere “ingenuamente” il comico antisemita Dieudonné. Dopo le scritte “Olocausto menzogna” sui muri di Roma nel giorno della memoria. Ci aspettavamo di vedere una sala teatrale in cui gli spettatori si salutano stringendosi l’avambraccio. Ci aspettavamo che nel cuore di una Roma invigliacchita dalle distanze culturali sempre crescenti, lo sviluppo di una autolegittimazione di presunto martirio, che tradisce e falsifica la storia, potesse risorgere e intercettare le sacche non raggiunte dal sapere. Chi non è alimentato da un investimento culturale e sociale, nelle scuole e nell’offerta di conoscenza, non sapendo non è in grado di controbattere nulla alla vergogna della falsità storica. Imparino le amministrazioni: ciò che non si sa, non esiste. E come tale può verificarsi da principio.

È di pochi giorni fa, in un intervento alla Camera dei Deputati il 29 gennaio 2014, un atto gravissimo di mancata memoria storica, o forse troppo consapevole: il deputato a 5 Stelle Angelo Tofano gridava in aula l’espressione «Boia chi molla», diretto alla presidente Boldrini, ignorandone la natura e la provenienza? Chissà. Nel nostro spettacolo il giovane dirà al vecchio uscendo di cella: «Ricordati, non mollare». Il vecchio risponderà commosso: «Tranquillo, non mollo, non mollo!». No, non mollo. Duro, in entrambi i casi, è il rifiuto del terrorismo culturale.

Simone Nebbia
Twitter @simone_nebbia

Comments
  • Enrico Piergiacomi 12 febbraio 2014 at 17:29

    Caro Simone,

    grazie per il resoconto, stimolante e preciso come sempre. E’ allucinante constatare che c’è chi cerca di compiere un’apologia del fascismo attraverso un’arte per natura anti-fascista come il teatro!
    Una cosa ti volevo chiedere, a proposito di questo periodo: “Della fase scenica si dirà poco, non ci sarebbe neanche necessità. Un’inconsistenza artistica della peggiore amatorialità, sia per gli attori, inconsapevoli di usare la voce e di avere un corpo non guardano mai di fronte, sia per la povera costruzione ambientale di luce e spazio”. Prescindendo dal fatto che capisco le ragioni del tuo silenzio, mi potresti dire quali azioni fisiche facevano i personaggi sulla scena, e se tra queste qualcuna ambiva, anche solo genericamente, a comunicare qualcosa di più, di inesprimibile a parole? Come sai, questo è un aspetto che a me interessa molto e sarei curioso di sapere quanto questo aspetto viene trascurato da “compagnie” amatoriali.
    Un caro saluto e buon lavoro,

    Enrico.

  • Mattia Marchetti 13 febbraio 2014 at 08:55

    Caro Simone,

    grazie per il resoconto, hai dimostrato ancora una volta lo stupore delle persone più bigotte nel vedere i fascisti di roma occupare tutti gli spazi, anche quelli teatrali, come se un fascista non può appassionarsi all’ arte.
    E’ proprio questo che cerchiamo, far crollare ragionamenti irrazionali e grotteschi inculcati nel cervello ad alcuni romani sin dalla nascita.
    Persone come voi ci danno un motivo in più per continuare a occupare spazi e potete stare certi di vederci sempre più spesso.

    A presto.

  • alessandro 13 febbraio 2014 at 13:42

    Per niente male dal pèunto di vista recitativo, considerando soprattutto che sono tutti giovani alla prima esperienza teatrale. Molto meglio di tanti lavori visti in giro anche in teatri più noti e con compagnie semprofessionistiche.
    La recensione è quanto mai lontana da considerazioni artistiche. Gretta e politicizzata. Un bel zuppone di banalità anche piuttosto ignoranti. Troverei inutile contrabatterla visto il livello tanto effimero di contenuti

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